I pantaloni di Victor Hugo

17 ottobre 2015
Pubblicato da

di Orsola Puecher

 
La tragica fine a Dachau di ⇨ Noor Inayat Khan, principesssa indiana sufi, radiotelegrafista per i servizi segreti inglesi d’appoggio alla Resistenza in Francia, contrapposta alla sua figura delicata di musicista, suonatrice d’arpa, poeta e scrittrice di favole mistiche per bambini, ha lasciato in questi mesi un suo segno speciale. Ne abbiamo parlato in una ⇨ trasmissione radio, una studentessa d’arpa sta cercando le sue composizioni per poterle suonare e restituirle un soffio reale di vita, qualcuno medita ogni sera leggendo una delle sue Venti vite del Budda.
Noor Inayat Khan

Noor Inayat Khan

I pantaloni di Victor Hugo è un piccolo aneddoto, il più curioso della raccolta King Akbar’s Daughter, altre favole scritte da Noor ispirate da leggende cristiane, Echo, Baldur, fiabe orientali, storie di Troll e Paladini di Francia. E’ una breve immagine dell’infanzia di Hugo, riportata nella biografia scritta dalla moglie Adèle Foucher, compagna di giochi di Victor e dei suoi fratelli nel giardino misterioso del Convento dei Feuillantines, che rimarrà impressa per sempre nell’anima dello scrittore, con il rimpianto e la nostalgia di quei ricordi fondanti dei primi anni di vita che non perdono mai il loro potere speciale e fantastico. Forse Noor l’ha riscritto ricordando la sua di infanzia felice, ormai lontana e perduta, con i numerosi fratelli, nell’altrettanto mitico e misterioso giardino della dimora Fazal Manzil a Suresnes nei pressi di Parigi, abbandonata in fretta dopo lo scoppio della guerra. E quei teneri ricordi di certo l’avranno accompagnata e sostenuta nei lunghi mesi di carcere in Germania e nel martirio finale. Il filo esile che lega tutte queste vicende è una trama di riferimenti, riscontri, somiglianze e la loro eco risuona nei giardini segreti, nei luoghi dell’infanzia di ognuno, che sopravvivono intatti, nonostante il passare del tempo, l’esilio, lo svanire di cose e persone, il fuoco delle guerre e delle distruzioni.
 
 
Il Reggimento dei Dragoni

Il Reggimento dei Dragoni

Trois jeunes tambours [1745 ca.]
 
I pantaloni di Victor Hugo
di Noor Inayat Khan
da King Akbar’s Daughter
Stories for everyone

Pag. 12-15 [Sulük Press 2012]

   VICTOR HUGO a quei tempi era molto piccolo e, come tutti i bambini della sua età, aveva la mania di giocare alla guerra. Il campo di battaglia era il giardino della loro casa al numero 12 de L’Impasse des Feuillantines a Parigi. Il fortino era la tana dei conigli. E’ là che il giovane comandante Victor si difendeva da suo fratello Abel, il nemico che assediava il bastione della tana. Tutto si svolgeva a colpi di bastoni, che si procuravano sradicando i pali della vigna.
   Alla fine della battaglia i pantaloni erano sempre ben conciati e Madame Hugo era molto stanca di tutti quegli strappi.
   “Ci vogliono dei pantaloni di cuoio per questi bambini. Si vergogneranno di indossarli, ma così impareranno,” pensava. E chiamando i due monelli:
   “Bambini,” disse loro,”se strapperete ancora una volta i pantaloni, ve ne farò di cuoio come quelli dei Dragoni!”
   La minaccia fu così efficace che a partire da quel giorno i pantaloni non furono più ridotti a brandelli.
   Ma un giorno, mentre Victor ritornava da scuola, un reggimento tutto decorato d’oro passò per le strade.
   “ Cos’è questo?” chiese Victor,” Le uniformi sono così belle!”
   “E’ il reggimento dei Dragoni,” gli rispose la domestica.
   Quella sera Victor era silenzioso come un topolino. Sua madre lo cercò dappertutto, era introvabile. Dopo averlo cercato ancora, lo trovò nascosto in un angolino del giardino, mentre con calma stava strappandosi i pantaloni con un coltello.
   “Che cosa stai facendo?” esclamò la mamma.
   “Tu mi hai detto,” rispose Victor, “ che se avessi strappato i pantaloni, avrei avuto quelli dei Dragoni.”
   “E allora?” chiese lei.
   “Bene,” rispose Victor, “ho visto i Dragoni e voglio avere dei pantaloni come i loro.”

   VICTOR HUGO était alors tout petit et comme les garçons des son age, il avait le caprice de jouer à la guerre. Le champ de bataille était le jardin de leur maison au no. 12 de L’Impasse des Feuillantines a Paris. La place fort était la niche des lapins. C’est là que le jeune commandant Victor se défendait contre son frère Abel, l’ennemi qui assiégeait les remparts de la niche. Tout cela se faisait à coups de bâtons qu’ils trouvaient en déracinant les échalas.
   La bataille terminée, les pantalons étaient toujours très bien arrangés et Madame Hugo était bien ennuyée de tous ces lambeaux.
   “Il faut des pantalons de cuir à ces enfants-là. Ils auront honte de les porter, ma cela leur apprendrait,” pensa-t-elle. Et appelant les deux gamins:
   “Mes enfants,” leur dit-elle. “si une fois de plus vous déchirez vos pantalons, je vous en ferai en cuir come aux dragons!”
   Bien fort fut la menace et à partir de ce jour les pantalons ne furent plus en lambeaux.
   Mais un jour lorsque Victor retournait de l’ecole, un régiment tout ornè d’or passa par les rues.
   “Qu’est-ce-que c’est?” demanda Victor, “les uniformes sont si beaux!”
   “C’est le Régiment des Dragons.” répondit la bonne:
   Ce soir-là Victor était silencieux comme un souris. Sa maman le chercha partout, il était introuvable. Après bien des recherches, elle le retrouva chaché dans un petit coin du jardin, bien tranquillement avec un coteau en train de percer son pantalon.
   “Et qu’est-ce que tu fais là?” s’ecria la maman.
   “Tu m’as dit,” repondit Victor, “que si je déchirais non pantalon, j’en aurais comme les dragons.”
   “Et alors?” demanda-t-elle.
   “Eh bien,” répliqua Victor, “c’est que j’ai vu les dragons et je tiens à avoir un pantalon comme eux!”

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F. Chopin Walzer Op.34 N.2 in La minore
Piano Jan-Marc Luisada


 

VICTOR HUGO RACONTÉ PAR UN TÉMOIN DE SA VIE

[La testimone è Adèle Foucher, moglie di Hugo. Questa biografia fu scritta a Guernesey nel 1863, in stretta collaborazione con lo stesso Hugo, ma fu in seguito rimaneggiata e censurata dal figlio Charles e da Auguste Vacquerie. Il manoscritto originale è uscito con il titolo “Victor Hugo raconté par Adèle” Plon, 1985]

Capitolo VII – LES FEUILLANTINES

Ritornata a Parigi per la scuola dei figli, la signora Hugo andò ad abitare nel quartiere degli studi; cercava una casa dalle parti della chiesa di Saint-Jacques-du-Haut-Pas, ne vide una che aveva un giardino. Ho già detto che era indifferente ai grandi aspetti della natura; non dava importanza alle montagne, ma adorava i giardini. Dunque, vedendo il giardino, non guardò la casa, e vi sistemò la famigliola. Ma non si era accorta che c’erano alberi per gli uccelli, ma non camere per i bambini.[…]
 
Un giorno rientrò raggiante! Aveva trovato!

Il convento dei Feuillantines

Il convento dei Feuillantines

Parlò così tanto della sua scoperta che fu costretta a mostrarla. Il giorno dopo, fin dalla mattina, Eugène e Victor vi andarono con lei. Era solo a pochi passi; entrarono nel vicolo cieco dei Feuillantines al n° 12, un cancello si aprì, attraversarono un cortile, quindi si trovarono in un piano terra. Era là. La mamma voleva far loro ammirare la sala da pranzo e il salone, vasti, dai soffitti alti, con alte finestre, pieni di luce e di canti di uccelli, ma non riuscì a trattenerli in casa, avevano visto il giardino!
 
Giardino Non era un giardino, era un parco, un bosco, una campagna. Se ne impadronirono all’istante: si chiamavano rincorrendosi, poi sparivano, pareva si fossero persi, erano contentissimi. Non avevano occhi abbastanza grandi, né gambe abbastanza lunghe. Facevano continue scoperte. — Sai cosa ho trovato? — Non hai visto nulla! — Per di qua! Per di qua! – C’era un viale di castagni dove poter mettere un’altalena. C’era una cisterna secca che sarebbe stata stupenda per giocare alla guerra e andare all’assalto. C’erano fiori quanti se ne potevano sognare, ma c’erano soprattutto angoli che non erano stati coltivati da tempo e dove erano cresciuti liberamente erbe, piante, cespugli, arbusti, una foresta vergine per dei bambini. C’erano così tanti frutti, che non si raccoglievano quelli che cadevano dai rami. Era la stagione dell’uva; il proprietario autorizzò i ragazzi al saccheggio delle viti e ritornarono ubriachi.
 
Il proprietario si chiamava Lalande e aveva comprato il convento dei Feullantines quando la Rivoluzione lo aveva confiscato alle religiose. Ne occupava una parte e affittava l’altra.
[…]
Ma la vera festa, fu il trasloco. I giorni precedenti furono impiegati a imballare i soldatini di piombo e i cannoni, a impacchettare le biglie e le trottole, e le figurine, senza dimenticare nulla, per non dover ritornare. Finalmente si partì, si arrivò, ci si sistemò in questo luogo di delizie, ci si addormentò, ci si svegliò, che gioia immensa! I primi giorni furono di esclusiva proprietà dei due fratelli. Non ebbero altra cosa da fare che prendere possesso del loro nuovo mondo, fare uno studio approfondito degli anfratti e dei cespugli, imparare la geografia del giardino.
[…]
Venne l’inverno, meno divertente dell’estate, ma dove poter fare a palle di neve faccia; poi ritornò la primavera con i botton d’oro, per i quali avevano un’adorazione rispettosa e che temevano di calpestare quasi quanto le coccinelle. Ma ciò che trovavano ancora più bello nel giardino, era ciò che non vi era. Era ciò che vi metteva la loro immaginazione di bambini, così instancabile, come l’immaginazione dell’uomo, nel crearsi chimere e incantesimi. Per loro c’era qualcosa nella cisterna secca, dove non c’era nulla. C’era soprattutto “il sordo„. E l’autore de “I miserabili” si è ricordato del “sordo”, “questo mostro favoloso che ha squame sotto il ventre ma non è una lucertola, che ha pustole sul dorso ma non è un rospo, che abita i fori dei vecchi forni a calce e i pozzi secchi, nero, peloso, vischioso, strisciante, a volte lento, a volte rapido, che non grida, ma guarda, e che è così terribile che nessuno l’ha mai visto.„1

hugo e adele
Adèle e Victor

La domenica Abel aveva vacanza e si aggiungeva ai divertimenti. Ma si era al gran completo soltanto quando la signora Foucher portava i suoi bambini. Il brindisi in Municipio era in cammino per realizzarsi. Dopo due maschi, il cui primo non era sopravvissuto, il Cancelliere del Consiglio di Guerra aveva avuto una figlia, e il marito non le sarebbe mancato, poiché invece di un maschio il Colonnello Hugo ne aveva tre.
Spesso, le sere d’estate, la signora Foucher veniva a trovare la sua amica ai Feuillantines. Portava suo figlio Victor e sua figlia Adèle, già in età di trotterellare, di divertirsi e di mescolare il suo piccolo baccano al chiasso dei ragazzi.
 
L’altalena pensata da Victor il giorno della sua prima visita era stata installata nel luogo che il suo buon occhio gli aveva destinato. E lui ne usava e abusava. Nessuno ne approfittava se non Victor; una volta montato sopra, non si riusciva più farlo scendere; in piedi sull’altalena, metteva tutta la sua forza e tutto il suo amor proprio nel lanciarla il più in alto possibile e scompariva fra il fogliame degli alberi, che si agitavano come al vento. A volte si degnava di offrire il posto alla bambina, che si lasciava issare, onorata e tremante, e che si raccomandava di dondolarla meno in alto che l’ultima volta.
 
L’altalena aveva una rivale; era una vecchia carriola zoppa. Si metteva la signorina Adèle nella carriola e le si bendavano gli occhi. Quindi i ragazzi la trasportavano per i viali e lei doveva dire dov’era, ed era un’esplosione di felicità e di risate quando si sbagliava e si era persa nel giardino. Ogni tanto indovinava, ma controllando la benda e ci si accorgeva che aveva barato. Allora i ragazzi si arrabbiavano, era sciocco, e occorreva ricominciare; si stringeva il fazzoletto fino ad annerirle la pelle, la scarrozzavano molto lontano, e con voci severe le richiedevano: dove sei? Se sbagliava, scoppiavano a ridere.
 
Quando questi signori ne avevano abbastanza di giocare con una bambinetta, passavano a qualcosa più di serio. sradicavano i pali del giardiniere, e si dirigevano verso la tana dei conigli. Questa tana aveva tre gradini; si tirava a sorte per chi si sarebbe messo sul gradino superiore; gli altri restavano in basso, e subito l’attacco cominciava. La Signora Hugo non tardò a constatate che i pali imitavano fin troppo bene le lance, ed i due eserciti combatterono a pugni, ma era molto meno divertente, da quando non potevano più cavarsi gli occhi.
 
La Signora Hugo era piena di pretese tiranniche. E brontolava quando ritornavano dalla guerra con la camicia tutta sporca e i pantaloni a brandelli. Aveva un bel vestire i figli con un buon spesso panno marrone in inverno e di tessuto resistente in estate, non esisteva un panno, né un tessuto che potesse resistere alla furia dei loro giochi. Un giorno che uno di loro ritornò con uno strappo terribile, disse che al primo che avesse strappato ancora i pantaloni, glieli avrebbe fatti fare come quelli dei dragoni. Il giorno dopo, ritornando dalla scuola, i bambini incontrarono una truppa di uomini a cavallo che brillavano al sole. Victor che li trovò splendidi, chiese chi erano. — Dragoni, rispose la domestica. Un’ora dopo, la signora Hugo, che non sentiva Victor correre e gridare come suo solito, andò vedere cosa era successo; lo scoprì rannicchiato dietro un masso e impegnato ad allargare gli strappi dei sui pantaloni e a ridurli come uno straccio. — Che cosa hai dunque combinato? esclamò arrabbiata. Il bambino la guardò tranquillamente — E’ per averne un paio come quelli dei Dragoni.

Adéle Foucher

Adéle Foucher


Fra Victor e Adéle, tra altalene, carriole zoppe e cespugli selvatici sboccerà presto l’amore, subito contrastato dalle pretese tiranniche di maman Sophie. Ne è è testimonianza un lungo carteggio giovanile di ben 150 lettere. Si sposeranno sollo alla morte di Madame Hugo e, fra gli alterni e reciproci tradimenti e la triste vicenda delle figlia Adèle, resteranno insieme tutta la vita. Sophie Trébuchet Hugo aveva i suoi buoni motivi per impedire il matrimonio. Abbandonata in Spagna dal marito, Leopold Hugo, ufficiale di Napoleone, dopo la solita serie di reciproche relazioni adulterine, pare di prammatica nei matrimoni borghesi, nel febbraio del 1809, dopo averne riottenuto la custodia, che le era stata tolta, andò ad abitare con i figli, nell’antico Convento in Rue des Feuillantines. Dove Sophie, impavida, nasconde nell’oratorio in fondo al giardino Victor Fanneau de La Horie, il suo amante accusato di cospirazione. Amico e compagno d’armi del marito e padrino al battesimo di Victor, partecipò al complotto del Generale Malet contro Napoleone I.
Sophie Trébuchet Hugo

Sophie Trébuchet Hugo

Sotto la falsa identità di Monsieur de Courlandais, La Horie diviene per i bambini un mentore e un padre sostitutivo, anzi si sospetta che egli fosse in realtà il vero padre di Victor, vedi la omonimia consueta di questi casi. La Horie viene arrestato sotto gli occhi del piccolo Victor. Sarà fucilato nel 1812. Il padre di Adèle, Pierre Foucher, Cancelliere del Tribunale di Parigi fece parte della Corte che lo condannò a morte e questo costituì un assoluto impedimento al matrimonio fra i due ragazzi. Durante la guerra Franco-Prussiano il teatro di questa infanzia romanzesca e tumultuosa viene distrutto da una bomba. Hugo tornerà a vederlo e scriverà un piccolo poema, con durissime parole civili contro la guerra, ma venato di una incolmabile nostalgia, con Il passato dinanzi a lui, pieno di voci infantili, e la consapevolezza, Come tutto bruscamente si dissolve!, della natura effimera di tutte le cose, della loro impermanenza, del loro sfuggire.
 
VICTOR HUGO
da L’année terrible [1872]
Una bomba ai Feuillantines
 
Chi sei? Chi, tu che scendi di lassù, miserabile!
Chi! tu, il piombo, il fuoco, la morte, l’inesorabile,
Rettile della guerra dal solco tortuoso,
Chi sei! tu, l’assassinio cinico e mostruoso
Che i principi dal cuore della notte lanciano sugli uomini,
Tu, crimine, tu, rovina e lutto, tu che ti chiami
Odio, timore, agguato, carneficina, orrore, ira,
È attraverso l’azzurro che ti abbatti su di noi!
Caduta spaventosa di ferro, sbocciare infame,
Fiore di bronzo scoppiato in petali di fiamma,
Oh vile fulmine umano, oh tu con cui sono grandi
I banditi, e con cui sono divini i tiranni,
che servi i misfatti dei re, prostituta,
Con quale prodigio sei scaturita dalle nuvole?
Quale usurpazione sinistra del lampo!
Come vieni dal cielo, tu che esci dall’inferno!
L’uomo che tra poco sfiorerà il tuo morso,
Si era seduto pensieroso all’angolo di una capanna.
I suoi occhi cercavano nell’ombra uno sogno che splendette;
Pensava; era molto piccolo, aveva giocato là;
Il passato dinanzi a lui, pieno di voci infantili,
Appariva; è là che c’erano i Feuillantines;
Il tuo tuono idiota fulmina un paradiso.
Oh! com’era incantevole! come si rideva un tempo!
Invecchiare, è vedere un chiarore che si affievolisce.
Un giardino verdeggiava dove passa questa strada.
La bomba completa, purtroppo, ciò che ha fatto il selciato.
Qui i passerotti piluccavano la senape
E gli uccellini si cercavano litigando;
I lucori di questo bosco erano sovrannaturali;
Che alberi! che aria pura nei ramoscelli tremanti!
La testa era bionda, ora i capelli sono bianchi;
Si era una speranza, ora si è fantasmi.
Oh! come si era giovani all’ombra della vecchia volta!
Ora si è vecchi come lei. Ecco.
Questo sogno che svanisce. Qui la sua anima volò
Cantando, ed è qui che alle sue vaghe pupille
Apparvero fiori che sembravano eterni.
Qui la vita era luce; qui
Passeggiava, sotto il fogliame ad aprile, appesantita,
Sua madre che teneva il vestito per un lembo.
Ricordi! Come tutto bruscamente si dissolve!
L’alba apre la corolla ai suoi sguardi
In questo cielo in cui fiammeggia ora su di lui
Lo sbocciare terribile delle bombe.
Oh l’aurora ineffabile dove volavano colombe!
Quest’uomo, ora lugubre, era gioioso.
Mille bagliori meravigliavano i suoi occhi.
Primavera! in questo giardino abbondavano le pervinche,
Le rose, e mucchi di margherite bianche
che riscaldandosi sembravano ridere al sole,
Ed egli stesso era un fiore, poiché era un bambino.
Une bombe aux Feuillantines
 
Qu’es-tu ? quoi, tu descends de là-haut, misérable!
Quoi ! toi, le plomb, le feu, la mort, l’inexorable,
Reptile de la guerre au sillon tortueux,
Quoi ! toi, l’assassinat cynique et monstrueux
Que les princes du fond des nuits jettent aux hommes,
Toi, crime, toi, ruine et deuil, toi qui te nommes
Haine, effroi, guet-apens, carnage, horreur, courroux,
C’est à travers l’azur que tu t’abats sur nous!
Chute affreuse de fer, éclosion infâme,
Fleur de bronze éclatée en pétales de flamme,
Ô vile foudre humaine, ô toi par qui sont grands
Les bandits, et par qui sont divins les tyrans,
Servante des forfaits royaux, prostituée,
Par quel prodige as-tu jailli de la nuée?
Quelle usurpation sinistre de l’éclair!
Comment viens-tu du ciel, toi qui sors de l’enfer!
L’homme que tout à l’heure effleura ta morsure,
S’était assis pensif au coin d’une masure.
Ses yeux cherchaient dans l’ombre un rêve qui brilla;
Il songeait ; il avait, tout petit, joué là;
Le passé devant lui, plein de voix enfantines,
Apparaissait ; c’est là qu’étaient les Feuillantines;
Ton tonnerre idiot foudroie un paradis.
Oh ! que c’était charmant ! comme on riait jadis!
Vieillir, c’est regarder une clarté décrue.
Un jardin verdissait où passe cette rue.
L’obus achève, hélas, ce qu’a fait le pavé.
Ici les passereaux pillaient le sénevé,
Et les petits oiseaux se cherchaient des querelles;
Les lueurs de ce bois étaient surnaturelles;
Que d’arbres ! quel air pur dans les rameaux tremblants!
On fut la tête blonde, on a des cheveux blancs;
On fut une espérance et l’on est un fantôme.
Oh ! comme on était jeune à l’ombre du vieux dôme!
Maintenant on est vieux comme lui. Le voilà.
Ce passant rêve. Ici son âme s’envola
Chantante, et c’est ici qu’à ses vagues prunelles
Apparurent des fleurs qui semblaient éternelles.
Ici la vie était de la lumière; ici
Marchait, sous le feuillage en avril épaissi,
Sa mère qu’il tenait par un pan de sa robe.
Souvenirs ! comme tout brusquement se dérobe!
L’aube ouvrant sa corolle à ses regards a lui
Dans ce ciel où flamboie en ce moment sur lui
L’épanouissement effroyable des bombes.
Ô l’ineffable aurore où volaient des colombes!
Cet homme, que voici lugubre, était joyeux.
Mille éblouissements émerveillaient ses yeux.
Printemps ! en ce jardin abondaient les pervenches,
Les roses, et des tas de pâquerettes blanches
Qui toutes semblaient rire au soleil se chauffant,
Et lui-même était fleur, puisqu’il était enfant.


 

[ traduzioni di Orsola Puecher ]

  1. I miserabili cap. II Alcuni suoi segni particolari, dove Hugo descrive fra le prerogative del monello di Parigi, “il nano della gigantessa”, l’avere “il sordo” della sua infanzia come mostro immaginario. []

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4 Responses to I pantaloni di Victor Hugo

  1. n.a. il 17 ottobre 2015 alle 16:22

    Un percorso di vita come pochi.
    Post molto bello.

    Un saluto.

  2. carlo carlucci il 17 ottobre 2015 alle 23:18

    Composito….prima la poetica narratio di Noor (e il Male nazista)…poi le jardin….poi lo spaccato familiare…un Hugo che ci viene incontro..bambino birbantello…poi altri spaccati della sua vita (sa famme…)….poi il testo con traduzione…tante cose in una

  3. carlo carlucci il 17 ottobre 2015 alle 23:19

    si…la restitutio non agiografica (finalmente) di Hugo

  4. francesco forlani il 18 ottobre 2015 alle 15:55

    Orsola questo tuo è un essai, un vero libro a pensarci. Un libro incredibile. Pensaci. effeffe



indiani