16 Responses to Dialogo sopra i costumi della poesia italiana contemporanea

  1. daniele ventre il 3 dicembre 2015 alle 14:21

    A volte la poesia la si nega semplicemente non parlandone. ;)

    • Sandra il 4 dicembre 2015 alle 11:24

      Verissimo, esattamente non parlandone come in questo ” lavoro”

  2. Eclaro il 4 dicembre 2015 alle 10:43

    Articolo pressoché inutile, e un tantino autoreferenziale.

  3. Andrea Inglese il 7 dicembre 2015 alle 10:17

    cari Massimiliano e Francesca,
    con tutta l’amicizia, mi sembra che sia tempo di scegliere con un po’ di rigore come parlare di poesia, oppure di non parlarne, per non ripetere osservazioni molto generali, che rischiano di essere solo generiche. Se si vuole dare un taglio sociologico, lo si faccia con una ricerca ampia, in grado di raccogliere dati e non solo impressioni – se ci sono le risorse per farlo. Altrimenti, io trovo più utile che chi legge ancora la poesia, scriva un pezzo per mostrare quello che ha trovato in un testo poetico. E’ per altro quello che voi fate più spesso, e questi mi sembrano i contributi importanti che persone come voi (noi) oggi possono dare intorno alla questione poesia.

  4. francesca fiorletta il 8 dicembre 2015 alle 22:56

    Caro Andrea, proprio perché ci conosciamo bene e conosciamo e stimiamo il nostro lavoro, non mi aspettavo di dover fare questa precisazione. Ma forse invece grazie, perché può evitare interpretazioni errate e pericolose.
    Certo, è evidente che questo dialogo non è un pezzo di critica (nel senso più puro del termine) e nemmeno tratta di poesia, né tantomeno ne aveva la pretesa! L’intento era – appunto, come da titolo – quello di parafrasare/parodiare un po’ sui costumi di chi la frequenta. E sul tanto chiacchiericcio che, concordo, troppo spesso ne deriva.
    Personalmente, e forse non avrò abbastanza esperienza, (?), ritengo che articoli ben più strutturati, in forma saggistica, o in forma anche accademica, sulla poesia, non solo non dicano assolutamente nulla, ma lo dicano anche in modi talmente ampollosi e con un atteggiamento talmente saccente da risultare a mio modesto parere totalmente indigeribili, e forse anche un tantino dannosi.
    Quello che provavamo a fare con questo dialogo, che inizia e finisce esattamente come “chiacchiera da bar”, non è né “prendere in giro” nessuno, in modo gratuito, né – ripeto – “illuminare” con concetti e studi di peso i vari dibattiti sulla poesia odierna. Volevamo anzi, nella maniera più “elementare” possibile, fissare alcuni punti base, da cui ripartire poi (non evidentemente in questo post) per approfondire delle tematiche, semmai.
    Ora, possiamo discutere se sia utile o meno agire in questo modo, ma io penso che anche persone meno “addentro” al sistema-poesia come lo intendiamo noi, possano trovare (come mi è stato infatti riportato) interessanti spunti di riflessione.
    Se pensi che, ad esempio, tu la vedi come giustamente è, una “chiacchiera”, e c’è invece chi lo considera “autoreferenziale” (quand’è proprio tutto volto solo ed esclusivamente all’esterno), beh… Capiamo che forse non è totalmente disutile, talvolta, abbassare i toni, e ripartire dalle basi.
    Credo che in questo Daniele e Sandra abbiano colto il punto, non so se ironicamente o meno. Io e Massimiliano l’abbiamo ovviamente fatto in maniera più che consapevole.
    E credo anche che, tante volte, si dicano più cose non dicendole.

    Per quello che mi riguarda, il lavoro sulla poesia, ma come sulla scrittura tutta, continuo a farlo in altri modi e con altri mezzi, come l’ho sempre fatto. :-)

    • Rossella il 5 gennaio 2016 alle 17:45

      Non sono d’accordo con chi ha descritto il testo “autoreferenziale” ed inutile. Ho inteso che chi bazzica un po’ l’ambiente poetico trova il testo superficiale e non originale, ma chi invece l’ambiente non lo bazzica, è un semplice lettore di passaggio che cerca di capirci qualcosa in quanto, da fuori, vede soltanto un dibattito tra primedonne ferite, vedove di pubblico e di editori, senza mai capire il problema qual è – perché a me pare di capire che nonostante l’alfabetizzazione diffusa il pubblico poetico sia costituito da 4 gatti, il che provoca paturnie adolescenziali del tipo “sono sbagliato io poeta, è sbagliato il pubblico” e crisi adulte sul livello “non mi si fila nessuno / perdita di autorità e riconoscimento sociale al di fuori del circolo degli amici” – questo è un botta e risposta perfetto!

      Un discorso introduttivo sulla controversa esistenza della poesia contemporanea.

  5. daniele ventre il 9 dicembre 2015 alle 00:41

    Più che altro, noto che intaccare determinati usi o postulati irrinunciabili espone a diversi livelli, da parte di interlocutori di diversa caratura, alla manifestazione di un implicito fastidio, il che non è bene.

    Il problema essenziale è che il contesto di chi lavora sulla poesia è inquinato da inerzie sociali di ogni genere, spesso fondate su dinamiche di esclusione, senza che i gruppi strutturati che quelle dinamiche di esclusione attuano abbiano poi, pur nella negazione non assertiva delle identità troppo marcate, quell’identità granitica che presumono di possedere.

    D’altro canto, su questo sito, mi sembra di aver detto (e fatto) qualcosina anche io in termini di poesia, se non con il rigore a cui mirano certi standard, forse troppo alti per i miei mezzi limitati, quanto meno con una certa sistematicità. Forse qualcuno non si è posto nemmeno il problema di discuterne; magari è più interessante dibattere dell’improvvisazione in versi sull’attualità a caldo.

    • francesca fiorletta il 9 dicembre 2015 alle 09:54

      Daniele, non lo so, non ne farei esattamente una questione di inclusione/esclusione, quanto forse piuttosto di interesse/disinteresse (?)
      C’è, secondo me, questa mitologia dell’aggregazione esasperata, che poi in realtà, a ben vedere, non si esplica se non in minima parte e per sparuti nuclei molto esigui e limitati, come poi è anche ovvio che sia. Ed è anche ovvio che ciascuno, anche dal punto di vista critico, scelga di cosa occuparsi, (e come farlo!) a seconda delle proprie inclinazioni, dello spazio e tempo a disposizione, degli interlocutori, delle sedi, del momento, e del proprio gusto personale. No?
      Nel senso, se un certo fil rouge si trova ad “accomunare” varie poetiche, questo mi sembra anche un passaggio naturale, endemico, non necessariamente di stampo – passami il termine – “mafioso”, ecco.
      E come giustamente ricordi, tu ti stai occupando di poesia con una certa sistematicità, e lo stai facendo sullo stesso sito (NI) che ospita contributi anche di diversissima natura, per cui, boh, che se discuta o no, per me va bene così, per quella che è la mia idea – quantomeno – da redattrice.

      • daniele ventre il 9 dicembre 2015 alle 19:44

        Sul concetto di interesse e disinteresse si potrebbe ragionare a lungo. Anzitutto, ci si potrebbe interrogare sul valore di poetiche e posizioni critiche a interesse limitato, e dunque a responsabilità limitata -e qui il dissòs logos assertivo-non-assertivo non c’entra. Da un altro punto di vista, ci si potrebbe chiedere cosa si intenda per interesse: se una attenzione disinteressata; o non piuttosto qualcosa di più concreto e basso, un interesse specifico che conduce a un’attenzione condizionata da un intreccio relazionale concreto, d’ambiente, di mini-cordata, o quel che si voglia, visto che hai evocato l’idea -che non mi apparteneva -di passaggi di stampo “mafioso”. Ci sono insomma una serie di “costumi” della poesia -e della comunità poetica (e le due cose andrebbero distinte, e si dovrebbe anche distinguere fra tic stilistici e costumi dell’environment)- italiana, non solo contemporanea, che restano un po’ troppo in ombra, secondo il mio modestissimo parere. Per il resto, la tua risposta -o si dovrebbe dire, la tua conferma- è precisamente ciò che ci si attendeva. Bisognerebbe comunque emanciparsi da certe linee di pensiero. L’attenzione a forme diverse di poetica non è una perdita di tempo o una contaminazione dell’alto prestigio del critico, ma una ricchezza. Altrimenti, per citare chi ne sa più di me, Parigi rischia di essere grigia davvero.

        • francesca fiorletta il 9 dicembre 2015 alle 20:40

          “Bisognerebbe comunque emanciparsi da certe linee di pensiero.”: esattamente!
          Intanto il dialogo intendeva dire proprio questo, ma vedo che non siamo riusciti a spiegarlo/o forse non vogliamo capirci? non lo so, Dan.
          Parlo per me: “L’attenzione a forme diverse di poetica” è cosa buona e giusta, se si intende fare una campionatura, se se ne ha l'”interesse” (nel senso più puro del termine!) e la capacità e la voglia.
          Sempre per quanto mi riguarda, dacché non mi sento di appartenere a nessuna “schiatta”, e dacché non mi permetto di parlare per altri, mi sono sempre occupata – e continuo a farlo – di scritture anche molto distanti fra loro, sia in prosa che in poesia, ma che siano congeniali col mio gusto estetico, letterario, e critico. Per citarti: che asseriscano o meno, non è affar mio.
          Se Parigi rischia di essere grigia non lo so, ma forse non saremo nemmeno noi a decretarlo, no? :-)

  6. eugenio lucrezi il 9 dicembre 2015 alle 12:26

    La poesia è un’esperienza di linguaggio niente affatto referenziale se non rispetto al proprio farsi. Non autoreferenziale, pertanto, ma intesa al farsi di un mondo. Esperienza di pertinenza letteraria, in nulla diversa da altre esperienze di linguaggio che non utilizzano la versificazione. Non so perché il romanzo e altre forme di narrazione debbano essere categorizzate separatamente. In letteratura è dirimente il processo di generazione del racconto. Se il messaggio è preesistnte, preconnfezionato, rispetto al momento dell’azione scrittoria, il risultato, al limite, non è letteratura. Poesia non è mettere in versi, romanzo non è mettere in prosa, in posa. Fabbricare versi e fabbricare prosa è funzione generativa, esattamente come scopare. Da un secolo tondo, anzi da più, mettere in posa il mondo, in versi e in prosa, non licet. Il mondo si sa raccontare benissimo, non ha bisogno dei letterati. Anche diversi editori non ne hanno bisogno. Mercato e cultura non vanno daccordo.

  7. Sandra il 10 dicembre 2015 alle 14:12
  8. Massimiliano Manganelli il 10 dicembre 2015 alle 17:46

    Caro Andrea,
    il dialogo è nato da una semplice occasione estiva, ma abbiamo atteso che finisse la calura per avere la mente più fredda. Quello che ci siamo proposti è piuttosto semplice, cioè ragionare in pubblico nel tentativo di mettere in ordine alcune questioni emerse più volte negli ultimi tempi.
    Nessuna pretesa di definire la poesia (con la maiuscola o la minuscola), né di fare della facile sociologia della letteratura. Diciamo che si potrebbe leggere il dialogo come un tentativo di fare il punto, con la prospettiva di avviare un lavoro in profondità.

  9. Isak Borg il 10 dicembre 2015 alle 18:42

    Se uno (o entrambi gli interlocutori) fosse stato un poeta (come io lo intendo) d’estate, sotto la calura, con la prospettiva di discutetere dei *costumi della poesia*, avrebbe alluso al bikini. Meglio ancora, al tanga e alle *vere* fonti dell’ispirazione che da essi promanano.

    :)

  10. Andrea Inglese il 14 dicembre 2015 alle 01:07

    Scusate Massimiliano e Francesca vi rispondo con ritardo. Avrete ragione anche voi sull’esigenza di fare il punto. E ben contento se è stato utile. Io per parte mia purtroppo ho ormai reazioni idiosincratiche sulle questioni relative alla salute o meno della poesia, ma sarà lo starci in mezzo che mi ha fatto ammalare. Un abbraccio.



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