Della serie: Show Me a Hero

13 settembre 2015
Pubblicato da

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Habitat

di

Flavio Pintarelli

Se volessimo individuare una costante che accomuna l’opera televisiva di David Simon da The Corner a Show Me a Hero quella sarebbe senza dubbio la capacità che lo scrittore americano dimostra nel far convivere nelle sue trame l’alto e il basso, la strada e il palazzo, il sottobosco criminale e la giungla delle stanze del potere. Ma, come accade in una celebre scena della prima stagione di The Wire, quella in cui i dealer incontrano al cinema gli agenti che sono soliti “prenderli a calci in culo” per strada, la rappresentazione degli opposti come facce di una stessa medaglia per Simon è l’occasione di sgretolare i cliché a cui ci hanno abituato i narratori più pigri. Così, a incontrarsi in quel cinema di Baltimora non sono tanto poliziotti diventati criminali a furia di calcare le strade o spacciatori dal cuore d’oro, bensì uomini separati dalle circostanze e dalle regole di un gioco irrimediabilmente truccato; qualcuno lo chiamerebbe “società”, altri, più ideologici, “capitalismo”.

Show Me a Hero non fa eccezione a questa regola. È la storia, realmente accaduta, di una  una città, la città di Yonkers. Una cittadina al confine con il Bronx, tre chilometri a nord di Manhattan, stesa su una zona collinare affacciata sulle rive del fiume Hudson, nella contea di Westchester, stato di New York. A Yonkers è nato, tra gli altri, lo scrittore Richard Yates.

Show_Me_a_Hero_PosterSiamo al tramonto degli anni ’80 e c’è un giudice di nome Sand che vuole condannare le politiche di segregazione razziale messe in atto dal governo cittadino, obbligando la città a costruire 200 unità abitative popolari, ma non i temutissimi projects, alveari metropolitani ricettacolo di ogni nequizia. Bensì delle più avanzate low income houses, abitazioni per persone indigenti progettate secondo i principi della defensible space theory. Una teoria urbanistica sviluppata dall’architetto Oscar Newmann (interpretato nella serie da Peter Riegert), secondo la quale un’area urbana è più sicura quando le persone provano verso la propria abitazione un senso di proprietà e responsabilità nei confronti della comunità in cui abitano. A rendere defensible (difendibile) uno spazio contribuiscono cinque fattori:

  1. La territorialità, ovvero l’idea che ogni abitazione sia un luogo “sacro”.
  2. La sorveglianza neutrale, ovvero il collegamento tra le caratteristiche fisiche di un’area e la capacitàà dei residenti di vedere ciò che vi accade.
  3. L’immagine, ovvero la capacità del design fisico di trasmettere un senso di sicurezza.
  4. Il milieu, ovvero tutti quei fattori che hanno a che fare con la sicurezza come la vicinanza a una stazione di polizia o a un’affollata area commerciale.
  5. Le zone attigue sicure, ovvero la capacità di trasferire ai residenti l’abilità di sorvegliare le zone adiacenti alle loro abitazioni attraverso il design delle stesse.

Ciononostante nessuno dei bravi, onesti, operosi cittadini di Yonkers è disposto ad accettare che un giudice e una manciata di avvocati ebrei di New York possano minacciare il quieto vivere della loro neighborhood e il valore dei loro immobili.

Show Me a Hero 1

Nick Wasicsko (Oscar Isaac) questo concetto lo ha capito alla perfezione. Nick è un politico locale, membro del consiglio comunale, che contro ogni pronostico decide di candidarsi alle elezioni contro il sindaco in carica, Angelo Martinelli (Jim Belushi). Martinelli è un pezzo da novanta della politica locale. Nessuno può neanche lontanamente immaginare che possa perdere la tornata elettorale. Ma Wasicsko ha capito che la questione degli alloggi è il terreno di scontro perfetto su cui sfidare l’avversario. Così tocca la pancia delle persone, fa campagna elettorale promettendo di opporsi alla sentenza e vince, tra l’incredulità di tutti.

La vittoria, tuttavia, diventa la sua condanna. La sentenza del giudice Sand è inappellabile. Gli avvocati del Comune sanno che non ci sono margini di trattativa e, come se non bastasse, se la sentenza dovesse restare inapplicata le multe comminate ridurrebbero rapidamente la città in bancarotta.

Wasicsko è perciò costretto a dover approvare un piano di edilizia popolare. Lo deve fare a dispetto dell’ostilità crescente della cittadinanza e dei suoi stessi elettori, in un clima reso irrespirabile da chi soffia sul fuoco per alimentare la tensione razziale e maschera il razzismo dietro discorsi razionali. Come se non bastasse, il giovane primo cittadino deve guardarsi anche dalla fronda interna al consiglio comunale, capitanata dal vice sindaco Hank Spallone che, a dispetto della realtà dei fatti, continua ad opporsi al piano di edilizia abitativa, guadagnando sempre più consensi. Wasickso resta così vittima della sua stessa retorica e, dopo due anni, perde la carica proprio contro Spallone.

Show me a hero è un meditato apologo sulla politica in forma di tragedia. “Show me a hero, and i’ll write you a tragedy” recita infatti la citazione completa di Fitzgerald che Simon sceglie come titolo per la sua miniserie. Lo scrittore americano affonda infatti le mani nel materiale tragico. Siamo nel territorio di Antigone, solo che alla legge degli dei, quella del cuore e dell’amore fraterno, s’è sostituita la legge della pancia, quella soffia sulle paure e le insicurezze delle persone. A contrapporsi a questa c’è la legge degli uomini, l’apparato kafkiano di regole che deve applicarsi no matter what. Nessuna delle due ha però la ragione di prevalere, sono cieche entrambe, entrambe non sono altro che rulli compressori che livellano la complessità delle cose.

Lo si vede bene in quell’unico, lunghissimo montaggio alternato parallelo che è il secondo episodio. Dove alle udienze presso la Corte Federale presieduta da giudice Sand si avvicendano le sedute del consiglio comunale di Yonkers. Non c’è uscita possibile dal circuito. A ogni passaggio l’intensità dell’ostinazione delle due leggi non fa che aumentare. Più la legge degli uomini vuole dimostrarsi inflessibile, perché quell’inflessibilità è la sua unica ragion d’essere, più la legge della paura diventa aggressiva, schiuma, s’agita e morde.

Show Me a Hero 3

Una morsa letale che schiaccia tra le sue ganasce uomini e donne a dispetto delle loro buone intenzioni. Così è Mary Dorman (Chaterine Keener) e così è Nick Wasicsko quando, alla fine dell’episodio, l’alternanza del circuito inflessibilità-paura si chiude nel convergere delle loro voci al telefono. Mary trasalisce, quando al telefono del Comune è il sindaco in persona a rispondere. Accorgersi che a ricoprire quella carica non è una figurina di carta ritagliata, ma il l’alito concreto della voce di un uomo in carne e ossa ha la forza di un pugno. Il ritorno della corporeità, il riconoscersi al di là dell’ordine del simbolico che la politica impone ai suoi protagonisti, è la vera forza della narrazione di Simon, quella tessitura che imbastisce e cuce insieme l’alto e il basso.

Siamo fuori dalla rappresentazione della politica come regno assoluto del behind the scene, della retroscenistica complottarda. È il fantasma di House of Cards che appare dovunque in controluce, quando si guarda Show Me a Hero. Quanto sono diverse le tombe dei padri nei due show? In uno la lapide ridotta a pisciatoio, nell’altra muta pietra a cui ci si appella, fino alle estreme conseguenze. Quanto è gratuitamente inumano il primo e quanto è irridicibilmente umano il secondo?

Nella trama allegorica tessuta di Simon c’è l’oggi che viviamo. Qui, ora, ma anche altrove, in ogni parte del mondo. Lo scontro tra la legge della paura e la legge degli uomini è il presente odierno, trasportato a Yonkers, tra la fine degli anni ’80 e l’alba dei ’90. Come a dire che non si tratta solo di Zeitgeist, ma che quello scontro, quelle dinamiche possono prodursi ovunque, dovunque, in qualsiasi tempo quando se ne danno le condizioni.

C’è una soluzione a tutto questo? Chi la chieda a un narratore se non è in malafede è quantomeno sciocco, perché il compito del narratore è raccontare, e nel raccontare far sentire quel residuo ultimo di umanità che alberga sotto ogni simbologia, sotto ogni riduzionismo. Come fa Simon, quando intreccia le vicende della politica alla vita minuta dei suoi personaggi. Le microstorie dell’umanità delle case popolari, spinta ai margini, eppure dignitosa sono fatte della medesima sostanza della macrostoria delle corti di tribunale e delle aule della politica.

Così come, ancora una volta, sono gli incontri tra le persone a fare la differenza. La scoperta dell’altro è la forza che scava sotto le fondamenta del muro dei simboli. Così, ancora una volta, il personaggio di Mary Dorman scopre l’umanità al di fuori della mura domestiche. Il saluto di Pat, la donna di colore, la militante di lunga data che tende la mano alla militante dell’ultimo minuto ha una forza dirompente. Instilla il dubbio, cambia la gelatina alla luce che colora la scena, scuote anche la convinzione che pareva più solida. Ancora una volta l’arte si mostra per quello che è o dovrebbe essere davvero: potere trasformativo in grado di ri-scrivere la realtà in forma di finzione e nel raccontarci la prima attraverso la seconda indicarci la strada da seguire. In fin dei conti, cosa vogliamo chiedere di più a un narratore?

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