Sulla vergogna della propria disumanità e sulla speranza della propria umanità

4 settembre 2015
Pubblicato da

big

 

di Andrea Inglese

Vorrei parlare di due parole, “vergogna” e “speranza”. Sono due parole che nel nostro mondo di sottigliezze e prodigi tecnologici sembrano arcaiche, generiche, grezze. Oppure, come si suol dire, retoriche. Però le parole non sono come le App, non se ne inventano di nuove tutti i giorni.

È difficile dire a partire da che momento, da che giorno, io abbia percepito che sprofondavo nella vergogna, e che questa vergogna non avrei potuto esorcizzarla facilmente, con qualche bel gesto o con una serie di bei gesti, anche se la vergogna non chiede che questo, di essere soppressa attraverso delle azioni, delle azioni che ci portino in un’altra zona dell’esperienza e del nostro rapporto col mondo, in una zona dove la speranza prenda il sopravvento sulla vergogna. Io ho sentito con precisione che tutto il mio modo di vita mi destinava a quella vergogna, e che solo difficilmente avrei trovato la strada per uscirne, perché si trattava appunto di uscire da un’identità e da uno stile di vita, che erano ormai ben stratificati. E oggi che scrivo non ne sono ancora uscito, so che devo farlo, devo farlo per me e per gli altri; per me, che sono un cittadino adulto italiano, europeo, e per coloro che mi chiedono di uscire dalla vergogna, che hanno bisogno che io ne sia fuori, libero di fare qualcosa con loro e per loro. E lo devo fare anche per mia figlia, perché sarà lei, indubbiamente, che riceverà in eredità questa vergogna, e non vorrei che diventasse schiacciante.

Non vi è nessun compiacimento, nessun sollievo a parlare di questa vergogna: essa è lì come un fatto, un fatto che può essere taciuto, dimenticato, ma le cui conseguenze hanno comunque una grande portata, ossia una portata storica, perché questa vergogna, che è in questo caso vergogna per me e per noi, sarà giudicata storicamente, da chi verrà nel futuro, perché è la vergogna nei confronti della nostra disumanità, come individui e come popoli, come stati e come nazioni, è il quotidiano spettacolo della nostra incapacità di essere umani, di ritrovare la via dell’umanità elementare, della decenza morale, a renderci vergognosi.

Quel che mi appare chiaro è che l’uscita da questa disumanità, il rifiuto di essa, non si giochi semplicemente sul piano morale delle singole coscienze. Se la vergogna nasce nella coscienza individuale, la disumanità di cui deve vergognarsi fa leva certamente sulle abitudini di ogni singolo individuo, ma queste abitudini sono cementate da un sistema culturale e da un’organizzazione politica della società. Per questo, oggi, coloro che sono riusciti attraverso le loro azioni quotidiane a porsi al di fuori del sentimento di vergogna, e che hanno riguadagnato, o solo affermato, la loro intatta umanità, non potranno in nessun modo attenuare la vergogna collettiva, storica, delle nazioni europee e dei loro popoli. Le loro azioni salvano loro dalla vergogna, risvegliano per noi la speranza, ma non possono incidere ancora sulle istituzioni e il sistema culturale. E solo un mutamento di natura politica e culturale potrà portare l’Europa, governanti e cittadini, fuori dalla vergogna, fuori dalla colpa, fuori dall’ordinario esercizio della disumanità.

Tutti i paragoni con la barbarie nazista sono legittimi, perché al di là delle circostanze storiche, che sono inevitabilmente singolari e irripetibili, qualcosa di analogo e fondamentale emerge: verrà un giorno in cui qualcuno di noi, qualcuno che ha la nostra stessa identità – un italiano, un francese, un polacco, un ungherese –, dovrà giustificare ai suoi figli l’espressione collettiva e istituzionale di tale disumanità. E proprio su questo terreno della trasmissione, le cose appaiono abbastanza chiare. Cosa possiamo sperare? Che i nostri figli siano altrettanto se non più disumani di noi, e che quindi non ci chiedano nessun conto, e che anzi ci dimostrino, anche loro quotidianamente, nell’intimità familiare, quanto bene hanno appreso la lezione, trattandoci all’occasione come materiale umano superfluo, ingombrante, di scarto, verso il quale nessuna empatia può più essere suscitata? C’è, infatti, qualcosa di peggio della vergogna, che è un rimpianto per la propria umanità smarrita. C’è la fine di ogni ricordo d’umanità, e la barbarie come unico orizzonte.

Non è solo questione di guerre e di milioni di profughi, non è solo questione di migliaia di morti in mare, di accampamenti illegali e miseri alla frontiere, di repressione poliziesca su persone inermi e senza diritti, la disumanità che noi vediamo all’opera, e che sentiamo come nostra, è quella innanzitutto dell’omissione di soccorso, ma con un’aggravante. L’omissione di soccorso di cui parlo va ovviamente intesa in senso morale, come l’obbligo di alleviare la sofferenza di un essere umano anche se non sia stata da noi procurata. Ma sappiamo anche che l’omissione di soccorso figura come reato nel nostro codice penale. La legge ritiene che, in casi molto specifici, come l’incontro con un minore abbandonato o un uomo ferito o incosciente – e quindi in pericolo di vita – sia obbligatorio – oltre che doveroso moralmente – prestare aiuto o segnalare immediatamente la circostanza all’autorità. Si presume, insomma, che ci siano dei soggetti istituzionali (forze dell’ordine, medici soccorritori, ecc.) a cui generalmente delegare l’azione di soccorso, tranne in casi eccezionali, dove siamo in qualche modo obbligati ad agire in prima persona, anche senza possedere alcun ruolo istituzionale specifico. Di fronte al flusso straordinario di rifugiati, il rifiuto delle autorità delle varie nazioni europee di organizzare una sistematica azione di soccorso e accoglienza, ci interroga inevitabilmente come cittadini senza ruolo istituzionale preciso. Anche se non abitiamo a Calais o a Lampedusa, siamo consapevoli che le autorità stanno programmaticamente sottovalutando e ignorando i loro doveri di soccorso e ospitalità, e la nostra delega a quelle autorità disumane non può finire che col renderci complici di esse.

Questa situazione storica ed eccezionale, causata da guerre che in questi anni colpiscono zone geografiche e popolazioni determinate, riattualizza però un’occasione di vergogna più ordinaria e ormai banalizzata nelle nostre società di stampo democratico-liberale. Mi riferisco alla nostra crescente indifferenza nei confronti delle persone che vivono e dormono per la strada, soprattutto nella grandi città. Non intendo sostenere, qui, che ogni cittadino abbia il dovere morale di occuparsi in prima persona dei senza tetto o di tutti coloro che vivono a margine della società. Ciò significherebbe aspettarsi che tutti abbiano non semplicemente delle attitudini di decente umanità, ma delle capacità di sacrificio e di dedizione nei confronti del prossimo fuori dall’ordinario. Ma io vorrei restare, appunto, sul terreno della semplice decenza, per sottolineare come sia facile, oggi, abituarsi a un’indecenza generalizzata.

Ho ricevuto una lezione una volta, sui binari di una stazione metropolitana parigina, da una donna. C’era un uomo abbastanza giovane buttato bocconi sulla banchina, ma in un punto tale che costituiva un ostacolo per le persone che camminavano lungo di essa. Era evidente il suo stato d’incoscienza, non era però chiaro, data la posizione anomala, se stesse semplicemente dormendo. La sua presenza provocava talmente disagio che una signora abbastanza elegante, passando, finì per inciampare volontariamente tra le sue gambe. In realtà, gli diede un calcio, un gesto senz’altro incontrollato, ma che serbava un residuo di inconsapevole umanità. Probabilmente avrebbe voluto sentire un gemito, una qualche reazione. Poi tirò dritto, borbottando seccata. Alla fine mi avvicinai all’uomo e mi misi a parlare con un’altra persona che lo guardava anche lei inquieta. Non sapevo bene cosa fare, ma le chiesi, vedendo che aveva il telefonino in mano, se avesse già avvisato qualcuno. Nel frattempo era arrivata un’altra donna, e senza tante esitazioni prestò soccorso, cioè si chinò sui di lui, lo apostrofò, scrutò le sue reazioni, gli mise una mano sulla schiena, ecc. Niente di eccezionale. Appunto. Eppure in una città come Parigi, lo stile di vita dominante, le abitudini condivise, finiscono per ottundere anche le più elementari reazioni di umanità, quelle più spontanee e semplici. E col tempo, anche nella vita ordinaria, rischia di diventare sempre più sottile la linea di separazione tra decenza e indecenza.

Qualche giorno fa, prima che la foto di Aylan Kurdi rompesse qualcosa nell’equilibrio mediatico e suscitasse quell’empatia che la notizie quasi giornaliere sulle stragi dei rifugiati non sembravano più risvegliare, France 2, il secondo canale della televisione pubblica francese, aveva trasmesso nel telegiornale di prima serata un’inchiesta intitolata: “Perché li aiutano?”. L’inviato intervistava nei pressi di Calais alcune persone che, in diverso modo, aiutavano la popolazione lì accampata di rifugiati e migranti irregolari. (Calais, porto sulla Manica da dove partono i treni diretti a Londra, è l’equivalente della Lampedusa francese, la tappa intermedia per coloro che approdano in Europa con l’intento di terminare il loro viaggio in Gran Bretagna.) L’attitudine del giornalista era ripugnante, dal momento che alle domande innocenti faceva seguire il suo personale giudizio sull’azione dei soccorritori: “Ma aiutando queste persone, Lei permette loro di rimanere qui, in una situazione illegale e disperata, dal momento che comunque non possono passare la frontiera”. In tutto questo, ciò che suscitava davvero un po’ di speranza, e speranza non per i migranti, ma per noi, per noi europei, italiani o francesi, era la presenza, la faccia, il comportamento di quelle persone, che avevano la più varia età e provenienza sociale. Persone normali che, al di fuori di ogni militanza politica o coinvolgimento associativo, con i mezzi limitati di cui dispongono, vanno ad aiutare i migranti, mescolandosi a loro nelle baraccopoli clandestine o accogliendoli in casa, magari, per ricaricare il cellulare. E queste persone non forniscono grandi giustificazioni né etiche né politiche del loro agire, lo fanno perché sembra loro normale farlo, e lo fanno sfidando il disprezzo palese e a volte le minacce dei loro stessi concittadini, quelli che non hanno pietà e nemmeno alcuna vergogna.

Ecco, bisogna anche riconoscere la speranza, quando è ragionevolmente suscitata. Domani parleremo di quello che la politica dovrebbe fare, e di quello che continua oggi a non fare, ma cominciamo a constatare, facendo un passo oltre alla nostra vergogna individuale e collettiva, quanto è comune, ordinaria, diffusa, la capacità degli esseri umani, anche europei, anche italiani e francesi, di comportarsi in modo decente, di essere delle persone decenti. Sarà seguendo anche questo filo apparentemente modesto, al di fuori delle altisonanti espressioni d’indignazione, che cominceremo a vedere qualcosa oltre la nostra vergogna.

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19 Responses to Sulla vergogna della propria disumanità e sulla speranza della propria umanità

  1. sparz il 4 settembre 2015 alle 21:55

    molto bello, Andrea, qualche segnale di speranza senza clamori c’è. Ma oltre a questo bisogna battersi disperatamente per quello che già qui scriveva Davide Orecchio al punto 3:”Si aprano subito canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo, unico modo realistico per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti.”

  2. Massimiliano Damaggio il 4 settembre 2015 alle 22:11

    Andrea, è proprio così come scrivi. La nostra vergogna va oltre l’atto che non compiamo (o addirittura, e peggio, non sentiamo nemmeno di dover compiere), va fino al punto che ci è sconosciuto ciò che invece è “normale”. E’ il fallimento di noi come esseri umani, il fatto che non abbiamo, alla fine, davvero alcun senso nell’essere qui.

  3. Ennio Abate il 4 settembre 2015 alle 22:47

    Davvero non riesco a condividere questa impostazione sentimentale di un problema che è politico e richiede ragionamenti politici e scelte politiche. Ci siamo commossi un sacco di volte per Gaza, per l’Irak (meno per la Libia però) e mai dalla commozione o dalla “vergogna” si è riusciti a passare a uno straccio di pensiero politico e ad azioni conseguenti. Ma siccome nel finale dell’articolo di Andrea Inglese si dice che “domani parleremo di quello che la politica dovrebbe fare, e di quello che continua oggi a non fare” attendo fiducioso. Sperando, come diceva Fortini, di potermi confrontare con “uomini usciti di pianto in ragione”.

  4. Picchia Cla il 4 settembre 2015 alle 23:25

    non so se si può parlare di impostazione sentimentale. Sono perduti, per molti, gesti normali: passare una bottiglia d’acqua a chi ha sete, far salire in macchina uno che cammina da ore e non ne può più. Fare i gesti che è normale fare, tutto qui. Quando ti svegli dal torpore, quello che diventa vergogna appena ne prendi coscienza, ti rendi conto che fra esseri umani prima della politica vanno fatte le cose che si devono fare, che sono politiche in sé.

    • Ennio Abate il 5 settembre 2015 alle 08:19

      Quei gesti normali possono avere senso solo se sfondano la normale quotidianità (fatta di abitudini, indifferenza, lasciar correre) e diventano politici cioè vengono compiuti CONTRO e IN MODO RAGIONATO E ORGANIZZATO i governanti che lasciano avvenire certe tragedie o, come nel caso delle guerre, le decidono.

  5. LucaT il 4 settembre 2015 alle 23:34

    Io non so se quello che vediamo e di cui facciamo un’esperienza mediata, seppur emotivamente effettuale, sia frutto di un’ “umanità smarrita”. Forse è troppo umana questa disumanità. Dubito anche che la foto del bambino abbia rotto “l’equilibrio mediatico” e abbia suscitato qualcosa di simile all’ “empatia”. Infine, non credo che ciò per cui dobbiamo combattere sia l’umanità del soccorso, la prossimità nei confronti del senzatetto o del profugo, perchè questo, come viene detto, ha a che fare con un “sacrificio” che ha dell’eccezionale.

    Non si tratta solo di soccorso perchè si tratta di ragionare e di discutere la barbarie del pensiero, la comunità-fortezza che pensa che non possiamo certo aiutare tutti, che abbiamo di fronte un’invasione e che dobbiamo solo difendere le frontiere. Questo è il nostro paradigma comune, nonostante lo spirito ecumenico (o semplicemente cristiano) di pochi infelici.

    Ciò che accade è insopportabile. I più paiono avere tutti i mezzi per sopportarlo. L’ordine coloniale è all’opera, la semiotica del genocidio è in atto. I fili spinati, i numeri sulla pelle, i treni pieni di deportati, i campi per migranti, la generale criminalizzazione della povertà. La penalizzazione di quella povertà che non sopporta la morte e dunque si muove. Nonostante tante retoriche giornate della memoria, tanti natali, tante liberazioni, questo accade sotto gli occhi di tutti. Un bambino come Aylan muore tutti i giorni. Moriva già nel 1993; andate a vedere la foto orripilante, comprensiva di avvoltoio, di una bambina sudanese agonizzante (scattata da Kevin Parker). Noi ci chiudiamo dentro da sempre: siamo quelli di Hernan Cortes e della conferenza di Berlino. Questa è la nostra “indecenza generalizzata”. La nostra morale occidentale non si discosta da quella di una casalinga che vuole risolvere il problema delle formiche in casa. Non mi sembra affatto comune la facoltà degli esseri umani di comportarsi da persone decenti.

  6. andrea inglese il 5 settembre 2015 alle 02:04

    a sparz,
    certo, sul piano politico delle proposte come quella dei canali umanitari sono state fatte ancora prima dell’ondata straordinaria del 2015, e forse qualcosa sta davvero cambiando, come la reazione tedesca mostra, ma cio’ avviene con uno spaventoso, cinico e pusillanime ritardo, ed la reale portata di questi soprassalti di una parte della classe politica europea sono ancora tutti da verificare…

    A Massimiliano,
    “è il fallimento di noi come esseri umani”, si, ma questo noi qui è ben specifico: noi europei dell’Unione Europea pienamente dispiegata, noi europei delle democrazie-liberali, che ancora garantiscono un livello importante di benessere per masse di persone

    A Luca T, che scrivi
    “Non si tratta solo di soccorso perchè si tratta di ragionare e di discutere la barbarie del pensiero, la comunità-fortezza che pensa che non possiamo certo aiutare tutti, che abbiamo di fronte un’invasione e che dobbiamo solo difendere le frontiere. Questo è il nostro paradigma comune, nonostante lo spirito ecumenico (o semplicemente cristiano) di pochi infelici.”

    Il paradigma della comunità-fortezza è barbaro proprio perché celebra e difende l’omissione di soccorso sui grandi numeri. Questo paradigma è frutto di una costruzione ideologica, e non è più naturale della spinta di molti individui, oggi, a portare soccorso, anche al di fuori di istituzioni, associazioni, gruppi militanti.
    Ci sono i fabbricanti di questo paradigma, e poi ci sono quelli che questo paradigma lo accettano, magari lo biasimano ritualmente, ma alla fine lo subiscono. E a rischio ci siamo tutti, e questo mi spinge a parlare della vergogna, nel modo più diretto e schietto che mi è possibile.
    Perché anche una volta che abbiamo denunciato che “la semiotica del genocidio” è in atto, la vergogna non viene meno.
    E la questione dell’empatia, della capacità di muoversi individualmente, e di farlo semplicemente perché è giusto farlo, al di là di ogni ulteriore considerazione politica, per me è fondamentale, nel senso proprio del termine. Ogni possibile diversa cultura e politica si puo’ costituire, si puo’ anche semplicemente pensare, solo se dei gesti simili a quelli che evocavo, dei gesti di solidarietà “normale”, non samaritana, si sono resi visibili e manifesti.

    • LucaT il 5 settembre 2015 alle 23:26

      A rischio ci siamo tutti, ma non so se la via d’uscita, dalla vergogna e da quel paradigma, sia la solidarietà personale. Penso a tutta l’enfasi di oggi riguardante il gesto del premier finlandese. Perchè ci riduciamo a questo tipo di umanitarismo? Io resto perplesso. Non è il cuore in mano di Bergoglio che mi salva dalla vergogna e da quel paradigma. Neppure la verità detta contro l’ideologia dello stato d’assedio, ma da lì occorre partire.

  7. andrea inglese il 5 settembre 2015 alle 02:09

    A Picchia Cla,

    ecco, ci siamo perfettamente capiti

  8. Marina Massenz il 5 settembre 2015 alle 12:27

    Ecco, ci siamo perfettamente capiti. Mi associo a Andrea e Picchia Cla… Quando questi gesti normali non lo sono più, e diventano rari o fastidiosi suscitando anche reazioni irritate e ostili di altri, ecco, lì si è superato un confine. Lì la barbarie si è fatta normale reazione interiorizzata. Importante dunque il pezzo di Andrea, che sottolinea questo confine.

  9. Ennio Abate il 5 settembre 2015 alle 13:29

    Questa a me pare l’ora di porsi domande politiche e di ragionare politicamente anche se vogliamo rispettare i sentimenti (che non svaluto e non disprezzo affatto, se si relazionano alla “realtà”).
    Perciò aggiungo questo commento, riportando anche qui su NI in forma anonima uno dei tanti scambi tra amici su FB che mi pare vada in questa direzione:

    Amico 1 – Il sistema-mondo sembra entrato in una fase di terribile turbolenza. Che tutto questo fosse stato previsto non consola troppo. spero ne saltiamo fuori tutti.

    Amico 2 – Ma come? Cosa possiamo fare o meglio come possiamo cominciare a pensare (a renderci davvero conto…) di mutamenti simili? E fino a che punto sono governati o governabili? Come rientrano nel gioco conflittuale tra le varie potenze. Quando si parla di immgrazione *controllata* a cosa si pensa davvero? Io sono pieno di dubbi e di oscillazioni, ma istintivamente ostile alle posizioni buoniste e cattiviste che bloccano tutti i raginamenti . E voi?

    Amico 3 – Tutti i paradigmi che abbiamo sono di carattere degenerativo-autodistruttivo, la loro comprensione dei fenomeni si concentra e si limita alla previsione del momento del collasso, e tuttavia ormai da più di un secolo il collasso del sistema globale è prossimo venturo e mai avvenuto. Siamo dialettici ma non riusciamo a uscire dal momento del negativo. C’è invece, evidentemente, anche una capacità rigenerativa o adattativa o creativa sia dell’Occidente che del non Occidente che non viene considerata, una sorta di materia oscura che fa sballare le nostre equazioni. Siamo i primi che continuano a calcolare tutto a partire da variabili solo occidentali, e poi i conti non tornano. Siamo sicuri di poter ridurre la prospettiva storica di centinaia di milioni di persone al land grabbing o alle centrali idroelettriche? C’è qualcosa che non vediamo – sicuramente fuori, ma anche dentro quella cosa che chiamiamo Occidente, che rimane l’unica soggettività capace di nominare e agire la dimensione globale, e la meta (o il bersaglio) di tutti i fenomeni migratori. C’è chi lotta contro l’Occidente e chi si rifugia nell’Occidente, ma il centro di gravità di questo pianeta sembra qui. E proprio le dimensioni epocali del fenomeno migratorio ce ne danno una rappresentazione plastica, significano uno scivolamento verso il centro che è materiale, concreto, geometrico. È solo una questione di potere? E la forza di questo potere è solo economica?

    Amico 2 a Amico 3 – “C’è chi lotta contro l’Occidente e chi si rifugia nell’Occidente”.
    Ma i due poli sono così compatti? Saremmo allo “scontro di civiltà” di Huntigton?

    Mi interessano di più (anche quando non mi convincono del tutto) le letture che tentano di collegare i fenomeni migratori al gioco delle grandi-piccole-medie potenze, che vi intervengono spingendo o arrestando questi flussi in base a loro interessi geopolitici. Anche se, secondo me, il difetto di queste riflessioni può essere quello di ridurre i fenomeni migratori a flusso del tutto governato da questa o quella potenza e riduce i migranti ad ottocentesche “anime morte” (Gogol!) e quindi a semplice “massa di manovra”. O dell’Isis, come alcuni dicono. O della Chiesa di Papa Francesco come altri insinuano. E’ proprio o del tutto così? Non so

    Stralcio questo brano di un’analisi con cui ci si dovrebbe confrontare, anche quando apparisse “sgradevole”, quella di G. La Grassa. Egli così riassume il suo punto di vista sul fenomeno:

    ” i feroci eccidi dell’Isis e l’emigrazione “selvaggia” dall’Africa (soprattutto) verso l’Europa, che è vastamente organizzata, pagata, non poi così disordinata né mossa da autentica disperazione (una parte consistente dei migranti non è disperata, ma spinta ad andarsene e a venirsene qui). Questo si verifica con particolare pressione verso i paesi più deboli e quindi più facilmente sottoponibili all’azione di caos e diversione da ogni intento autonomistico. L’Italia è uno di questi paesi più deboli, con un governo di cialtroni e buffoni e incapaci. La causa principale dell’italica debolezza è la presenza di una “sinistra” – alimentata dal “fu” piciismo d’origine berlingueriana, condito con la spinta sessantottarda; questa non è stata solo italiana, ma la nostra è l’unica ad aver conosciuto l’ancor più devastante processo del ’77 – che occupa la scena politica approfittando del disorientamento e stupidità delle opposizioni, numericamente in maggioranza ma divise obbrobriosamente. E l’Italia ha anche una posizione geografica di “tutto rispetto” per creare difficoltà al saldarsi di spinte autonomistiche contro gli Usa.”

    (da http://www.conflittiestrategie.it/elasticita-americana-di…)

    Vorrei che si ragionasse insieme su questa posizione. O su altre che pensate di condividere.

    Amico 2 – Vi propongo anche un esempio di “cattivismo morbido e in apparenza ragionevole” (secondo me). Stralcio due passi da un articolo intitolato “Terrorismo e immigrazione: quanto è ipocrita l’Europa” e apparso sul blog molto seguito di Marcello Foa e che potete leggere interamente qui (http://blog.ilgiornale.it/…/terrorismo-e-immigrazione…/) assieme alla coda di eloquenti commenti che danno il polso degli umori “popolari”.

    1. “l’Europa è arrendevole e compiacente nei confronti della più crudele e disumana delle immigrazioni, quella clandestina, quella che volutamente confonde chi scappa dai drammi della guerra e meriterebbe asilo, da chi fugge per motivi economici e andrebbe respinto.”

    2. “spingere milioni di disperati all’interno di Paesi dove l’economia non cresce e dove quasi un giovane su due è senza lavoro, significa creare autentiche bombe sociali, che sfociano nel razzismo, nella guerra tra i poveri, in un’assurda ma efficace destabilizzazione sociale verso una multietnicità imposta, che trasforma definitivamente l’identità di interi Paesi e di grandi culture, rendendo ogni Stato simile all’altro e sempre più simile agli Usa”.

    A me pare che:

    1. L’Europa non sia affatto «arrendevole e compiacente» ma semmai incerta, divisa, capace di fare solo scelte “d’emergenza” e non scelte lungimiranti (come quelle che si profilano da parte della Germania?);

    2. Ammesso che «quella clandestina» sia «la più crudele e disumana delle immigrazioni», non capisco perché « chi scappa dai drammi della guerra […] meriterebbe asilo», mentre «chi fugge per motivi economici […] andrebbe respinto». Come se non esistesse relazione tra i due fenomeni. Come se le due fughe, diversamente motivate e certamente da distinguere per gravità maggiore o minore, non scaturissero da bisogni entrambi legittimi. E che significa poi quell’«andrebbe respinto»? Potrei capire che vada respinto il “terrorista” accertato, ma quello che fugge «per motivi economici», come hanno fatto anche gli immigrati italiani dalla fine dell’Ottocento e inizi Novecento, perché andrebbe respinto? (E cosa comporta per lui il “respingimento”?)

    3. Le risposte del giornalista a queste domande sembrerebbero due:
    – se non respingiamo, si avrebbe una «guerra tra i poveri» e questa avverrebbe – cosa ancora più pericolosa – «all’interno di Paesi dove l’economia non cresce e dove quasi un giovane su due è senza lavoro»;
    – le attuali immigrazioni sarebbero un fenomeno di «destabilizzazione sociale» che sfocerebbe (inevitabilmente?) in «una multietnicità imposta», la quale, se si realizzasse, trasformerebbe « definitivamente l’identità di interi Paesi e di grandi culture, rendendo ogni Stato simile all’altro e sempre più simile agli Usa».
    Ora io mi chiedo: è automatico lo scatenarsi di una ««guerra tra i poveri»?
    Si avranno di certo drammi o tragedie come quella dei due anziani che (*presumibilmente*) sono stati uccisi a Catania dal giovane ivoriano. Ma una ««guerra tra i poveri» scoppia soltanto se ci sono forze che la vogliono far scoppiare. E anche la «multietnicità» perché sarebbe «imposta» e non potrebbe essere una multietnicità scelta, guidata e ragionevole?
    Quanto all’apologia della identità (nazionale) e alle «grandi culture» temo che nelle parole del giornalista ci sia davvero un’idealizzazione nostalgica di una storia che invece, come in tutti i Paesi, è stata punteggiata da acri conflitti *che continuano” più o meno striscianti.
    E, infine, rimandando all’articolo che ho messo ieri (Il “grande esodo”: siamo solo agli inizi?): in questo di Marcello Foa non vedo nessuna capacità di legare i fenomeni che vanno accadendo in questi giorni con quelli “epocali” del “grande esodo”

    Amico 4 – Riporto la posizione di Marco Boato:
    MARCIA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI – LIDO DI VENEZIA – S.MARIA ELISABETTA – 11 SETTEMBRE 2015 – ORE 17

    E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare.
    E’ vero che non ci sono soluzioni semplici e che ogni cosa in questo mondo è sempre più complessa.
    Ma per affrontare i cambiamenti epocali della storia è necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorità per poter prendere delle scelte.
    Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi.
    Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere.
    E’ difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo.
    Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identità per poter sperare di trovarne un’altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno.
    Sono questi gli uomini scalzi del 21°secolo e noi stiamo con loro.
    Le loro ragioni possono essere coperte da decine di infamie, paure, minacce, ma è incivile e disumano non ascoltarle.

    La Marcia degli Uomini Scalzi parte da queste ragioni e inizia un lungo cammino di civiltà.
    E’ l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano. Non è pensabile fermare chi scappa dalle ingiustizie, al contrario aiutarli significa lottare contro quelle ingiustizie.
    Dare asilo a chi scappa dalle guerre, significa ripudiare la guerra e costruire la pace.
    Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere, significa lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti.
    Dare accoglienza a chi fugge dalla povertà, significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione di ricchezze.

    Venerdì 11 settembre lanciamo da Venezia la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi.
    In centinaia cammineremo scalzi fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica.
    Ma invitiamo tutti ad organizzarne in altre città d’Italia e d’Europa.

    Per chiedere con forza i primi tre necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali:
    1. certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature
    2. accoglienza degna e rispettosa per tutti
    3. chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti
    4. Creare un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino

    Amico 5 – Fornisco gratuitamente carboni ardenti.

    Amico 2 – Capisco in parte il tuo sarcasmo, Roberto. L’utopia oggi più che mai fa sorridere i realisti. Ma tu che pensi? L’esigenza di prendere posizione sia pur simbolica è del tutto vana?

    Amico 5 – Sai, secondo me la posizione “avanti c’è posto” è catastroficamente sbagliata. Le frontiere vanno difese, le FFAA non servono per fare il taxi umanitario, senza preferenza nazionale non c’è nazione, e chi pensa di integrare popoli diversi come se niente fosse ha un “cerveau de colibri”. Il compito principale è restaurare un minimo di ordine nel caos (intenzionale e no) che dilaga.

    Amico 2 a Amico 5- Ti dico chiaramente che non condivido né la posizione “avanti c’è posto” (buonista?) né quella “tirate su il ponte levatoio” (cattivista?). Vorrei tentare di ragionare per vedere sulla base di dati reali (complessità degli attuali flussi migratori di lungo periodo e non occasionali, stato effettivo delle economie dei paesi a cui i migranti cercano di arrivare e di quelli da cui provengono o scappano, differenze culturali tra migranti e indigeni, lette però nel dinamismo storico che ha sempre visto una dialettica di aperture/chiusure), quanto siano valide le varie ipotesi proposte: accoglienza, respingimento, multiculturalità, separazione delle culture e altre che non dovessi conoscere.
    Sulla tua posizione (“le frontiere vanno difese”) ho vari dubbi e obiezioni. Perché andrebbero difese sono dai migranti (con troppa facile confusione tra essi e i “terroristi”)? Da quanto tempo c’è una “libera” (in realtà conflittuale) circolazione di capitali, armi, ceti medi professionalizzati e internazionalizzati, informazioni, produzioni artistiche d’élite o di massa? E’ possibile arrestarla, farla fluire diversamente?
    La maggiore perplessità mia verso quanto sostieni è proprio questa: si possono rimettere più nella stalla i buoi che sono scappati? Tutti i discorsi alla Bauman sulle “società liquide” sono forse campati in aria? Ma anche gli Stati o i governi più potenti o “decisori” possono “restaurare un minimo di ordine nel caos (intenzionale e no) che dilaga” senza arrivare alla guerra?

    P.s.
    Spero che la discussione prosegua. Anche in questa sede. Un saluto

  10. véronique vergé il 5 settembre 2015 alle 19:32

    Per Aylan

    abitare la riva
    come un fantasma

    non ci sono limoni
    mandorli
    dove appendere
    doni

    siamo senza
    senza preghiera

    un bambino
    caduto
    sull spiaggia

    non è caduto
    nella corsa lieta

    siamo più soli
    in questa sera
    di settembre

    le luci della città
    sono la pelliccia
    del leopardo
    ingiuste per l’esilio

    è nato
    nell’incendio
    ha nuotato
    nel corpo della
    guerra
    corpo scassato

    mani verso la casa
    luminosa
    bianca come sale

    siamo inebetiti
    colpevoli
    stratti da un sonno
    smarriti

    Il bambino
    cammina sulla riva
    con piedi
    già seppelliti
    nell’ombra

  11. helena il 5 settembre 2015 alle 23:00

    Vi propongo il discorso di Ada Colau, sindaco di Barcellona, che è centrato sulle lettere ricevute dai cittadini che offrono aiuto ai rifugiati.
    https://www.youtube.com/watch?v=9iVLXQOV1bo&app=desktop

  12. andrea inglese il 6 settembre 2015 alle 13:23

    Grazie Helena, pensavo di aver difficoltà nella comprensione dello spagnolo, ma dopo venti secondi la lingua arrivava nitida e cristallina. Ieri ero a Parigi, alla manifestazione di sostegno per i rifugiati e c’era gente che srotolava striscioni “Welcome refugees”. Gli slogan di rito si potrebbe dire, in una piazza dove c’era qualche migliaio di persone. Se pero’ il sindaco di una grande città europea ripete lo stesso slogan, già qualcosa cambia. E andrebbe davvero visto questo video, anche per capire due cose: la cattiva politica si fa con le emozioni, ma anche la buona politica. Solo gli economisti liberisti credono nell’esistenza di un individuo razionale e spassionato. E un’assurda credenza diffusa particolarmente tra gli intellettuali, continua a considerare platonicamente la dimensione affettiva della politica come un’aberrazione. La seconda cosa che si potrebbe capire, è che non c’è bisogno di sofisticate analisi geopolitiche e rivoluzionari programmi anticapitalistici per sostenere concrete politiche d’accoglienza nei confronti di questa emergenza dei rifugiati. E cio’ rende ancora più intollerabile l’inerzia consapevole e vigliacca delle istituzioni.

  13. Ennio Abate il 6 settembre 2015 alle 14:38

    Bravo, Andrea Inglese, vedo che hai imparato. Dialoga solo con quelli che ti approvano. Aggiungo un bravi/e anche agli altri/e: dialogate tra simili che fa bene… all’ideologia. Un saluto

  14. Angela Palmitesta il 6 settembre 2015 alle 15:55

    Articolo molto bello, limpido come un vetro sotto il sole. Mi concedo, per ignoranza, una riflessione sul significato della parola “politica”. Il dizionario etimologico mi dice che la politica è “ l’arte di governare uno stato”. L’arte presuppone conoscenze, tecniche, studio, e poi costanza, passione, amore. Nessuna poltrona (girevole?) di un politico è mai stata oliata con queste parole. La società in cui stiamo vivendo è una società malata , la malattia di cui soffre non è mortale ma invalidante: siamo incapaci, se non a brevi sprazzi e spinti da contingenze particolari, a provare compassione. La compassione è fra le altre parole-sentimenti che suonano già datate. Temo che presto, prestissimo, diventerà parola desueta.
    L’uomo sdraiato per terra, che nessuno cerca di soccorrere, è un prodotto scaduto,
    non è più sullo scaffale, non è neppure nella stanzetta delle giacenze a rendere. È nel cassonetto, anzi, siccome è fuori dal cassonetto dispiace alla vista e al senso innato dell’ordine che tutti abbiamo. Per questo la signora lo sposta infastidita col tacco, quell’uomo per terra disturba non solo il passaggio ma pure l’ordine delle cose ,l’ordine del suo mondo. La politica non deve organizzare , deve dare agli uomini gli strumenti per non implodere nell’indifferenza e nella disumanità e questi strumenti devono insegnare la positività del disordine e del diverso.

    Angela Palmitesta

  15. andrea inglese il 6 settembre 2015 alle 16:06

    Abate, ci conosciamo da anni, e per diverso tempo sei intervenuto su NI, e abbiamo anche discusso nei commenti, senza giovamento per entrambi. Intervieni pure, esprimi il tuo disaccordo, ma non pretendere che io debba dialogare con te. Non solo non ci troviamo d’accordo, ma trovo anche che non ci capiamo. Quindi a che pro?

  16. Ennio Abate il 6 settembre 2015 alle 18:09

    @ Inglese

    Che ci conosciamo e che abbiamo in passato discusso senza giovamento per entrambi è tua (rivelatrice) opinione. Che «non ci capiamo» è una scusa. Sempre rivelatrice e tua. Non scrivo in ostrogoto. Ma poi cosa importa questo? Non pretendo di «dialogare con te» o di esserti amico. NI è uno spazio pubblico ed è comportamento civile rispondere alle obiezioni fatte da chiunque intervenga, specie se esposte in modi seri, per nulla offensivi e anzi problematici. Alla ricerca di verità – l’unica cosa che conta – contribuiscono spesso più quelli in disaccordo (apparente o reale) che quanti concordano (o dicono di concordare.

  17. anna il 11 settembre 2015 alle 14:20

    Comincio a detestare cordialmente l’aggettivo “umano”. Non per sfiducia, o mancanza di speranza, ma proprio per il senso di diffusa vergogna che l’articolo ha così ben esplicitato. E la situazione dei migranti attuale non è che un’aggravante di questa vergogna che spazia da tempo immemorabile. Quando studiavo Bacone mi chiedevo il perché del “dominio dell’uomo sulla natura”, di quel suo voler manipolare tutto, anche se stesso. Mi tornano alla mente le parole finali del diario di Anna Frank. Quell'”intima fiducia nella bontà dell’uomo” che suona così paradossale e umile, non la sento più. Non vuole essere un grido d’allarme, ma credo che soltanto partendo da una solida presa di coscienza della nostra assoluta mancanza di “decenza morale”, per citare Andrea, può nascere la consapevolezza di questa inumanità, che non è disumanità. Il “dis” connota di negativo, l’inumanità, semplicemente, ci allontana da ciò che siamo, e ci rende indecenti.



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