Tra la esse e la zeta. Una riflessione sul dettaglio

23 novembre 2015
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di Giulia Scuro

Sono in metro, un uomo si siede accanto a me con aria corrucciata, ma ha la busta regalo di una pasticceria, tiro un sospiro di sollievo. Vedo una coppia di ragazzi camminare a passo spedito, seguo senza volerlo le loro schiene, le nuche, tesa come un falco al succedersi dei passi, poi loro entrano in un negozio di abbigliamento e io ritorno ai miei pensieri. Riconosco in me una Miss Marple in erba, ma un’erbaccia incolta, qualche zolla di prato in un terreno pieno di pozzanghere e buche. Mi rendo conto di avere inconsapevolmente sviluppato una segreta attenzione ai dettagli che adopero puntualmente sui passanti, coloro con cui condivido quello spazio pubblico che reca con sé l’esposizione – sociale o asociale – alle circostanze. Perché anche spostarsi da un luogo privato all’altro non può prescindere dall’attraversarlo, fosse anche per un minimo tragitto.
È sempre necessario riappropriarsi del mondo, anche se nella maggior parte dei casi si cerca di dimenticarlo. Come quando si considera sciocco informarsi su un’eclissi di luna, in quanto evento che non ha rapporti di causa o effetto con la nostra vita, e ci si dimentica che è l’unica occasione che ha un uomo comune per vedere l’ombra del mondo stesso in cui vive, di cui si ricorda solo quando deve cedere il passo alle sue incombenze – siano esse naturali come gli eventi atmosferici, oppure innaturali e irragionevoli, irrazionali o razionali azioni dell’uomo. E allora alla stazione faccio la differenza tra l’uomo che mangia un panino con gusto e quello che gira da solo, indossando una giacca inadeguata al freddo che fa, magari portando con sé poco più di una piccola busta di plastica stropicciata.
Esercito un piccolo e personale, seppur fitto filtraggio della specificità dell’estraneo: ha un passeggino, una rivista, del cibo, ascolta la musica con le cuffie, ha un cappotto vistoso, chiacchiera con qualcuno, o non ha nulla a difenderlo dal tempo o dallo spazio? Mi dico che, se ha uno degli oggetti che ho individuato, non si farà saltare in aria, non può essere un terrorista. Io, che non posso capire cosa spinga un uomo a indossare un gilet esplosivo, posso solo illudermi di distinguerlo dal mio simile terrorizzato, e presumibilmente non terrorizzante. A rifletterci ora, realizzo di riconoscermi in colui che, d’istanza, tende a difendersi abitualmente dalle ingerenze esterne, aggiudico fiducia immediata a coloro in cui percepisco il medesimo barcamenarsi nella vita con una bussola simile alla mia. Comprendo il suo senso del mondo grazie al condiviso bisogno di non privarsi mai di una fetta di privato – che sia una musica o una lettura scelta, ma anche un videogioco – in un pubblico spazio indeterminabile, comune e indeterminato.
La cultura occidentale è costruita in larga misura su un assunto fondamentale: superare la paura della morte. Cosa può esserle allora più incomprensibile di un kamikaze? Già il termine presenta grafemi che nell’alfabeto latino preludono a una presenza esotica, poco nota, come l’abbandonata k e l’inconsueta z: sonorizzazione estrema di una più consona s. S come sicuro, sospensione, stato. Tre parole che hanno in comune l’ambizione opposta al vuoto e l’illusione di un mancato servilismo mai annunciato, più facilmente perseguito con sonniferi o altri stimoli – sesso, stordimento, stipendio.
Penso da giorni alla storia dei fratelli Abdeslam. Quello che mi preme è che per la prima volta vengo a sapere i retroscena di una missione di questo genere, a prescindere dalle notizie più o meno affidabili di chi collabora alle indagini, o al loro presunto litigio nell’appartamento in cui abitavano a Bruxelles, la sera prima dell’attentato di Parigi, in cui pare che uno dei due avesse urlato di non avere più intenzione di andare in un luogo se non avesse ricevuto la somma pattuita, mentre l’altro fermamente respingeva le sue lagnanze. Quello che è certo è che il maggiore, 31 anni, si è fatto esplodere al Comptoir Voltaire, un bar con pochi avventori nel quale non ha causato morti perché una parte del suo armamentario era disinnescata; lui stesso non è morto sul colpo. Ibrahim è sceso in un bar qualsiasi, a pochi passi da una piazza gigantesca e spesso desolata, in cui i clienti, pochi, inizialmente non hanno neanche immaginato si trattasse di un attacco kamikaze, pensavano piuttosto a una fuoriuscita di gas; uno di loro ha anche tentato di effettuargli un massaggio cardiaco, e solo dopo averlo liberato della maglia che indossava ha svelato i fili e i bulloni della parte inesplosa del suo corsetto.
Tutto ciò sembra vanificare la mia arbitraria e tutta umana identificazione dei dettagli, e però scopro che il fratello minore, 26 anni, non è voluto saltare in aria, e allora ricomincio a tessere il mio cifrario. Non se ne conoscono le ragioni ma il fatto che sia ancora latitante nonché braccato dall’Is stesso, oltre che dalla polizia, porta presumibilmente a pensare che abbia avuto paura. Che, al contrario di altri – il cui compito è forse più specifico e legato all’organizzazione internazionale degli attacchi, per cui esplodere è solo una misura di sicurezza che impedisce loro di finire nelle mani del nemico -, Salah fosse tenuto a farsi bomba umana. Salah, che ha scampato più di una volta controlli e posti di blocco, e si aggira ora camuffato chissà dove, non ha voluto saltare in aria, continuo a ripeterlo; dopo l’attentato ha chiamato degli amici e si è fatto venire a prendere dal Belgio, dove si è nascosto, con la cintura esplosiva ancora indosso.
L’Is gli dà la caccia perché lo considera un traditore che potrebbe collaborare con i servizi segreti europei. Ma tutto resta confuso. Salah ha ucciso a sangue freddo decine di persone che si intrattenevano in un solito weekend parigino, ha sorriso passeggiando per strada alle telecamere di un’emittente televisiva poste allo stesso incrocio che sarebbe divenuto scenario di morte dopo poche ore. E adesso l’Is vuole la sua testa, piuttosto che glorificarlo e metterlo in salvo, perché non si è fatto saltare in aria? Forse il punto è che la paura non è ammissibile, né lo è la scelta di una sorda S di salvezza rispetto a una più sonora Z.
Barthes ha scritto che la S e la Z sono l’una il riflesso dell’altra, e quest’ultima introduce in Sarrasine, romanzo breve di Balzac, il rovesciamento dell’ordine morale, la deviazione. In questo caso, la Z rappresenta a sua volta un ordine morale, e rigoroso, per quanto folle e omicida: Salah deve essere punito proprio per la sua evasione dal contratto, per il suo slittamento da una lettera all’altra, che lo ha portato a scivolare in una zona grigia che nessun alfabeto contempla.
Chi è figlio della cultura occidentale ha ogni strumento per indagare le evoluzioni della brama di vivere, mentre fatica di più nel capire il superamento dell’istinto di sopravvivenza nell’ottica di una salvezza metafisica. Cosa c’è oltre l’atto mancato di Salah? Il suo venir meno al dovere, il suo essere ancora vivo rivela lo spazio di un inconscio che non è privato né pubblico, che banalizza ogni interpretazione. Forse soggiace all’assurdo connaturato alla guerra, in cui sonori cannoni e sordi cadaveri si specchiano tra loro attoniti.

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3 Responses to Tra la esse e la zeta. Una riflessione sul dettaglio

  1. Sandra il 23 novembre 2015 alle 09:47

    Molto bella e originale questa riflessione. Probabilmente è solo un altro ” dettaglio” il mio, ma credo che il primo requisito per l’immortalità sia proprio la morte e probabilmente Salah ha scelto di non esserlo (immortale intendo), ancora.

    • Giulia Scuro il 23 novembre 2015 alle 18:37

      Grazie, sì è vero, Salah ha scelto di restare un mortale, anche se fuori dal comune.

  2. Serena il 28 novembre 2015 alle 01:26

    Che bell’articolo. Iniziandolo non avrei mai pensato di finire a leggere di kamikaze e di Barthes e devo dire che è stata una bella sorpresa. Sono belle osservazioni e non avevo nemmeno mai pensato alla probabile paura di Salah… Brava Giulia.



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