Tito Maniacco (poeti friulani # 4.2)

8 agosto 2015
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La torre dei Celti

 I

Coloro che hanno certi pensieri in un certo composto modo siedono

come se le ossa fossero intenzioni o segrete speranze

così osservi colui che seduto qui con la penna scrive a questo tavolo

e a lui ti rivolgi con amicizia e gli porgi attento lo sguardo

 

E allora lasciando cadere la penna sul foglio bianco quadrato

Ti sussurra piano perché il vento che agita gli oscuri fiori è caduto:

così come dicono gli antichi sapienti del Catai

COLUI CHE ASPETTA UN CAVALIERE DEVE FARE ATTENZIONE

A NON SCAMBIARE I BATTITI DEL SUO CUORE

CON IL RUMORE DEGLI ZOCCOLI CHE BATTONO

IL SENTIERO APPENA AL SUO GOMITO INCERTO

DOVE LA MAGNOLIA COSPARGE LA POLVERE

DEL SUO PROFUMO COLOR DELLA NOTTE

 

E tu tu che aspetti il cavaliere che farai della tua attesa?

 

 

II

Della mia attesa mi farò una torre nella brughiera

Farò venire gli operai celti dalle scure erbose chiome

dai paesi di fondo valle dove s’indovinano i voli dei falchi

su per i paesi che scorrono in alto fra i gigli rossi di montagna

con i carri e con gli arnesi del lavoro d’arte che li attende

e qualche botte di vino rastrellato fra le viti di collina

accanto agli altipiani che guardano gli altipiani solcati dal vento

e una botte piccola d’acquavite fatta nei boschi

stillanti ruscelli ed erbe e more e fragole avvampanti

con i piccoli mucchi di acide e dure pere

e sceglieremo il posto con la stessa cura con cui l’avrebbe scelto

l’accigliato cantore mio fratello Taliesin

o un bianco vestito e rigorosamente rigoroso druida

con le leggi delle maree di costellazioni e d’aria

e con le oscure vene di ossidiana che percorrono

il corpo della madre terra anche in questo altopiano

dove gli abeti crescono e stormiscono come i fiumi

o bardi notturni gli aceri bianchi e gli aceri rossi

e le a me infinitamente care care argentee betulle

 

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III

Dunque farò fare una torre nella brughiera là dove sale come un’onda

contro l’azzurro venata d’onice alta crestata montagna

e lavoreremo cantando per tutti i giorni dell’estate

dagli occhi verdi

squadrando pietre e incastrandole le une alle altre

con malta e calcina e grigio polveroso autunnale cemento

su armature fatte di flessibile abete dal forte odore di pece

io e i miei compagni operai celti dall’erba scura in cima al capo

e la sera sdraiati sull’erba che stordisce la notte

intorno al fuoco canteremo qualche buona comprensibile a tutti poesia

bevendo vino o acquavite finché la torre sarà cresciuta

almeno trenta piedi fino al tetto di tegole ruvide e brune per la vecchiaia

che andammo togliendo dalle antiche case morte della brughiera

in tutti questi mesi un sacco qui un sacco là

con un camino di sassi e mattoni la cui gola salisse

fino al piano superiore di grosse tavole di abete profumato

e oltre il tetto per riscaldare i muri larghi un braccio

e in settembre avremo sentito il lamento della piccola stella del Nord

unirsi a quello delle anatre selvatiche in viaggio lento

come frecce uscite dall’arco nervoso cacciatore

e ci saluteremo sul sentiero già intriso di brina.

 

Ci saluteremo sul sentiero già intriso di brina

io che feci costruire la torre in attesa del cavaliere

e i miei compagni gli operai celti dalla chioma scura come l’erba notturna

bevendo nei grandi bicchieri di latta smaltata di rosso

come il giglio selvatico

l’acquavite dell’addio fra compagni e consanguinei

e saliranno sui carri e li sentirò cantare a lungo

giù nei tornanti che portano a valle

dalle finestre aperte sulle stelle della torre che mi feci costruire

in attesa del cavaliere temendo di confondere sempre

i battiti del mio cuore con il rumore degli zoccoli

che battono sul sentiero oltre il gomito incerto

dove la magnolia cosparge la secca polvere

del suo profumo color dell’umida notte

 

 

IV

Ora che gli uomini del Nord non scelgono i mari per scendere a Sud

come rondini o falchi pellegrini usi agli spruzzi dei fiordi

ora che i miei compagni celti giacciono nelle tombe scavate nella roccia

e sono polvere sottile giallastra e i loro denti rimbalzano

sui vetri appannati dei sonnolenti inerti musei

ora che le mucche non brucano più l’erba dell’alta brughiera

che farò io nella mia torre alta almeno trenta piedi

seduto accanto al fuoco del camino mentre nella gola urla il vento dell’inverno

e la neve s’accumula oscura sui vetri e oscura le stelle

e copre il sentiero fino ad altezza d’uomo

che farò quando udrò battere il mio cuore

e lo confonderò con il rumore degli zoccoli che battono la neve?

 

da

La farfalla notturna, 1976

 

 

 

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Un paesaggio lontano friulano

 

Vidi una volta albine volare le oche selvatiche

contro un cielo turchino profondo

Era sera e calava il brivido bruciato dei colli

verso l’oscuro fiume che l’attendeva all’ansa

Allora seduto con la pipa accesa e il berretto di pelo sul capo

come un indiano guardingo sonnolento contro la quercia

dissi – AH – così restai con il paesaggio

quando le oche selvatiche – AH – dileguarono

 

Venne la sera e si videro le prime stelle accendersi gelide

Allora dissi – AH – mi alzai e scesi fumando le mani in tasca

 

da

La farfalla notturna, 1976

 

 

 

Terzo movimento

 

Portarono i sogni e li misero sul tavolo

come materiale sequestrato

ed un tale seduto ormai inclinato sulle ginocchia

dietro al tavolo alzò gli occhiali sugli occhi stanchi

 

Quale parte di me – se tale parte esiste se –

quale di me parte

venne posta su quel tavolo ed esaminata inventariata

scritte de-scritta

per l’eternità degli archivi – almeno tre copie? –

 

ciò che sogno nelle tenebre nell’azzurro che avvolge le cose

mortali radiazioni dei pensieri

ancora non lo possiedo e dunque sono solo un tetro ospite

nella scura terra

questi averi sul tavolo sono la mia azione e così

è l’eredità o la memoria o l’inventario

a seconda dello specchio in cui guardo

 

L’inchiostro delle spie venne usato per certo

al balenar del sole

è allora che la ragazza si sveglia e cancella i sogni

e mi cancella

 

– se c’eri se ti cancella se c’eri se –

 

e apre la finestra prima di contemplarsi

dentro una bianca tazza d’oscuro fumo

e riconosce il breve tratto del giardino

la guazza che scintilla in cima ai merli

e il cedro e l’oscuro disegno che traccia l’erba

e guarda oltre il muro oltre il prato ciechi

e ritorna all’erba che in aprile apprende

ad essere verde

 

allora io porto dietro alla maschera una maschera

perché la maschera

sarebbe scandalo alla sua natura

non essere ciò che pretende di essere

 

è ciò che nascondi che ti rivela

 

da

Le bianche scogliere di Rügen, 1983

 

 

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Trascorrono le nubi nei cieli puliti

 

Trascorrono le nubi nei cieli puliti

la Grande Pasqua ha gonfiato le vele

e poche campane d’antico suono battono

fra i boschi neri della S.S. Trinità a Zagorsh

La Rus’ ha dimenticato Dio

ma saprà Egli dimenticare la celeste Rus’?

Come un infinito Venerdì Santo

oscure sono le chiese e scardinati i battenti

mentre acuto si spande il pentagramma dei lillà

e amento violette anemoni fior di spumamelo

e turbinio di piume rosate del sangue del Salvatore

sfarfallano sulle strade accanto all’ultima neve

dove bambini coperti d’ambita stagnola

-stagnodelizia stagnocorazza-

e industriose spade di legno

al lago di ghiaccio di Eisisenstein giocano

strillando dai al tedesco fratelli!

Mentre s’annodano le spirali dei telegrammi

Berlino Mosca Mosca Berlino

Addosso compagni!

E nell’alto profumo che incipria le case

Cetrioli conservati e panna acida

E kulič e tremolante alba e oscura notte caviale

E bliny roventi e aringhe e uova

Prendi e mangia e pensa a me

Altoleggera vola la primavera

oltre la griginzaccherata carta dei complotti

e il giorno scrocchia e svapora

nel perlaceo acquore della radura a Jàsnaja Poljàna

dove riposa la nostra corrucciata e screpolata coscienza

che lascia morire gli invitti capitani

nell’indifferente pallore della paura

Dove sono o h dove sono Rus’

Le milleseicento campane dell’antica capitale?

Vanno i fiumi dall’eterno nome materno ai mari

E i ghiacci crepitano

Christòs voskrèse!

Voìstinu voskrèse

Ma la družina del vecchio capitano

Nelle prigioni confessa l’incubo inconfessabile

Cos’è allora questa primavera

che aspidi risveglia dal leggero sonno

nel pauroso cavocuore dell’uomo?

 

Tornerò un giorno sull’ondulata strada di Tula

al ponte della lenta Okà

e farò fermare e al fuoco del bivacco

col cucchiaio di legno adagio

la zuppa di pesce mangerò

a sera noncurante degli orari

se il mio tempo sarà arrivato

Betulle    betulle     betulle

argento argento argento

oh Rus’ celeste Russia mammina

 

da

Da una lontananza irrevocabile, 1991

 

 

 

Ogni mattina

 

Ogni mattina

cammino nella guazza

scintillante

 

ogni mattina spicco una mela

da un ruvido melo

 

ogni mattina la mela

è più dolce

 

da

Oltris, 2009

 

 

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A ponente

 

A ponente di dove si pone il tempo

un croceo colore

intona la musica di domani

 

che senso ha

essere lieti di un presagio?

 

da

Oltris, 2009

 

 

le immagini che accompagnano i testi sono collages di Maniacco, e le relative didascalie sono, nell’ordine di apparizione, queste:

1) Marlon Brando assiste alla lotta di Giacobbe con l’angelo ( genesi XXXIII 4)

collage fotocopia pais acrilico ecoline luglio 2007

2) En attendant Godot

collage fotocopia pais maggio 2006

3) Mosè consegna le tavole della legge al dottor Karl Mark mentre esce dal pub Red Lion

collage fotocopia china pais tempera maggio 2006

4) Vienna Berggasse 19 marzo 1938 Mentre si dibatte tra eros e thanatos il dott. Freud apprende dai giornali che l’ Anschluss è una realtà e che Thanatos si è insediato in Europa e che il suo fantasma percorre il mondo

collage pais tempera china giugno 2006

5) Malinconia della rivoluzione perduta. Jhon Wajne assiste ad un comizio d i Lenin ai lavoratori della torre di Babele

collage china fotocopia ecoline acrilico maggio 2007

 

 

Questa è la seconda parte della quarta tappa di un itinerario ideato da Danilo De Marco riguardante alcuni poeti friulani attuali non conosciuti dal grande pubblico, e cominciato con Federico Tavan e continuato con Ida Vallerugo (prima parte  e seconda parte) e Novella Cantarutti. Con il suo consueto modo di operare/fotografare, e di concepire la fotografia, De Marco ha ritratto questi autori, non tutti facili da avvicinare, solo dopo averne una conoscenza intima, e con una grande empatia, seppure non priva forse di qualche venatura ironica. GS

 

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