Se me li sono persi: “Emicrania”

2 settembre 2015
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[È morto il 30 agosto Oliver Sacks. Lo ricordiamo con questo pezzo.]

di Eugenio Lucrezi

Oliver Sacks, Emicrania, Adelphi, Milano 1992

«Considerati come organismi fisici, siamo tutti più o meno simili, nel senso che i nostri corpi hanno un repertorio limitato di sintomi; e questo rende possibile diagnosticare i casi di emicrania, o distinguerli, che so, da quelli di asma o di epilessia. Ma se si prende in esame la nostra personalità cosciente, quella che dice Io, ecco che diventiamo tutti unici: il che significa che non esistono due casi di emicrania uguali tra loro, e che la stessa terapia può avere successo con un paziente e risultare inefficace con un altro».

Chi così si esprimeva, nel 1970, non era un medico o uno psicologo, ma il poeta inglese Wystan Hugh Auden, nell’occasione eccezionale recensore, sulle pagine della New York Review of books, di Migraine, libro d’esordio di un suo giovane amico, il neurologo Oliver Sacks. Auden conosceva personalmente i tormenti dell’emicrania, e questo in parte spiega l’interesse nei confronti di un argomento per lui insolito: ma di certo l’avevano colpito i motivi conduttori del libro, sorprendentemente vicini alla sua sensibilità e concezione poetica, tutta tesa a condensare esperienze distanti, sia intellettuali che pratiche, metafisiche e quotidiane. Si legge infatti ancora in quella antica recensione: «Dal canto mio sono sicuro che anche il profano, purché interessato al rapporto tra il corpo e la mente, e magari senza pretendere di capire alla lettera tutto quello che legge, sarà affascinato da questo libro come lo sono stato io».

Emicrania, il primo libro di Sacks, è adesso anche l’ultimo: work in progress che testimonia di un interesse mai sopito, monumentale ricognizione lungo i percorsi di un sapere scientifico che non cessa di interrogarsi sui suoi stessi fondamenti, è stato di recente riproposto dal suo autore in un’edizione di molto accresciuta −conta adesso cinquecentoventi pagine− e aggiornata, meritoriamente tradotto per il lettore italiano ( a cura di A. Salmaggi) dall’editore Adelphi.

Negli ultimi vent’anni questo medico, capace come pochi di mettere per iscritto la storia della cultura come fosse pensiero che prende forma, ha pubblicato numerosi altri volumi, la diffusione dei quali è stata molto più ampia del consueto nell’ambito delle pubblicazione scientifiche: e questo senza fare facile divulgazione, semplicemente scrivendo meravigliosamente. Dei suoi testi si sono interessati il teatro e il cinema: il drammaturgo Harold Pinter ha voluto rappresentare, in un allestimento scenico purtroppo mai giunto in Italia, la storia di Rose R., una delle persone colpite da encefalite letargica protagoniste del best seller Risvegli; e Robert De Niro, in una indimenticabile interpretazione, ha portato sul grande schermo, nell’omonimo film, il caso clinico di Leonard, altro malato miracolosamente strappato dalla levo-Dopa al silenzio e all’assenza dopo quarant’anni di malattia.

Abbiamo detto che Emicrania, come tutti i libri di Sacks, è innanzitutto un’interrogazione sui fondamenti del sapere medico; e la ricerca procede in due direttive: l’una, che si può dire fenomenologica, esplora l’universo umano della sofferenza mediante l’attenta osservazione delle multiformi espressioni cliniche della malattia, l’elaborazione metodologicamente rigorosa delle risultanze diagnostiche, la meditazione sull’esperienza comunicativa instauratasi con i pazienti; l’altra, che chiameremo storica, si muove nello spazio e nel tempo ripercorrendo a ritroso le vicende evolutive per individuare, tra filogenesi e biologia comparata, le basi comuni degli atteggiamenti reattivi e comportamentali delle specie viventi.

L’estrema estensione dello sguardo che indaga fa sì che nel lavoro di Sacks non solo sfochino e perdano di significato i confini tra patologie d’organo e disarmonie nel funzionamento complessivo degli organismi, ma che le consuete distinzioni tra fisiologia e patologia, tra salute e malattia, persino tra comportamenti espressivi di specie diverse, si rivelino in tutta la loro artificiosa gratuità.

Una volta definita l’emicrania «un parossismo centroencefalico a lenta evoluzione», Sacks sottolinea che nello stesso tempo è «un compito adattativo complesso eseguito da un sistema funzionale complesso nel quale i mezzi di esecuzione, estremamente variabili, sono subordinati ai suoi fini»; e che dunque «l’emicrania sfuma in una diffusa regione di confine nella quale troviamo reazioni parossistiche e adattative associate».

Nello studio dell’organizzazione fisiologica della sindrome Sacks considera i sintomi che la caratterizzano a diversi livelli funzionali, dai più bassi ai più alti, e i processi che possono trovarsi alla base di tali sintomi. Riprendendo i concetti di ergotropia e di trofotropia formulati alcuni anni fa dal neurofisiologo W. Hess (intendendo con l’una un atteggiamento simpaticotonico periferico accompagnato da risveglio centrale, vòlto all’estroflessione nel mondo; e con l’altra la tendenza inversa ad accorgersi dell’interno, in atteggiamento economico), il neurologo inglese descrive l’emicrania come un parossismo a tre stadi: i sintomi prodromici o iniziali sono quelli, ergotropici, di una attivazione diffusa dell’encefalo che procede gerarchicamente dalla struttura reticolare del tronco fino all’ipotalamo e alle porzioni medio-basali della corteccia: e sono i fosfeni e gli scòtomi, le allucinazioni semplici e complesse caratteristiche dell’aura. A questa fase segue quella dell’attacco vero e proprio, collasso trofotropico, “ritirata vegetativa” polimorfa caratterizzata da ipertono parasimpatico e da esaltazione dell’attività ghiandolare e viscerale, inibizione del tono muscolare, dell’acuità sensoria, del livello della coscienza. L’ultimo stadio, la remissione, corrisponde ad un diffuso risveglio corticale e ad una riattivazione simpatica che restituiscono all’organismo la capacità di rivolgersi, in un atteggiamento di nuovo ergotropico, verso il mondo esterno.

Definite così le linee generali del processo, subito Sacks precisa che l’estrema variabilità sintomatica dell’emicrania −sconfinato universo espressivo sul quale la letteratura medica si è esercitata nei secoli dedicandogli migliaia e migliaia di pagine− rimane però sempre una questione di stile, e che nessuna separazione è possibile tra i sintomi fisici e quelli emotivi. Come ogni comportamento, l’emicrania è un fenomeno insieme innato e acquisito: nelle sue caratteristiche fisse e generali è innata, mentre è acquisita nei suoi aspetti variabili e specifici. Allo stesso modo ci ricorda Sacks citando Chomsky, è innata la «grammatica profonda» di tutti i linguaggi, mentre ogni particolare linguaggio viene appreso.

Eccoci dunque tornati alle parole di Auden: non esistono due casi di emicrania uguali tra loro. Essendo l’emicrania una configurazione di sintomi, e non un processo meccanicamente fisiologico, può essere descritto solo in termini esperienziali. Ma la medicina pare oggi avere dimenticato il metodo classico, che consisteva nella raccolta e nell’uso dei dati clinici, ed ha preferito sostituirlo con metodi sperimentali sempre più perfezionati. «L’esperimento −scrive Sacks− scompone, analizza e semplifica, sforzandosi di ottenere condizioni uniformi in ciascuna prova, con l’esclusione di tutte le variabili tranne quella che si è scelto di osservare». Da questa impostazione deriva direttamente l’ossessione, così tipica del nostro tempo, di individuare con certezza un singolo fattore o gruppo ben selezionato di fattori causali nella patogenesi della malattia; ossessione che ha portato molti ricercatori ad estrapolare dati e a decontestualizzarli in modo irragionevole. «La ricerca di un unico fattore causale −dice ancora Sacks− avrebbe probabilità di successo se l’evento studiato avesse forma fissa e determinanti fissi. Ma l’essenza stessa dell’emicrania sta nella variabilità delle forme che essa può assumere e nella varietà di circostanze nelle quali può manifestarsi».

Domandarsi dunque qual è la causa dell’emicrania, come di molte altre manifestazioni patologiche, implica una confusione logica tra diverse aree di pertinenza, le quali comportano spiegazioni di diverso tipo; e per capire perché l’emicrania assume determinate forme e non altre, per capire perché si manifesta in determinati momenti e non in altri, è necessario ricorrere ad almeno tre diverse terminologie relative ad altrettanti universi di trattazione: e cioè al linguaggio della neurofisiologia per descrivere gli eventi che accadono a livello del sistema nervoso; ai termini della riflessologia e della scienza del comportamento per interpretare l’emicrania come reazione; a descrizioni di tipo psicologico ed esistenziale «in quanto essa (emicrania) si intromette nel mondo dell’esperienza come complesso di sintomi al quale viene attribuito di solito un particolare valore affettivo o simbolico».

Solo così, mediante un approccio curativo non ideologico ma simpatetico, la malattia rivela la propria natura di fenomeno vitale e di evento comunicativo: fenomeno ed evento entrambi stilizzati, se lo stile, scacciato ormai da un secolo fuori dal recinto delle arti e della poiesi, resta pur sempre prerogativa per fortuna ineliminabile del vivente. Per questo tipo di approccio occorre un orecchio particolarmente allenato all’esercizio dell’ascolto; e già Novalis aveva osservato che «ogni malattia è un problema musicale, ogni cura una soluzione musicale». Occorre, ancora, un grande attaccamento alla realtà da parte del terapeuta, e un’idea della scienza capace di immettersi nel flusso eracliteo dell’esperienza per arrivare a quella che Marx chiamava «ascesa al concreto». Come si legge nel Faust di Goethe, che Sacks, amico dei poeti, cita con amore, «è grigia, caro amico, / qualunque teoria. / Verde è l’albero d’oro della vita».

 

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da D.I.S. Dimensione Integrata Salute, n°2, novembre-dicembre 1993

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