ROBERTA BORSANI Il labirinto e il Minotauro

24 novembre 2015
Pubblicato da

ganse1649a

Kurzer Bericht dieses Gänse Spieles [1649]

di Roberta Borsani

da ⇨ Sul dorso di un’oca
Il simbolismo iniziatico del Grande Gioco
ed. Moretti&Vitali [2015]

    Il Labirinto attende il giocatore alla casella numero 42. Finirci dentro significa regredire di un bel salto, fatto di 9 caselle all’indietro e finendo così al numero 33. Quarantadue: se si sommano le sue unità si trova il 6, lo stesso che si ottiene sommando 3 + 3: sei, il numero del ponte. A volte – ci viene spiegato allegoricamente – occorre tornare indietro per ritrovare lo slancio e correggere il tiro inseguendo la giusta misura tra entusiasmo e sacrificio. trentatré è un numero che parla da solo. Il numero della passione e della dedizione assoluta, resa fino alla morte. Al trentatré Dante ha dedicato nella Divina Commedia (narrazione poetica di un grande viaggio iniziatico) un’attenzione particolare: è infatti il numero dei canti che compongono ogni cantica (nell’Inferno sono 34 per la presenza di un canto introduttivo) e il numero dei versi di ogni terzina (strofa di tre versi endecasillabi).
    Il labirinto è un simbolo potente, la cui origine si perde nella notte dei tempi. L’età antica mise la nascita della civiltà, una nascita drammatica e oscura, nel cuore di un labirinto. Posti al centro di un inestricabile groviglio, si trovarono faccia a faccia l’uomo e il mostro. Il primo trafisse con la spada il mostro e celebrò sotto gli occhi del cielo la vittoria dell’umanità sull’istinto, dell’ordine sul caos, della tecnica sulla forza, dell’intelligenza sul sangue.
    La vicenda ha origine sulle coste del Libano, dove la bella Europa, fanciulla dagli occhi grandi e lucenti, viene amata e rapita da Zeus, il quale l’avvicina assumendo l’aspetto di un giovane toro. Europa lo incontra mentre gioca sulla spiaggia con le compagne. L’aspetto mansueto e giocoso dell’animale vince la sua naturale ritrosia, tanto che gli si spinge accanto per ornargli festosamente le corna di una corona di fiori freschi. Ecco che il toro dà uno scatto, la prende rapidamente sul dorso e incurante delle sue grida si getta nelle acque del mare, nuotando fino alle coste dell’isola di Creta. Qui, riassunte le divine sembianze, Zeus sfoga la sua passione e si unisce alla vergine.
    Minosse, il primo re di Creta, è il frutto di questa unione. Divenuto adulto sposa Pasifae (“la luminosa”), una donna piena di nobiltà ma poco incline alla passione amorosa, se è vero che trascura il culto di Afrodite fino a farla infuriare. la dea, suscettibile e vendicativa, la punisce ispirandole una mostruosa attrazione per un toro. Bellissimo di aspetto, fa parte di una coppia di tori che il dio del mare Poseidone ha donato a Minosse perché li destinasse ai sacrifici celebrati in suo onore (Il dio del mare è potente a Creta). Minosse però, ammirata la possanza delle bestie, decide subdolamente di destinarla alle proprie mandrie, piuttosto che “sprecarla” per un sacrificio. I tori sacri vengono sostituiti con altri esemplari, sani e prestanti finché si vuole ma certo di valore inferiore a quelli di Poseidone. Colpevoli per ragioni diverse (per freddezza apollinea Pasifae, per avidità Minosse), i due sovrani vengono puniti attraverso la inaccettabile ferinità della passione di cui cade vittima Pasifae.
    Decisa a sedurre il toro di cui si è perdutamente invaghita, la regina di Creta trova nel geniale Dedalo un valido aiuto “tecnologico”: una vacca artificiale, di legno, all’interno della quale la regina si posiziona di nascosto. Il risultato dello spaventoso accoppiamento è la nascita di un individuo dall’aspetto in parte umano in parte animale: il minotauro, toro dalla cintola in su e solo per il resto uomo. Ricorda forse altri esseri mitologici, come i centauri: ma il minotauro ha una caratteristica agghiacciante: la parte animale infatti domina laddove hanno sede ragione, linguaggio e sentimenti (testa, cuore, bocca), annullandoli.
    Il Minoaturo è un essere bestiale, posto sulla linea di confine che separa le due nature, umana e animale: non è pienamente responsabile dei suoi desideri e delle sue azioni come lo è un essere umano e tuttavia, a causa della sua origine in parte umana, nemmeno innocente. l’ambiguità e la confusione (ricordo del connubio orrendo), lo caratterizzano intimamente, dilatandosi a comprendere anche lo spazio in cui vive. Il labirinto irradia intorno al Minotauro quel viluppo di passioni mostruose che la civiltà respinge come inaccettabili, facendone oggetto di divieto assoluto, un tabù. Chi lo infrange cade nel baratro di una maledizione eterna, senza perdono, che le generazioni scontano via via. Il labirinto racchiude al suo interno l’essere ripugnante, di cui Pasifae e Minosse si vergognano perché ricorda loro sia la caduta al di sotto del margine minimo di civiltà commessa da Pasifae, sia la disonestà con cui il re ha cercato di beffarsi del dio.
    Il labirinto è stato ideato da Dedalo, responsabile agli occhi di Minosse di quanto è accaduto: senza il suo contributo, la sua techne, forse Pasifae non avrebbe potuto soddisfare le sue voglie e il Minotauro non avrebbe mai visto la luce, rimanendo come una cupa ombra a livello delle pulsioni larvatiche che popolano i cattivi sogni. Il figlio tarato, portatore delle peggiori degenerazioni, rappresenta simbolicamente il viluppo di istinti socialmente inaccettabili, radicati in parte in una natura ancora animale, su cui però la storia ha impresso il marchio dell’uomo. Tali istinti non possono essere considerati vitali, immediati e innocenti: un barlume di consapevolezza li illumina e li rende contorti e mostruosi. La strada che corre tra l’animale e l’uomo è lunga (milioni di anni dirà la dottrina dell’evoluzione delle speci): chissà quante volte si è avvitata su se stessa, chissà quanti ghirigori e giravolte. Quanti labirinti e degenerazioni.
    Il Minotauro non ha normali appetiti: non umani e neppure naturali. Sono fatti di cerimoniali psicotici, da serial killer: domandano un regolare tributo di vergini, maschi e femmine, che ogni sette anni vengono inviati dalla Grecia per essere gettati nel labirinto e dati in pasto al mostro. Il tortuoso percorso attraverso cui insegue le sue vittime prima di divorarle, fa pensare a una danza, come scrive nel 1985 Friedrich Dürrenmatt1 («e quando lui cominciò a danzare, cominciò a danzare la fanciulla e le immagini di entrambi danzarono anche loro (…) Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva nemmeno sapere che l’uccideva, perché non sapeva che cos’era vita e cosa morte»).2 La danza ci porta all’immagine della cerimonia sacra, della rappresentazione e quindi del gioco come mimicry. La natura del gioco che l’insieme delle vicende assume, configurandosi come complesso cerimoniale con regole, ritmi suoi propri (il sacrificio avviene a intervalli regolari di tempo, il numero dei sacrificati e le loro caratteristiche non mutano) smorza il senso di realtà, spogliando le coscienze di quanto di spaventoso e irreparabile sia l’evento delittuoso. È quel che accade nei delitti seriali, almeno come ce li raccontano i giornali o gli scrittori di genere. La serialità, i cerimoniali, l’allestimento preciso delle scene in cui si consumano i delitti, fanno pensare al gioco: in quel gioco, come dentro un labirinto, una mente già compromessa si smarrisce del tutto. La realtà tramonta dietro l’orizzonte dell’angosciosa finzione in cui tutto è possibile. Il rito smette di essere ponte salvifico tra l’umano e il divino, trascinando al contrario verso il basso dove il diabolico (principio di lacerazione) tesse la nera tela di un mistero che fa impazzire gli adepti.

Teseo e il minotauro
Teseo combatte il Minotauro, assistito da Atena
[430 a.C] Museo Archeologico Nazionale di Madrid

L’eroe infido e la coppia celeste

    A uccidere il Minotauro sarà un giovane ateniese, Teseo, figlio del re Egeo, giunto volontario insieme ai suoi coetanei destinati al feroce pasto. Porta con sé una spada e l’orgogliosa consapevolezza di essere l’eroe predestinato a uccidere la Bestia. Il giovane però non conosce le insidie del labirinto: la sua audacia può condurlo ad assaltare l’avversario, colpendolo in un punto vitale, ma nulla sa dei disegni tortuosi dove la forza può ben poco e solo la sottigliezza della mente salva. Potrà uscire vittorioso dal labirinto se qualcun altro gli verrà in aiuto. Qualcuno che conosce la natura ingannevole del labirinto in cui sa destreggiarsi resistendo a false tracce e inviti bugiardi. Qualcuno che ha la danza così ben intimamente fissata da poterla danzare a occhi chiusi, senza perdere l’orientamento, conoscendo il centro e l’uscita. Questa figura di danzatore primario è rappresentata da Arianna, la figlia di Minosse. Disgustata dagli appetiti sanguinari del fratello e innamorata dell’eroe, metterà in guardia quest’ultimo dai pericoli che lo attendono e gli offrirà un filo da tenere legato al polso e da svolgere lungo le infinite giravolte del cammino. Dall’esterno del labirinto lei terrà stretto l’altro capo e permetterà a Teseo, una volta ucciso il Minotauro, di trovare la via d’uscita. In questa storia salvarsi significa infatti uscire, venire all’esterno, alla luce: emergere dalla confusione di pulsioni ossessive e mostruose alla chiarezza delle forme ben delineate, collocate nel giusto ordine. Il contrario del labirinto è il cosmo la cui bellezza sta nella misura, principio di proporzione e armonia. L’uomo garantisce mediante la proporzione della sua figura e la simmetria delle parti che lo compongono il modello attraverso cui giudicare la bontà dell’esistente. L’uomo di Vitruvio giudica il Minotauro e tutte le creature fuori misura o asimmetriche come inadeguate, primitive, malriuscite.
    L’unilateralità di questo punto di vista, insieme ai pericoli a essa connessi, viene denunciata simbolicamente dallo stesso mito. Arianna ha aiutato Teseo nella sua impresa e non può restare presso la casa del padre e della madre che ha tradito mettendosi contro il suo stesso sangue (Arianna la luminosa e l’oscuro Minotauro sono entrambi figli di Pasifae). Pertanto decide di partire con il giovane principe ateniese che per ottenere il suo aiuto ha finto di corrispondere al suo amore.
    Teseo è bello, valoroso, ma la sua apparenza solare non lo salva dall’insincerità e dalla freddezza di un animo opportunista e calcolatore. Il suo chiarore corrisponde al disegno lineare del gesto che compie l’arciere quando punta il suo obiettivo senza vedere nient’altro intorno a sé. Pura progettualità, in opposizione alla confusione brutale in cui si dibatte il Minotauro, afferra da Arianna il filo, espressione di razionalità ma anche del legame che unisce le creature fra loro. Lo afferra ma non lo accoglie: lo considera solo uno strumento, privandolo di tutte le valenze simbolico– affettive che il filo può avere.
    Infatti, giunto all’altezza dell’isola di Nasso, l’astuto ateniese fa fermare la nave e sbarca insieme alla principessa. Attende che lei si addormenti e poi la abbandona senza apparente rimorso, facendo rotta per Atene, dove un’altra vita lo attende, una vita in cui per Arianna non c’è posto.
    Fortunatamente, al risveglio, la giovane ha appena il tempo di disperarsi: giunge infatti in suo aiuto Dioniso. L’imprevedibile dio beve con viva partecipazione il doloroso racconto della sua storia infiammandosi di nobile passione. Subito le chiede di divenire sua sposa e la introduce nelle alte sfere degli immortali, donandole in pegno di amore eterno la corona gemmata che porta sul suo capo biondo di dio. Il gioiello, lanciato in aria, va a formare la corona astrale boreale. Le nozze vengono celebrate alla presenza dei numerosi personaggi che viaggiano al seguito di Dioniso recando in mano i magici tirsi. Infine la coppia svanisce su un carro d’oro trainato da sei pantere.
    Spicca il contrasto tra Teseo, eroe solare dai risvolti così meschini, e Dioniso, dotato di grande empatia e impulsivamente generoso, capace di giurare un amore eterno. Tra le molte versioni del mito, alcune raccontano che sia stato Dioniso a ordinare a Teseo di abbandonare Arianna. La sostanza non cambia: quello che conta infatti non è la natura psicologica o morale dei personaggi, ma le ragioni per cui la coppia Teseo-Arianna non funziona e quella Dioniso- Arianna invece sì.
    È evidente che Teseo tratteggia le caratteristiche di un maschile immaturo e incompleto: realizza il compito di uccidere la bestialità che ambiguamente sopravvive nell’uomo, uccidendo anche tutto ciò che di empatico e non riducibile alla razionalità finalizzata al successo, vive nell’uomo: emozioni, solidarietà umana, pietà. Chi ha ucciso il Minotauro ha brillato di un eroismo marziale inadeguato agli alti compiti del regno. Non può regnare chi non sa accompagnarsi a una sposa come Arianna, colei che con il suo filo fa nascere (facendo uscire dal un mondo tutto intestino e sotterraneo). Spumosa incarnazione della dea madre.
    Nel labirinto ci si può perdere per sempre e perire, ma per chi ne conosca i segreti uscire è possibile. L’uscita però non è meno pericolosa dell’entrata: ne sa qualcosa Dedalo, ideatore del labirinto e perciò condannato da Minosse a rimanere prigioniero all’interno della costruzione con il figlio Icaro, affinché non riveli a nessuno la via di fuga. È per scampare all’orrenda prigionia che escogita lo stratagemma delle ali di cera, a causa del quale Icaro perisce miseramente cadendo in mare. Infatti, preso da eccessivo entusiasmo, si avvicina troppo al sole, i cui raggi scaldano e infine sciolgono la cera. Anche Icaro, come Teseo, viene punito da un principio luminoso e solare che per essere “maneggiato” va mescolato con giuste parti d’ombra.
    Teseo è bruciato dalla sua ragione astuta e finalizzata all’utile, capace di frodi e raggiri (versione astratta del labirinto): incontrerà la sua punizione perdendo il padre, che prima di partire, incerto del risultato dell’impresa, gli aveva chiesto, in caso di successo, di tornare ad Atene con vele mutate e di colore bianco. Nella fretta di abbandonare Arianna, Teseo dimentica di cambiare le vele e torna in patria con quelle nere utilizzate all’andata, quando la nave portava il triste carico di giovani da sacrificio. Scorgendole il padre Egeo si getta disperato in mare: Dedalo perde il figlio e Teseo il padre. Entrambe queste tragedie hanno a che fare con l’astuzia umana che sfida l’ordine naturale delle cose: Dedalo permette a Pasifae di unirsi con un toro costruendo la macchina a forma di vacca, Teseo raffredda le corde del cuore e abbandona colei che lo ha tratto in salvo e lo ha fatto nascere come eroe – eroe non di una semplice avventura, ma fondatore di civiltà. È infatti propria della civiltà la repressione della brutalità e del commercio di sangue implicito nei sacrifici umani.
    La figura di Teseo sbiadisce nelle foschie del tradimento. Non è su uomini semplicemente agili e ambiziosi che può fondarsi una civiltà. Per farlo ci vuole profondità, quella che Dioniso ha in abbondanza. Nel mito Dioniso raffigura un maschile positivo, “alternativo”: solare e lunare insieme. È lui lo sposo ideale di Arianna, bella genitrice di eroi ed evocatrice di destini, rappresentati simbolicamente dal filo che, come Cloto, essa genera dallo stame della vita. Lo stame è la parte fertile maschile del fiore: come Dioniso ha in sé il femminile, così Arianna porta con sé la forza generativa del maschile. Entrambi costituiscono una coppia particolarmente riuscita, fatta dell’unione di elementi complementari e ciascuno abbastanza completo e maturo da non creare un rapporto simbiotico.
    Chi ha conquistato l’equilibrio interiore e la libertà dello spirito, integrando tutte le energie fisiche e psichiche, maschili e femminili, centripete e centrifughe, può superare il rischio mortale del labirinto e scoprire, nell’atto del fare dono di sé, l’accordo profondo tra avere ed essere.

dd  aa
bb  dd

Guscio dello spirito

 
    Uno dei luoghi più importanti della Cristianità, centro d’attrazione attraverso i secoli per migliaia di cristiani e inestimabile tesoro per gli storici dell’architettura religiosa, è la cattedrale di Chartres. Sul suo pavimento fu collocato un labirinto, composto da un percorso ondulante, fatto di giravolte che si snodano attraverso centri concentrici. Seguendolo non ci si perde, ma si ritorna al centro, al punto in cui partenza e ritorno, alfa e omega coincidono – Dal centro si può quindi ripercorrere il cammino e ritrovare l’uscita.
    Nessun immagine di disordine quindi, solo complessità. «Attraversandone le giravolte… si scopre che non si tratta di un labirinto, nel senso che offre una confusione di scelte, ma piuttosto un tracciato ondulante attraverso cerchi concentrici, che porta inevitabilmente a casa».3
    Il Medioevo ha una naturale avversione per il disordine, che non combatte con la misura e la proporzione nel modo della cultura e dell’arte classica, ma con la gerarchia, fatta di livelli diversi, ciascuno correlato agli altri, anello di congiunzione fra gradi distinti. Del resto anche il labirinto cretese ha un suo ordine: è unicursale, presentando un unico percorso che, svolgendosi attraverso sette spire, porta al centro e poi di qui, ripercorrendolo all’indietro, nuovamente all’entrata.
    Sul labirinto della cattedrale di Chartres i bambini giocavano, come i bambini di ogni tempo hanno giocato e saltellato su tracciati del “mondo”, a forma d’albero o a spirale. Disturbavano forse il momento serioso delle omelie, tanto che nel 1799, quando ormai il senso potente della rappresentazione simbolica era andato perduto, sostituito anche in ambito religioso da una visione più razionale della realtà e da una morale utilitaristica, il labirinto fu rimosso dal pavimento.
    I percorsi labirintici tracciati sui pavimenti delle cattedrali medievali erano considerati validi sostituti dei pellegrinaggi nei luoghi santi, per questo venivano chiamati anche “Chemins à Jérusalem”: il devoto doveva percorrerli in ginocchio, pregando, con un rosario attorno al collo.
    Il labirinto viene così a costruire una sorta di guscio all’interno del quale si nasconde l’essenza del sacro, che va protetta dalla superficialità e dalla faciloneria di chi pretende di ridurre anche il dialogo con Dio al frasario convenzionale dei manuali di catechismo.
    Luogo di smarrimento, come i boschi delle fiabe in cui bambini e fanciulle si aggirano cercando il sentiero verso casa o un lumicino, il labirinto rappresenta una esperienza indispensabile per chi voglia maturare la pazienza, l’umiltà, la prudenza: virtù necessarie in ogni apprendistato, anche in quello dello spirito. Il mistico può saltare le tappe perché tutto in lui arde e vola verso l’alto come la punta estrema della fiamma. Chi invece varca per la prima volta le porte del mistero che circonda il divino deve muoversi con circospezione, sviluppando una nuova sensibilità: una esclamazione affrettata, un gesto troppo brusco, una parola di troppo potrebbero dissolvere la nube su cui posa il dio e annullare il viaggio. Il labirinto può parere una inutile perdita di tempo a chi pensa al fine come a una conquista e cerca passaggi e scorciatoie per arrivare più presto. Ma all’uomo di spirito il labirinto insegna le giuste movenze, tra introversione ed estroversione, riproducendo il percorso di ogni nascita: quello che il nascituro prossimo alla luce compie, strisciando nello stretto canale uterino, tra fibre che si contraggono e si rilasciano (contrazione ed estensione), polmoni che inspirano ed espirano, avanzando e – in misura minore – tornando, combattendo palmo a palmo contro la paura e la tentazione della rinuncia (il risucchio).
    Il cervello umano, rinchiuso come una preziosa reliquia nella scatola cranica, presenta una struttura un po’ labirintica, determinata ad esempio dalle circonvoluzioni cerebrali, protuberanze di forma ondulata delimitate da solchi. la corteccia cerebrale appare come tutta accartocciata, con l’aspetto dei gherigli di una noce, contrassegnati da sporgenze e irregolarità, molto simili ai due lobi del cervello. A sua volta questo prezioso frutto, che in passato forniva la giusta riserva di serotonina, vitamina E e B6 e di grassi omega 3 (tutti ingredienti indispensabili al nutrimento del cervello) alle popolazioni contadine, ricorda nell’aspetto variamente segnato da rientranze e rilievi ondulati, il labirinto. Con il suo guscio la noce richiama inoltre il tabernacolo in cui si nasconde il corpo di Dio divenuto pane, nutrimento e salvezza dell’anima (e la noce è stata appunto definita il “cibo del cervello”, organo del corpo in cui ha sede la mente). Il senso è sempre quello di uno spazio sacro ben raccolto e protetto, in cui il profano non deve guardare. Il guscio rappresenta per analogia gli ostacoli da superare, la difficoltà del cammino, evocando le virtù dell’umiltà e della pazienza, indispensabili a chi voglia tornare a casa (il centro) e nutrirsi del pane di Dio. Pane per tutti gli uomini di buon volontà.
 


.                              

CHARLES PERRAULT Le Labyrinthe de Versailles [1677]
Incisioni di Jacques Bailly [Crédit: Petit Palais/Roger-Viollet]

MARIN MARAIS [1656-1728] Le Labyrinthe [Jordi Savall]


 
Il Labirinto di Versailles

 
    Negli ultimi decenni dell’epoca rinascimentale si diffonde in Europa una particolare architettura labirintica, di natura vegetale: il labirinto di siepi. Fu costruito nel 1677 nella reggia di Versailles durante il regno di luigi XIV, il “Re Sole”, fautore dell’assolutismo monarchico. Lo corredavano trentanove fontane, arricchite di particolari scultorei in metallo dipinto raffiguranti gli animali della favole di Esopo, dalle cui bocche sgorgavano getti d’acqua e fontane, a rappresentare la forza vivida della parola con un effetto, stando alle testimonianze, di straordinaria efficacia. Gli animali, tratti dalle più note favole di Esopo, scelte dal re in persona, parevano vivi. Una placca portava inciso un riassunto in versi della particolare favola cui la scultura era dedicata.
    Ideatore di questa originale versione del labirinto era stato lo scrittore di fiabe Charles Perrault, il quale aveva suggerito al re di utilizzarlo per l’educazione del delfino, il primogenito di 7 anni, il quale, pare, imparò a leggere decifrando i segni incisi sulle placche di bronzo.
    Perrault lasciò ai posteri una minuziosa descrizione del giardino (sostituito nel 1778 per ordine di Luigi XVI con un più pratico giardino all’inglese) nel libro Le Labyrinte de Versailles,4 illustrato da magnifiche incisioni. Sappiamo così che l’organizzazione dello spazio era davvero insolita: non c’era un punto centrale verso cui dirigersi, le siepi erano alte addirittura 5 metri: smarrirsi per i cortigiani non era affatto impossibile. Tuttavia, a chi sapeva decifrare il significato allegorico degli animali e imparava a ponderare scelte e soluzioni, il labirinto rivelava i suoi segreti e si lasciava esplorare. Segreti, non più misteri. Intimità di anime annoiate e complicate, tortuosità psicologiche e morali cui occorreva insegnare lo spavento del disordine, la paura di non farcela a ritrovare la strada del ritorno, il pericolo insito nel fascino dell’illusione. E tutto questo perché l’uomo di corte andasse a rifugiarsi nelle braccia del re: principio unico, lui, di ordine e misura, garanzia di certezza e realtà. Il labirinto è la riproduzione artistica della selva, in cui il cortigiano di Versailles non corre certamente il rischio di perdersi, irretito com’è nel gioco di luci della reggia: un caleidoscopio di eleganza, stupore ed emozioni, ideato dal sovrano. Un labirinto in cui gentiluomini e dame smarriscono il sentimento della propria irripetibilità passeggiando in su e in giù, senza andare in alcun posto, conducendo una vita fatta della trama di cui sono fatti i sogni. Il regista luigi XIV intanto pensa allo Stato, disegna le strade, costruisce i ponti, predispone carrozze su cui possano viaggiare gli uomini d’affari e i forzieri pieni di monete ricavate dalle imposte, i soldati e le casse di polvere da sparo, gli ordini del re e le merci.
    Scintillante di meraviglie, affollato di cuori palpitanti d’emozione e di esclamazioni allarmate e poetiche, con le sue fontane alimentate ad arte dall’acqua della Senna, e i suoi animali parlanti, il labirinto di Versailles ha perso legami con il sacro. È toccato anche a lui di diventare instrumentum regni. l’iniziazione a esso connessa è pertanto perduta e si è trasformata in insegnamento moralistico. Lo scopo non è più il centro (che infatti non c’è più): non Dio e neppure il Bene. Semmai l’adattamento sociale, frutto dell’obbedienza, scambiato per il bene dal senso comune. Restano tuttavia le testimonianze di un’opera artisticamente ammirevole, che ha ispirato anche il noto musicista dell’epoca, Marin Marais, il quale al bel labirinto ha dedicato una sapiente composizione, in grado di riprodurre attraverso le note lo stupore, lo smarrimento e il sollievo finale del visitatore.
  1. Friedrich Dürrenmatt, Il minotauro in Racconti, Feltrinelli, Milano 1996. []
  2. Ivi, p. 361. []
  3. J. Carrol, K. Critchlow, V. Lee, Il labirinto di Chartres come possibile modello dell’Universo, “Conoscenza religiosa” n. 4, 1980. []
  4. Charles Perrault, Labyrinthe de Versailles, Parigi, 1677, ill. di Sebastien le Clerc. È possibile prenderne visione sul sito della Biblioteca Nazionale di Francia. In proposito si rimanda al link: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k108017c.r=Labyrinte+de+Versailles+Perrault.langEN []

Tag: , , , , , , , , ,

5 Responses to ROBERTA BORSANI Il labirinto e il Minotauro

  1. Eclaro il 24 novembre 2015 alle 12:25

    Chapeau!

    Ps. Perché non inserire anche un paragrafo su Borges? (;

  2. Riccardo Moretti il 24 novembre 2015 alle 13:50

    Danza Minotauro, danza !

  3. nadia a. il 24 novembre 2015 alle 16:26

    Uno dei capitoli più belli di un bel libro. Un saluto.

  4. […] (Continua a leggere qui) […]

  5. stefania il 26 novembre 2015 alle 14:15

    Vigoroso e intenso brano sul grande mito.Il labirinto è anche il cerchio stretto e illusorio della mente,l arduo percorso iniziatico che l iniziatico deve percorrere per conoscere sé e il mondo,per capire che il filo d Arianna è il nostro stesso libero e ordinato pensiero, in grado di trovare da sé l uscita dal labirinto,ardua impresa se non si è ben orientati e qualificati.



indiani