La civiltà Laiseca

7 dicembre 2015
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Un saggio su Alberto Laiseca di Ricardo Piglia, tradotto da Gianluca Cataldo

Alberto Laiseca

 

Come dice lo stesso Alberto Laiseca, Los sorias è «anzitutto qualcosa di molto divertente». Poi, oltre a essere l’opera più ampia della letteratura argentina, una delle più ambiziose e, fino a qualche tempo fa, anche una delle più sconosciute, è tante altre cose. In Italia è ancora inedita – speriamo per poco – mentre altri libri di Laiseca sono e saranno pubblicati da Arcoiris edizioni. In attesa di poter leggere per intero Los sorias, pubblico il breve prologo di Ricardo Piglia – un rabdomante di scrittori sepolti – all’edizione Simurg del 2013. [g.c.]

Los sorias è il miglior romanzo che sia stato scritto in Argentina dai tempi de I sette pazzi, ma è possibile che Laiseca rida di questo paragone e che possa sembrargli un po’ “dispregiativo”. Gli ammiratori di Musil, quando pubblicò il primo tomo de L’uomo senza qualità, scrissero una serie di articoli comparando l’allora sconosciuto autore austriaco ai sacralizzati Proust e Joyce. Bene, Musil si offese con gli amici perché pretendevano di porre l’Ulisse e la Recherche all’altezza della sua opera. La comparazione delimita la logica instabile del valore, tuttavia ci sono scrittori che riescono a nascondersi e a fuggire alla rete, e che ardono, isolati, come una supernova che brilla fuori dal tempo, nello spazio infinito. In quanto estranei a ogni paragone, sono spesso ignorati o marginalizzati dai tradizionali sistemi di costruzione delle tradizioni e gerarchie letterarie, e la loro comprensione è (per i contemporanei) un enigma.

Intendo dire che il repertorio di ciò che chiamano letteratura argentina non fa parte dell’orizzonte di Laiseca: nella sua testa ci sono altre tradizioni e altri autori. Per esempio ammira Mika Waltari (Sinuhe l’egiziano), e a volte (quando è scoraggiato) pensa a Joyce e puntualizza che Los sorias è più ampio dell’Ulisse. Ha ragione, ha fatto i conti e (Laiseca su Joyce) ha un vantaggio di 30.000 parole.

Ma forse Joyce potrebbe essere comunque un termine di confronto, in quanto anch’egli aveva un’ambizione estrema e sembrava rispondere a quello che Connolly definisce il destino dell’artista: «Più libri leggiamo, più ci rendiamo conto che la vera funzione di uno scrittore è produrre un capolavoro e che nessun altro compito è di qualche importanza».

Laiseca ha risposto a questo postulato e si è fatto carico della difficoltà e dell’importanza della sfida (non solo il libro e le sue dimensioni, ma anche le condizioni nelle quali è stato scritto, circola, si pubblica, la vita estremamente austera del suo autore), e il romanzo corse il rischio, per diversi anni, di trasformarsi nella “misconosciuta opera maestra”.

Uno dei primi libri pubblicati da Laiseca, Avventure di un romanziere atonale (Edizioni Arcoiris, 2013, traduzione di Loris Tassi), potrebbe essere letto come il prologo critico e segreto di Los sorias: «Ma è giunto il momento di parlare dell’opera di questo artista che trascorse dieci anni della sua vita a scrivere il primo romanzo atonale della storia». Era ora, chiaro, e Avventure, discretamente e in maniera quasi onirica, ha suscitato un certo interesse sul quel libro «enciclopedico, unico, misterioso e lunghissimo» (come lo descrive il suo autore); l’annuncio, misurato e convincente, che era stato scritto uno dei testi fondamentali della letteratura contemporanea. Avventure di un romanziere atonale racconta tutti gli anelli della catena letteraria (scrittura, pubblicazione, critica, traduzione, premi, consacrazione) e allestisce una specie di epica grottesca e degradata nella quale si estremizzano i conflitti e il ruolo dello scrittore nella società.

Al centro di questa finzione (che si lega, per tono e atteggiamento, con un altro grande testo sul mondo letterario, Scrittore fallito di Arlt) c’è la maledizione di essere ignorati e l’impossibilità di pubblicare. Bisogna ricordare che Los sorias è rimasto inedito per vent’anni (basta pensare alla quantità di pagine date intanto alle stampe, e che si son perse nell’oblio, per capire i sentimenti dell’autore).

Rimosso e clandestino (non proibito né censurato, ma estraneo alla lettura e all’approvazione della società) questo romanzo si amalgama con la più profonda tradizione della nostra letteratura. La fiction argentina comincia con un racconto inedito: El matadero è scritto nel 1838 e pubblicato nel ’71, e da quel momento sono stati molti i testi sprofondati nel silenzio e nel mistero, fuori circolazione. La parte visibile dell’iceberg della letteratura argentina è sostenuta da un’invisibile mole di testi sommersi, che non emergono mai.

Los sorias appartiene alla stirpe dei libri che girano di mano in mano, come una lettera privata destinata a tutti.

È incommensurabile il numero di persone che non ha letto Los sorias, ma questa massa di futuri lettori garantisce la persistenza del libro; il romanzo si muove in questa direzione, e lo fa in maniera lentissima (dieci anni per essere scritto, venti per essere pubblicato, trent’anni per diventare un classico) perché questo è il ritmo della letteratura, il contrario della fugacità dei best sellers che entrano ed escono di scena una volta a settimana.

Se i lettori non abbondano, vuol dire che gliene mancano così tanti che una lettura interminabile è praticamente assicurata. In questo, ovvio, Laiseca è come Macedonio: tutti leggevano Gálvez mentre Macedonio scriveva Museo de la novela de la Eterna, ma, a soppesare le cifre, Museo è il romanzo che ha conquistato più seguaci da quando è stato pubblicato, nel 1967. Mentre Gálvez (o Silvina Bullrich) soffre di un massiccia fuga dei propri lettori, quelli di Macediono o di Laiseca crescono in silenzio come l’acqua che infiltra i muri delle case abbandonate.

Questa logica della diserzione brusca o di un incessante incremento decide le battaglie: avviene un incontenibile spostamento nel momento in cui un combattimento sta per risolversi (a Caseros, le truppe di Rosas iniziarono a ritirarsi due ore prima che il conflitto fosse terminato, e così vi posero fine).

La logica della guerra è la stessa delle letteratura: nessun accordo o dialogo, solo scontro tra poetiche, i valori si impongo sul campo di battaglia e, da un momento all’altro, chi vantava un certo riconoscimento smette di averlo e altri, in ombra e quasi impercettibili, scoprono invece le luci della ribalta.

Questi movimenti e strategie sono raccontati in Los sorias (le cospirazioni e le macchine belliche sono il tema del romanzo): perché questo libro è anche un testo sul funzionamento della letteratura.

Chi racconta è vittima di una persecuzione e, invece di fuggire, prova a spiegare quello che sta succedendo. I romanzi di Laiseca tendono a formarsi come un’enciclopedia, sono testi di sapere assoluto. Di un sapere comico, si potrebbe dire, dato che un elemento chiave di questa mitologia del pericolo estremo è la risata di Laiseca, la trasfigurazione del terrore in uno scherzo sinistro. L’amplificazione grottesca, le iperboliche comparazioni e la duplicazione finiscono per trasformare la tragedia in una brutale commedia.

Il romanzo si costruisce a partire dal delirio, che quindi non è solo un tema (in questo Laiseca si allontana da Arlt per avvicinarsi a Bernhard e Pynchon). La finzione è un resoconto che rifonda la coscienza del perseguitato che prova a capire l’universo dal quale tenta di fuggire. Tuttavia, a differenza del criterio naturalista che motiva la frantumata coscienza di chi racconta (Faulkner fa parlare un idiota in L’urlo e il furore, Joyce semiaddormenta Molly per giustificare il linguaggio del monologo finale dell’Ulisse), il narratore di Laiseca vede il mondo come un complotto destinato a distruggerlo. E non c’è alcuna giustificazione (psichiatrica, onirica o mistica) per questa vertigine verbale e una visione così allucinata della realtà.

Il modo di scrivere di Laiseca è simmetrico al mondo raccontato; si potrebbe dire, tautologicamente, che lo stile è il mondo narrato, che non esiste possibilità di immaginare sostituzione “letteraria”, un’aggiunta estetizzata o l’accettazione di quello che è convenzionalmente definito “scriver bene” (ovvero farlo secondo i canoni della moda del momento): questo è lo stile di un universo sotto pressione, di un mondo sommerso. Laiseca ci mostra cosa significhi un uso della lingua in condizioni di estremo pericolo.

Per il suo stile, Laiseca fa piazza pulita delle convenzioni della cultura “alta” (e cioè dell’arte falsa) e si rifà ai modi, forme e gergo popolari e della cultura di massa. Con la sua mitologia della magia nera e della paranoia tecnica, con le sue risonanze wagneriane e le sue credenze occulte, Los sorias è un enorme libro iniziatico, un immenso testo sul fascino della conoscenza e sugli stadi di coscienza.

Come tutte le opere di questa grandezza, rappresenta un mondo autonomo che vive di leggi proprie e racconta della propria origine. È sufficiente pensare allo straordinario primo capitolo, con la scena della pensione nella quale si amplifica e si definisce il complessissimo sistema di rappresentazione del reale. A inocularsi lì è il germe mortifero di una storia che funziona come un’esplosione nucleare.

Un frammento di questo mondo atomico ci ha raggiunti. Los sorias è la cronaca di una realtà dimenticata. I suoi lettori si trasformano in archeologi che in mezzo a una foresta scoprono una grande civiltà perduta, e tornano alle loro città per raccontarla.

 

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One Response to La civiltà Laiseca

  1. Benedetta V. il 12 dicembre 2015 alle 09:24

    Speriamo venga tradotto e pubblicato in Italia al più presto.



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