Città buie

3 ottobre 2015
Pubblicato da

di Nicola Fanizza

 

Nel mese di luglio, sono tornato nel mio Paese, nella casa dove sono nato tanti anni fa. Da Milano ho portato qualche libro, il portatile e la voglia di recuperare l’assenza di tutti questi anni che mi separano dall’infanzia e dalla prima giovinezza. Ho trovato sempre meno amici. Molti sono andati via. Sono andati via per vivere altrove oppure sono andati nel cimitero per riposare per sempre.

Ho incontrato anche alcuni amici che avvertono la morte dietro al collo. I decessi in questi ultimi anni sono aumentati per l’insorgenza di neoplasie che hanno investito per lo più l’apparato digerente. Da qui l’accusa rivolta ai proprietari della discarica che è presente nel territorio di un paese vicino. Questi ultimi sono stati rinviati a giudizio, poiché – questo dice l’accusa – avrebbero inquinato le falde acquifere che vengono utilizzate per irrigare la frutta e la verdura.

Tutto ciò ha penalizzato i contadini che possiedono i poderi nelle zone contigue alla discarica. I consumatori, quando si recano al mercato, sono preoccupati per la loro salute: comprano, infatti, solo la frutta e gli ortaggi che provengono da fondi ritenuti «sicuri», ossia da colture ubicate in aree agricole distanti dalla discarica.

Nel paese che mi ha visto nascere ho parlato solo con i vecchi. I quali mi hanno detto che anch’essi non conoscono i giovani e che parlano solo fra loro. Penso che i giovani, come sempre, più che ai loro padri assomigliano al loro tempo. Un tempo ansiogeno e volgaruccio, un tempo che – come nel resto della penisola italiana – è di attesa.

Nondimeno ciò che mi ha maggiormente colpito è stato il sensibile aumento dei cani che vengono portati a passeggio dai loro proprietari. Quello del cane depresso o del gatto schizzato è diventato, purtroppo, l’argomento principale negli incontri con i parenti e con gli amici di famiglia. Sicché, per affrancarmi da quei noiosi rituali, ho preferito darmi alla lettura.

Nel vivo chiarore delle giornate passate al mare, ho letto l’ultimo libro di Waldemaro Morgese Città buie – Il Grillo Editore, Gravina, 2015, euro 10,00 –, che si articola in tre brevi racconti. Si tratta di un libro di rara bellezza, di un libro in cui l’autore si mette in gioco, di un libro a tratti sofferto, di un libro che ci restituisce con tono lieve e con accenti autobiografici gli opposti di cui il Sud è costituito, di un libro che tutti i meridionali dovrebbero leggere per avere un’immagine corretta di loro stessi.

Morgese invita gli abitanti del Sud a guardarsi allo specchio, li invita ad osservare, nei loro stili di vita e nelle loro fattezze, quei particolari che rischiano di farli sentire un po’ più brutti di quello che pensano ma che hanno il merito di restituirli a loro stessi, aprendo nuove chance, nuove linee di fuga, nuove vie esistenziali.

Nora, Moby e Achille – i protagonisti dei tre racconti – si sentono responsabili della bellezza del mondo. Vogliono che le città in cui vivono siano splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non sia deturpato nè dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d’una ricchezza volgare. Nondimeno ciascuno di loro si rende conto che il Sud è un ossimoro: sono consapevoli di vivere in luoghi bellissimi che tuttavia sono spesso deturpati dall’incuria e a volte persino dalla spazzatura; sono altresì consapevoli che la generosità manifestata da alcuni individui è solo di facciata poiché è finalizzata a promuovere il loro prestigio sociale. Di fatto quegli stessi individui alimentano con i loro comportamenti pratiche ai limiti della legalità.

Nel primo racconto, la protagonista è Nora, una bibliotecaria che ha la passione per la lettura e il teatro, è impegnata nel sociale e dà lezioni gratuite e non richieste agli studenti che frequentano la sua biblioteca.

Probabilmente per deformazione professionale, ha il vizio di catalogare qualsiasi cosa. Ritiene che ogni sua scelta deve essere ponderata; scheda persino i suoi pretendenti e tuttavia non riesce a vedersi accanto a nessuno dei ragazzi che frequenta.

Intanto la città marina in cui lavora diventa sempre più opaca, sempre più invivibile per il dilagare della criminalità organizzata, per l’incanaglimento delle relazioni e per il passato che non passa (la parte maledetta della nostra tradizione). Viene colpita in modo particolare da un evento drammatico: nella stazione ferroviaria, un ragazzo si era lanciato sotto il treno, poiché suo padre non accettava che il figlio fosse omosessuale.

Nora si sente triste, avverte un forte disagio esistenziale e, appena ne ha la possibilità, si trasferisce in una biblioteca ubicata in collina.

Lì le sembrava di vivere in un tempo senza tempo ed era ancora possibile instaurare relazioni autentiche e cordiali. Lì, finalmente, stringe un’«intima amicizia» con Arturo, un maturo proprietario di una casina tutta bianca. Amavano spesso conversare, facevano passeggiate lunghissime «respirando il profumo del pino da frutto» e spesso Nora restava a cena con lui «sotto un cielo terso e fittamente stellato».

Con l’aiuto di Arturo, Nora si impegna nella tutela del territorio, progetta la costituzione di un ecomuseo con l’obiettivo di proteggere le bellezze di quelle terre e si attiva per riunire i contadini e gli abitanti del luogo in un’associazione per sostenere il progetto ecomuseale.

Ciò che legava Nora al proprietario della casina bianca era l’inquietudine che a volte scorgeva sul suo volto. Arturo diceva che la «vita è tutta una sequela di incertezze» e ciò nondimeno cercava il senso della sua vita. Di fatto cercava di comunicare con gli altri e nel contempo amava ritagliarsi uno spazio di intimità segreta. Arturo – dice Nora – le aveva confidato che «quando voleva capire meglio il mistero della vita e della morte era solito sedersi davanti ai ritratti dei suoi antenati per entrare in dialogo profondo con loro e ripercorrere gli scampoli a lui noti delle loro esistenze».

Nora avrebbe potuto apprendere tante cose da Arturo, ma un evento accidentale spezzò la sua vita. Nora considerava quella morte come un accanimento del destino. Arturo per lei era uno delle tante persone che sono come il vento. Sembrano esistere soltanto per andarsene.

Nel secondo racconto, il protagonista è Moby, che ha una storia difficile alle spalle. E’ figlio di una ragazza madre e, per di più, ha vissuto la sua infanzia in un contesto affettivo attraversato da disagi esistenziali. Moby è un ragazzo dai piedi nervosi: infatti, appena diventa maggiorenne, decide di andare via per giungere fino ai confini del mondo. Nondimeno, cambiando il luogo di residenza, Moby non riuscirà a risolvere i suoi problemi esistenziali e, venuto a sapere che suo padre si era fatto vivo e lo cercava, deciderà di tornare a casa.

Infine, nel terzo racconto, il protagonista è Achille, il quale si rende conto di non provare alcun amore per la sua ragazza, decide di lasciarla e di partecipare al concorso per entrare nell’Accademia della Marina militare, che è situata a Livorno. Qui, durante i tre anni di corso, si impegna nello studio, supera brillantemente gli esami, consegue il brevetto di ufficiale di marina e diventa un autentico lupo di mare. Quando non è in giro per il mondo, Achille manifesta il suo vivo interesse per tutto ciò che consente di ricostruire un tessuto di pensieri e di conoscenze degne. D’altra parte non riesce a dissimulare la sua insofferenza nei confronti delle dinamiche degradanti che investono lo spazio sociale e l’assetto urbanistico del suo quartiere.

I protagonisti dei tre racconti cercano ognuno a suo modo – attraverso il viaggio, lo studio e le relazioni – di pervenire alla loro sovranità, sono individui che esprimono bisogni sociali autentici, bisogni che sono opposti e complementari: il bisogno di sicurezza e quello di apertura, il bisogno di certezza e il bisogno di avventura, quello di organizzazione del lavoro e quello del gioco, di unità e di differenza, di solitudine e di comunicazione.

Le città del Sud – dice Morgese – sono troppo buie. L’antidoto non viene individuato nella nostalgia e nella memoria di un mondo perduto o in un piano identitario da rivendicare, bensì nelle forme di sociabilità che qui ed ora sono già disseminate sull’esergo del sistema (la collina): ossia nei nuovi modi di vita domestica, nelle nuove pratiche di vicinato, di istruzione, di salvaguardia del territorio, di presa in carico dei bambini e delle persone anziane, dei malati, ecc.

In fin dei conti Morgese dà ragione a Franz Kafka quando asseriva che conviene «lasciar dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo si ottiene un presente assonnato!».

 

 

 

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4 Responses to Città buie

  1. FEDERICO LA SALA il 3 ottobre 2015 alle 09:28

    UNO SPLENDIDO TESTO. PER LE SUE NOTE SULLE “CITTà BUIE” E SUL “PRESENTE ASSONNATO”, EVOCA CON FORZA UNO SCENARIO QUASI PROFETICO, DA ISAIA (21, 11): “Sentinella, quanto resta della notte?”. E restituisce al proprio paese – nel caso, a Mola di Bari, come al nostro stesso presente – quella apertura “marina”, messianica già di Kafka, come di Benjamin!

    Federico La Sala

  2. vito rotondi il 3 ottobre 2015 alle 09:37

    Tutto vero. Ciò che colpisce maggiormente è la mancanza di dialogo tra generazioni? Le cause? Tante e dovute a tanti abbandoni di comportamenti e abitudini e comportamenti.

  3. Gughi il 5 ottobre 2015 alle 08:54

    Molto interessanti, è evidente, i racconti e acute le osservazioni della recensione critica e simpatetica. Un problema: lo scarto biologico tra le genrazione era fisiologico ma i giovani di oggi vuvono un trauma antropologico, una mutazione d paradigmi appena denominato dalle etichette Midernità e Posmoderno nella ns età della Globalizzazione,

    • FEDERICO LA SALA il 6 ottobre 2015 alle 11:34

      DOCUMENTI *

      ***

      LAMENTO PER IL SUD

      di Salvatore Quasimodo

      – La luna rossa, il vento, il tuo colore
      – di donna del Nord, la distesa di neve…
      – Il mio cuore è ormai su queste praterie,
      – in queste acque annuvolate dalle nebbie.
      – Ho dimenticato il mare, la grave
      – conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
      – le cantilene dei carri lungo le strade
      – dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
      – ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
      – nell’aria dei verdi altipiani
      – per le terre e i fiumi della Lombardia.
      – Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
      – Più nessuno mi porterà nel Sud.

      – Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
      – in riva alle paludi di malaria,
      – è stanco di solitudine, stanco di catene,
      – è stanco nella sua bocca
      – delle bestemmie di tutte le razze
      – che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
      – che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
      – Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
      – costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
      – mangiano fiori d’acacia lungo le piste
      – nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
      – Più nessuno mi porterà nel Sud.

      – E questa sera carica d’inverno
      – è ancora nostra, e qui ripeto a te
      – il mio assurdo contrappunto
      – di dolcezze e di furori,
      – un lamento d’amore senza amore.

      ***

      Sud, Don Mazzolari contro Quasimodo

      di Giuseppe Matarazzo (Avvenire, 5 ottobre 2015)

      ​ ​ ​«Vi dico che se fossi un “terrone” (poeta o pittore, magistrato o usciere, poco importa), indirei una crociata per il Sud, per la Sicilia, per la Sila, per il Tavoliere; e ci metterei tutto il cuore nel mio lamento, tutto l’amore, come ce lo metto lo stesso, senza aver mai visto né la Sicilia, né la Calabria, solo perché sono italiano, solo perché sono cristiano, solo perché sono prete».

      Don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo, una delle figure emblematiche del cattolicesimo del Novecento, si rivolge al poeta Salvatore Quasimodo in maniera dura e appassionata fra le colonne de L’Italia del 19 novembre 1949 («Lamento per certi uomini del Sud») e poi in un carteggio ricostruito fra gli innumerevoli brani originali e inediti nel monumentale Diario. V, 25 aprile 1945 – 31 dicembre 1950 edito da Edb a cura di Giorgio Vecchio (pp. 448, euro 30,00). Il parroco scrittore non riesce a «staccarsi», senza intervenire, dal Lamento per il Sud dell’intellettuale siciliano, e dalla cantilena che lo accompagna: «Più nessuno mi porterà nel Sud».

      Un «lamento d’amore senza amore», come scrive nell’ultimo verso della poesia datata 1949 (da La vita non è sogno e ristampata sull’Unità del 13 novembre di quell’anno: «Il mio cuore è ormai su queste praterie,/ in queste acque annuvolate dalle nebbie./ Ho dimenticato il mare, la grave/ conchiglia soffiata dai pastori siciliani, /le cantilene dei carri lungo le strade/ dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,/ ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru/ nell’aria dei verdi altipiani/ per le terre e i fiumi della Lombardia./ Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria./ Più nessuno mi porterà nel Sud». Quelli di Quasimodo sono versi di nostalgia, di rabbia. Il destino di tanti, troppi forse, meridionali costretti a emigrare.

      Don Mazzolari legge invece questo sfogo in negativo, intravede il distacco, la resa, l’inerzia. E si rivolge «a voi» perché «lo ripetiate ai molti siciliani, calabresi, pugliesi, lucani… che, saliti al Nord, occupano meritatamente eminenti posti nella politica, nelle lettere, in arte, nella magistratura, nella burocrazia, nel commercio, ovunque. Se mi sdegno perché non parlano, perché non fanno: se mi sdegno nel sentirli ripetere che “più nessuno li porterà nel Sud” quasi fossero degli evasi, non ditemi, caro Quasimodo, che esagero o che offendo tutta una rispettabile categoria di cittadini».

      Il sacerdote incalza il futuro premio Nobel (nel 1959): «Se fossi un siculo o un calabro, sarei già tornato per tracciare una strada, costruire una casa, trivellare un pozzo, aprire una scuola, fondare una chiesa: almeno per fare una barricata, a costo di lasciarci la pelle. Un morto di più, ma consapevole». E ancora: «È troppo comodo far la rivoluzione a Milano, in Galleria, o a Roma, in via Veneto respirando nebbia e fumo di sigarette di contrabbando, facendo il cortigiano a mecenati rossi e neri, agli avventurieri indollarati, che ci aiutano a dimenticare “il mare, la grave – conchiglia soffiata dai pastori siciliani (…)”. Voi, Quasimodo, uomo di cuore, poeta di cuore, non gli dovete staccare il vostro cuore per portarlo “su queste praterie, – in queste acque annuvolate dalle nebbie”. (…) Dove però si finisce per star bene, troppo bene, da borghesi».

      Segue l’invito a vedere invece laggiù nel Sud («dove i vostri occhi non vogliono più vedere») quello che ha visto Gaetano Baldacci (direttore del Giorno, ndr), sullo sfondo della dibattuta riforma agraria: «Pittori e letterati comunisti e loro vicini di casa fornicano con quell’alta società di latifondisti e di possessori di piccole cilindrate fuori serie, la quale spesso ne divide i gusti e ne appaga le inclinazioni, magari con il frutto di quelle terre di dolore e di vergognoso sfruttamento».

      Il poeta non si fa pregare nel rispondere a tono (ne L’Italia del 27 novembre, «Più nessuno mi porterà al Sud»), ma «con piacere» a parole che «come sempre, hanno il “furor” del crociato». «Ricordo una Sua predica sull’altare che copre in Assisi la tomba di san Francesco: ed erano, anche quelle, parole forti di carità in un tempo in cui anch’io, forse, speravo che la Chiesa avrebbe portato finalmente la sua potenza in difesa delle moltitudini dei poveri umiliati dall’ingiustizia.

      Lei rimprovera a me, uomo del Sud, la compiacenza d’una evasione fisica da quelle terre, dai sentimenti di quel popolo, che sono, poi, i veri contenuti della mia poesia. Ma nel mio Lamento per il Sud Lei, lettore, ha dato una risposta negativa a due miei versi. Il primo, “più nessuno mi porterà nel Sud”, non è un rifiuto, ma un rimpianto; l’altro, che chiude la poesia, dice di “amore senza amore”, che è amore non corrisposto».

      Ma «lasciamo più sottili considerazioni ai vecchissimi e mediocri critici che vogliono ancora oggi valorizzare i calligrafi, i giocatori di prosa lirica, questi tardi baudelairiani da caffè-concerto; il nostro discorso doveva essere un altro, di natura morale, non estetica. È un discorso senza rettorica, perché quando Lei invita me o altri uomini del Sud, poeti, pittori, sacerdoti, a correre laggiù con animo di crociati per alzare magari una barricata (contro i baroni e il Governo?) o a tracciare una strada, aprire una scuola, Lei, caro don Mazzolari, si lascia trascinare dal suo violento amore cristiano in un’onda oratoria.

      Costruire strade, scuole, acquedotti? E con che? E proprio a me scrive queste cose, che in Calabria e in Sardegna e in altri luoghi ho costruito strade, ponti, scuole, case per il popolo, per dodici anni della mia giovinezza, vivendo in mezzo agli operai, alla povera gente, che porta la propria mente sempre “vestita d’una veste nera in segno di dolore e di martirio”?».

      «E “terrone” che vive alla giornata come un operaio sono rimasto dopo 15 anni di vita lombarda. E a Lei, che non è solo sacerdote, ma uomo di cultura che non dimentica la politica, posso dire che la riforma agraria attuata con legge o con violenza, toglierà dall’isola anche i battaglioni antigiuliani. Nessun esercito ha mai circondato o istituito il coprifuoco a Milano quando c’era da dare la caccia a un bandito o a un’associazione di delinquenti: là, in Sicilia, per annuvolare il problema dei feudi, è facile il gioco, anche se più grave la posta».

      Era la risposta attesa da don Mazzolari (che replica in coda al testo di Quasimodo): «Se non avessi avuto la certezza della vostra povertà, non avrei osato prendere il pretesto da una vostra poesia per un’esortazione che è buona per ognuno di noi. Nessun italiano può dire di non avere qualche torto verso il Sud. Bisogna che ci pensiamo tutti un po’ di più e con più cuore e buon volere, affinché le riforme vengano, non dietro violenza, ma per legge, non suggerite dalla disperazione, ma dall’amore, che è compimento di giustizia. Non vedo altra strada, e sono certo che la mia Chiesa, più che la sua potenza, mette, oggi, la sua maternità a difesa delle moltitudini umiliate. Io vivo di questa fede».

      Ironia della sorte, il poeta morirà nel 1968 nel Sud, a Napoli, colpito da un ictus mentre si trovava ad Amalfi. E il Sud, i siciliani e i meridionali della nuova diaspora dopo 50 anni sono ancora sospesi fra lamento, nostalgia, rabbia. Il coraggio di sporcarsi le mani e il senso di impotenza di fronte all’irredimibilità sciasciana, al cambiamento impossibile. Sia che si resti. Sia che si vada altrove, «su queste praterie, in queste acque annuvolate dalla nebbia». Così com’è attuale, quindi, il monito e lo sdegno di Mazzolari e il senso di una «crociata».

      * Un ulteriore contributo alla discussione e alla riflessione: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5811

      Federico La Sala



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