Criteri esterni per una poetica non conforme

2 dicembre 2015
Pubblicato da

di Daniele Ventre

1. Ogni oggetto estetico costituito da materiale non linguistico, quale che sia il segno o la forma che lo costituisca, per quanto sia esteticamente legittimo, non è classificabile come poesia. Questo ci permette di fare economia. O se si vuole, ci permette di fare giustizia di ogni fenomeno che si proclami puramente installativo – o sempre se si vuole, del momento installativo come tale.

2. Qualunque cosa si voglia o si possa argomentare al riguardo, l’incomunicabilità o la non assertività sono una pura leggenda. Ogni frammento di materiale linguistico, per quanto residuale, è portatore di significazione. Ogni forma di significazione implica un coefficiente di assertività. A livello sistemico: non esistono piccole narrazioni, né l’assenza di narrazioni, soltanto narrazioni -per forza di cose- logicamente incomplete.

3. Il grado zero della scrittura o l’azzeramento retorico sono illusori: ogni frammento di materiale segnico, per quanto residuale o (illusoriamente) depotenziato, implica un tessuto metaforico, dunque è per definizione un costrutto retorico. Lo stesso vale per il problema del ritmo. Ogni materiale linguistico, in quanto fonabile, soggiace a fenomeni prosodici, che determinano un ritmo. L’atonalismo è una pura leggenda, o un equivoco.

4. Non esiste una via regia dei costrutti retorici, o in altre parole, tutte le forme retoriche sono equipollenti; a far prevalere l’una o l’altra è solo la prossimità a un centro di potere, piccolo o grande che sia.

5. La prossimità a un centro di potere non rappresenta di per sé stessa un criterio di validazione estetica, ma solo un indizio di conformismo letterario; il perché è auto-evidente.

5.1. L’unico criterio di validazione estetica è fornito dal perseguimento coerente, e tecnicamente strutturato, di un lavoro sullo stile che non si esaurisca solo e soltanto nel virtuosismo critico auto-proclamato (e dunque auto-riferito) della ricerca per la ricerca.

5.2. In modo strisciante o palese, sia che si manifesti come silenzio o come insulto, il conformismo letterario è implicitamente violento, dunque illegittimo.

6. Nel tempo dell’editoria spazzatura, c’è il serio rischio che le poetiche dell’incomunicabile e del non assertivo, come poetiche del mutismo, si rivelino a conti fatti ideologiche.

7. A ben vedere l’equivalenza fra petrarchismo e conformismo letterario è impropria e fuorviante.

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Notable Replies

  1. Tecnicamente questa disamina è un articolo di critica, dunque la sua dose di retorica è connaturata al genere in oggetto. Non si discute.
    O meglio, un articolo di critica, se non supportato dalla famosa (poundiana) dichiarazione di cosa piaccia al critico, rischia anch'esso di essere un puro elenco di proclami che possono agganciarsi a qualsiasi espressione artistica compiuta, dove lì, davvero, la retorica è veleno che soffoca.
    Non discuto che un brano che si dica tecnicamente una poesia o un racconto o un romanzo, non abbia pozze retoriche, purché in esse si segua il centro di una direzione creativa, che guidi la retorica e non ne sia guidata.
    A proposito di un ultimo pezzo letto qui (sicuramente fatto passare per un manufatto d'arte, dunque passibile delle leggi che applichiamo a qualcosa che debba durare nel tempo, a dispetto di tutte le nomenclature critiche, che devono seguire INEVITABILMENTE l'esecuzione), non mi dispiace l'accenno al contemporaneo, ai fatti di Parigi (oggi qualunque scrittore/-ice che si senta ardere della piccola o grande scintilla poetica è spinto/a a scrivere di Parigi, chissà poi perché...) ma stride la resa finale verso uno sguardo e un orecchio che cerchi ANCHE il guizzo che stupisca, un'immagina che resti (scrivere versi è, a farla breve, essere creatori di immagini, anche di una sola immagine nella carriera di un poeta...).
    E allora non posso non paragonare questo tentativo ad altri (vedi sotto) che hanno sicuramente preso le mosse da fatti attuali (perché da essi possiamo e dobbiamo) ma sui quali il genio o il talento poetico ha inserito il quid che fa di un vuoto esercizio critico, l'esemplare su cui la critica può esercitare e affilare i suoi strumenti spuntati (e non so, oggi, chi tra il critico e lo scrittore debba passare per primo dall'arrotino).
    -
    Un brano che mi viene in mente è (tra gli altri) ad esempio la parte II del CORIOLANO (Difficoltà di un uomo di stato), in T.S. Eliot, Collected poems, Faber & Faber, Londra, 1936

  2. COROLLARIO

    Dopo alcune ore con i testi originali, la critica diventa una vana cosa.
    -
    E. Pound, in The spirit of romance, Londra (1970)

    (per svagamento del lettore) :wink:

  3. Eclaro says:

    Condivisibile nella sostanza, anche se alcuni punti offrono il destro a una trattazione più ampia e dettagliata, che tenga conto di eventuali eccezioni e/o sottilizzazioni -- a mio avviso -- non trascurabili (vedi ad esempio il rapporto non biunivoco poesia-retorica / retorica-poesia, o una possibile estensione del criterio di validazione estetica a vantaggio di una maggiore obiettività critica, laddove una pur ineliminabile componente soggettiva risulta sovente viziata da traballanti gerarchie timologiche e/o pregiudizievoli "idola baconiani" et similia...). Cercherei altresì di spiegare meglio l'equazione tra petrarchismo e conformismo letterario (qualunque "maniera"?) e in particolare l'accezione del termine "incomunicabile" (laddove io credo esso abbia in certi casi o in determinate poetiche una valenza forte, positiva, inalienabile). Grazie :smile:

  4. @Costantino Belmonte A volte non si vogliono dare indicazioni di ciò che piace al critico, perché non è necessario o non è opportuno. Inoltre, questo non è propriamente un pezzo critico. @Eclaro. Qualcuno stigmatizza talune espressioni poetiche come residui petrarcaici di latinorum. Il problema non è riesumare qualche forma di monolinguismo lirico. Il problema sono le scimmie e le scimmie delle scimmie. E le scimmie imitano pedissequamente, n'importe pas quoi, imitano. Il monolinguismo lirico e i suoi cascami erano un problema. Ora l'ostentazione del rifiuto dei cascami (l'ostentazione e basta) è il problema.

  5. Suvvia, non si sono chiesti i piani segreti di invasione di uno stato sovrano; si chiedono le preferenze letterarie di un critico, le sue scelte, le sue predilezioni per poterci dare una base su cui discutere.
    E si chiedono proprio per evitare risposte del tipo: questo non è propriamente un pezzo di critica. Con l’elenco di ciò che una cosa non è si può andare avanti all’infinito. Non è un trattato culinario, immagino, e non solo impropriamente.
    Allora cos’è? E proprio per sapere cosa è che il critico deve dichiarare le sue ascendenze, letture, preferenze, scelte, scelte, scelte.
    Ma io sono lo scrittore, a un certo punto mi fermo e lascio che i cerchi intorno al sasso lanciato si smorzino naturalmente.

  6. Ciò che è sta scritto letteralmente nel titolo.

  7. ( pura poesia )

  8. Se fosse così, sarebbe inutile il seguito dell'articolo. Ah, quanta concisione guadagnata all'arte secondaria della critica. :wink:

  9. Questa di più.

  10. L'indicazione del titolo spiega l'intenzione comunicativa dell'articolo, che non ha lo scopo di stilare canoni di preferenza.

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