Appunti per una replica al trattatello

10 novembre 2015
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Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. Il primo intervento di Mariangela Guattteri è qui, quello di Marco Giovenale qui, quello di Andrea Inglese qui, quello di Michele Zaffarano qui, quello di Italo Testa qui.

di Massimiliano Manganelli

Caro Andrea,

ho letto il tuo «brevissimo trattatello» e mi è venuta voglia di replicare; perciò ti invio alcuni appunti sparsi, altrettanto brevi.

La ricostruzione di quanto è accaduto a partire dagli anni Novanta mi pare molto azzeccata, come mi sembra opportuna la nozione di vuoto delle istituzioni letterarie di cui parli. Una decina di anni fa, in occasione di una delle presentazioni di Parola Plurale, per spiegare le difficoltà incontrate da noi critici nella realizzazione di una cartografia della poesia contemporanea mi capitò di utilizzare una metafora tutt’altro che inedita, quella del viaggio nell’universo. Dissi allora che eravamo usciti dal sistema solare novecentesco (quello formate da Montale, Ungaretti e financo dalla neoavanguardia) per andare incontro a un’infinità di stelle e di pianeti. Ecco, mi pare che la situazione di cui parli tu corrisponda più o meno a questo universo tutto da esplorare: e infatti fare il critico oggi risulta abbastanza scoraggiante, proprio a causa di questa infinita pluralità. Ma proprio in virtù di essa è anche notevolmente eccitante.

Veniamo alle categorie critiche, cioè a quello che dovrebbe interessare a un critico. Sono anni che ci dibattiamo nel tentativo di definire in qualche modo l’operato dell’«area della cosiddetta ricerca» (al momento, come vedi, non trovo di meglio nemmeno io). Sono anni che mi vado convincendo che la geometria della nozione di ricerca sia sin troppo variabile: sembra che sia “di ricerca” ciò che si (auto)definisce tale, con un gesto spesso meramente volontaristico. E sono anni che Marco Giovenale, con la prodigalità che tu giustamente gli riconosci, prova a fornirci delle utili categorie interpretative. Certo, tanto la distinzione performativo/installativo quanto, soprattutto, la nozione di scrittura non assertiva possiedono una loro efficacia immediata, cioè funzionano benissimo come formule, ma la loro utilità interpretativa non è sempre costante. La distinzione performativo/installativo l’ho sempre considerata poco utile (mentre riconosco una certa efficacia ai due termini in sé, cui io stesso ho fatto ricorso nella lettura di alcuni testi, per esempio di Michele Zaffarano e Giulio Marzaioli). Quanto alla nozione di non assertività, direi che è assai sfuggente, anzi troppo, tanto che, alla prova dei testi (cioè la lettura di due autori lontanissimi come Gezzi e Guatteri) tu stesso, mi sembra, incontri qualche difficoltà. (Per l’ennesima volta, peraltro, la ricerca letteraria finisce per definirsi soltanto in negativo).

Insomma, ho l’impressione che tali categorie debbano ancora essere sottoposte a una reale verifica, tanto più che di categorie interpretative abbiamo davvero bisogno. E la verifica, dal mio punto di vista, significa due cose: a) una verifica “storica”, cioè la capacità di tali nozioni di tenere nel tempo, di essere adoperate su una asse diacronico anche relativamente ristretto come il primo quindicennio del secolo che stiamo vivendo; b) la necessità di smontare queste formule, perché uno dei tanti compiti dei critici è quello di non fidarsi degli autori, vale a dire di non prendere alla lettera le loro proposte. Non perché gli autori siano individui loschi e poco degni di fiducia, bensì semplicemente perché il critico ha la responsabilità di leggere i testi in profondità, di fare letteralmente la fatica di interpretare quei testi, in taluni casi anche contro le esplicite indicazioni dell’autore. Bisogna, in buona sostanza, evitare di prendere per buone quelle che un tempo si chiamavano dichiarazioni di poetica (e fa bene infatti Giovenale a dire che le sue sono solo ipotesi).

Il problema – uno dei problemi – della letteratura contemporanea è la volontà deliberata di non stilare manifesti programmatici, di sottrarsi alla ferrea dialettica tra i due momenti tipici dell’avanguardia di cui parlava molti anni fa Sanguineti, quello eroico-patetico e quello cinico. Si potrebbe parlare di incapacità, da parte dei nuovi autori, di costruire una tendenza, cioè di fare opposizione all’interno del perimetro della letteratura. In realtà, e di questo sono fortemente persuaso, proprio in ragione del vuoto di cui parli tu, le istituzioni letterarie da contestare sono assenti, si sono dissolte da tempo. Non c’è una tradizione contro la quale scagliarsi e anche la controparte dialettica della cosiddetta poesia di ricerca, il tanto vituperato lirismo, sussiste come formula ormai esausta, vive una vita del tutto residuale, ennesima incarnazione del petrarchismo, autentico fil rouge della nostra letteratura. La “cosa” da contestare è il mercato, il Capitale, o comunque lo vogliamo chiamare, cioè l’editoria che promuove i romanzi seriali (di qui la deliberata, ma a mio parere errata, diffidenza di molti degli autori dell’area di cui stiamo parlando nei confronti del romanzo).

Ben più utile sarebbe, a mio avviso, concentrare l’attenzione su ciò che si fa e provare a definirlo. A un certo punto del tuo trattatello tu stesso scrivi «non sempre sappiamo con esattezza quello che facciamo». Non è una denuncia di insufficienza di consapevolezza, né da parte mia né da parte tua. Temo che la questione sia proprio l’uso del termine poesia, adoperato con manica fin troppo larga per pratiche di scrittura estremamente diverse e in alcuni casi alquanto lontane dalla nozione comune di poesia, che è poi quella di una scrittura che “va a capo” e magari fa ricorso a un numero ragguardevole di metafore, ma soprattutto “emoziona”. Ecco, prima ancora che con questa nozione comune (circostanza comunque inevitabile), prima o poi dovremo fare i conti con la definizione medesima di poesia che andiamo utilizzando da anni per mettere insieme autori diversissimi come Giovenale e Bortolotti, per fare altri due nomi a me cari. Solo a partire da questo, credo, possiamo cominciare davvero a dissodare il terreno, nel tentativo di usare formule un po’ più precise rispetto ad «area della cosiddetta ricerca».

Infine, nel tuo breve trattatello lanci di sfuggita, ma forse neanche troppo, una sfida che noi critici dovremmo finalmente raccogliere. Dici che delle alterne e mutevoli vicende della cosiddetta poesia di ricerca «una seria storia è ancora tutta da scrivere» (i tuo corsivo non è casuale). È esattamente ciò che penso io: è ora di mettersi al lavoro.

Tuo,

Massimiliano

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2 Responses to Appunti per una replica al trattatello

  1. andrea inglese il 10 novembre 2015 alle 21:52

    Caro Massimiliano,

    sono d’accordo davvero punto per punto su quanto dici, e dici con chiarezza. Riprendo in particolare questo tuo punto.

    “Si potrebbe parlare di incapacità, da parte dei nuovi autori, di costruire una tendenza, cioè di fare opposizione all’interno del perimetro della letteratura. In realtà, e di questo sono fortemente persuaso, proprio in ragione del vuoto di cui parli tu, le istituzioni letterarie da contestare sono assenti, si sono dissolte da tempo. Non c’è una tradizione contro la quale scagliarsi (…)”.
    Io aggiungo non c’è una tradizione e non c’è neppure più una “scena ufficiale” che una forma di poesia meno legittimata, più clandestina, underground, o quel che si voglia, debba egemonizzare o conquistare.

    Su questo punto credo che tra i diversi autori citati e finora intervenuti si diano delle differenze. Io – e non sono solo su questa posizione – non credo all’idea che si debba costruire ad esempio un canone alternativo (il canone della ricerca) a partire da suggestioni critiche non verificate nel lungo periodo, e che finirebbero per diventare precettistiche. E su questo la penso abbastanza diversamente da Marco Giovenale e credo anche da Michele Zaffarano. Penso che dei canoni non dobbiamo occuparci noi autori in quanto autori. Nella grande confusione di oggi si è arrivati a confondere (e parlo ora in generale) “cartografie” poetiche e “canoni” poetici (o post-poetici): ossia si confonde l’attualità con la distanza storica. Scrivero’ prima o poi su questa confusione, anche riferendomi a un testo lontano dal nostro panorama italiano e particolarmente utile per inquadrare questo problema, alludo al Bob Perelman di “The Marginalization of Poetry” uscito nel 1996. Lo cito anche perché ne sei stato valente traduttore per la collana Arcipelago.

    Faccio un’ulteriore distinzione che non è emersa qui. Ho detto quel che ho detto sul rapporto tra autore e critico, senza dimenticare che un autore puo’ anche essere un “critico” in senso proprio. E’ il caso di autori come Guido Mazzoni e diversi altri sui cui non mi dilungo, come Renata Morresi, ecc. Io stesso ho spesso scritto nelle vesti del critico. Quello che è difficile fare, pero’, è un lavoro critico sul proprio lavoro d’autore. Non credo quindi né a un’opposizione netta tra autore e critico, ma nemmeno alla possibilità di riassorbire la critica nella sola mente autoriale. E’ vero come ho scritto “che non sempre sappiamo quello che facciamo”, ma è anche vero che spesso “sappiamo abbastanza bene” quello che facciamo. Credo inoltre nella possibilità già segnalata da Ponge, e ripresa poi (più tardi) anche dalla “Language poetry” d’inscrivere pratica teorica e critica nella propria scrittura cosiddetta creativa. Tutto cio’ pero’ non esclude l’importanza di una lettura critica a posteriori, che viene dopo, che pone tra sé e il testo una distanza che è propriamente “storica” e che nessun talento teorico potrà permettere all’autore di saltare a piè pari.

    Poesia di ricerca, post-poesia, letteratura generale, arti poetiche… Qui il dibattito è aperto, ma qualsiasi categoria si scelga, essa dovrà verificare la sua validità sulla capacità di entrare in modo fecondo e efficace in relazione con i contesti reali in cui siamo immersi e confrontati. Contesti editoriali, di comunicazione, di circolazione dei testi, ecc. Altrimenti non si sarà creata una categoria critico-teorica, ma si sarà espresso un desiderio, magari legittimo, ma di poca presa sulla realtà.

    Da questo punto di vista, discutere guardando un po’ fuori dai nostri confini, a quanto avviene in altre parte dell’Europa e del mondo, ci potrebbe essere anche utile. Non per voler “fare come gli altri”, ma per avere degli elementi di contrasto e rilevazione.

  2. Massimiliano Manganelli il 11 novembre 2015 alle 17:53

    Hai ragione: “The Marginalization of Poetry” è un testo importante.
    Costruire canoni, da parte degli autori, è utile (lo ripeto) in relazione a formulazioni di poetica: penso alle liste degli autori dei libri da leggere e da non leggere stilata dai surrealisti, appartenenti all’avanguardia più paradigmatica che ci sia.
    Ma oltre non si va. Molto più utile, credo, sarebbe creare una cartografia del presente o del passato prossimo, non per amore di postmodernismo (torno ancora al “mio” Jameson), bensì perché finora non è accaduto.
    Voglio dire che, se guardiamo agli ultimi anni, ci rendiamo conto che si è fatto davvero poco per sondare il terreno in termini critici (posto che la critica è l’arte delle distinzioni); un merito occorre comunque ascriverlo a Vincenzo Ostuni e alla sua antologia dei poeti degli anni Zero, tuttavia sarebbe ora di andare oltre il mero strumento dell’antologia.



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