Un autore in cerca di personaggi – Di avanguardia, di ricerca e di altro – Gilda Policastro e la cella dei nostri anni

16 dicembre 2015
Pubblicato da

di Cetta Petrollo

A pochi mesi di distanza escono, fra maggio e settembre 2015, due libri di Gilda Policastro, una raccolta poetica, Inattuali (Transeuropa) e un romanzo, Cella ( Marsilio), per i tipi, dunque, di una minimale casa editrice, quasi del tutto fuori dal circuito della distribuzione libraria e della commercializzazione, e di una casa editrice affermatasi, negli ultimi anni, nella traduzione e diffusione di narrativa di successo, basti pensare alla fortunata trilogia Millennium (Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta ) di Stieg Larsson.

Gilda Policastro, studiosa di classici – Dante e Leopardi – e di scritture novecentesche, da Pirandello a Pasolini e a Sanguineti, fa parte della generazione di intellettuali, nati negli anni Settanta, che cerca collocazione nel nuovo contesto scaturito dall’ economia digitale.
Dell’economia digitale, del mescolamento e del superamento degli ambiti, si subisce l’immediata fascinazione con la possibilità di mettersi in gioco continuamente, nella scia dialogica stimolata dal web, piazza di incontro e di confronto illimitata dove disagio e agio formano e definiscono il personaggio autore. Frequenti, quindi, le presenze e le interviste di Policastro nel web, da quelle nei siti più visitati, fra cui Nazione indiana, Doppiozero, Le parole e le cose, Vibrisse, Pordenonelegge, agli interventi e ai dibattiti sui social network.

Di questo gioco di specchi che supera i meccanismi autore – pubblico, opera – editoria, autore – personaggio, io – scrittura, praticati prima della fisica dei vasi comunicanti indotta dalla rete, Policastro, sembra del tutto consapevole: “Che si rassegni, perciò, chi oggi vorrebbe il campo letterario suddiviso in microaree territoriali, corrispondenti ad uno ed uno solo degli ambiti culturali. Credo che lavorare attorno a certi temi in modo ossessivo, come i critici e gli scrittori fanno da sempre, non possa che portare a slittamenti, contaminazioni, sconfinamenti” (intervista in Anfiosso.wordpress.com) come – traspare dalla sua ricerca – dell’estrema difficoltà del perseguire una personale scommessa che si liberi delle regole dell’epigonismo letterario del secolo scorso, forse anche per “volontà di accostarsi all’essenza, a ciò che riguarda il senso ultimo delle cose”.

Tesa nella difficile ricerca di una collocazione fra i mostri sacri della letteratura d’avanguardia del secondo novecento italiano e l’incombere della letteratura d’evasione e opinionista del nuovo secolo, con le sue nuove erudizioni e frammentazioni linguistiche, la narrazione sembrerebbe così muoversi entro alcuni canoni del romanzo erotico-sentimentale di cui percorre i temi , dal dolore, alla morte, alla malattia, alla costrizione, alla coazione sessuale, all’amore, fino alla citazione dell’impegno politico eversivo, in una micro – storia di corruzione e violenza vista con gli occhi di chi quella storia non l’ha vissuta ma solo fortemente immaginata.

La trama possiede, ad una prima lettura, tutte le attrattive necessarie a condurci verso la conclusione del romanzo – una torbida relazione, il mistero della storia che non giunge a sciogliersi del tutto, le descrizioni dei rapporti sessuali , il rapporto vittima-carnefice ma l’esplosione sotterranea del narrare , quella che ci cattura, avviene quando si aprono le piegature delle voci narranti e dei personaggi : la voce parlante della donna è quella vista da un uomo ma dietro il personaggio uomo c’è a sua volta una donna, l’autrice, cioè una donna, l’autrice, crea un personaggio uomo che narra con voce di donna un personaggio donna.
Tutto ciò accade per inserti narrativi e giustapposizioni in un andirivieni temporale fra i vari capitoli della storia, spesso anche all’interno dello stesso capitolo come in “Al chiuso” e in “Doppio legame” nella creazione di ibridi narranti per i quali non sembrano applicabili le categorie di genere.
Può tutto ciò rientrare nella storica categoria di sperimentale?
O, piuttosto, siamo di fronte ad una narrazione attratta dalla ricerca di una possibile descrizione oggettiva della contemporaneità fuori dalle diversità di genere? Che Gilda Policastro interpreta con gli strumenti del narrare, la costruzione del protagonista bisessuato (asessuato?) e la storicizzazione “politica” (il privato è politico!) del nostro più recente passato?

“Il senso ultimo delle cose” si potrebbe completamente manifestare continuando a guardare verso i nuovi scenari che si propongono ed abbandonando ogni nostalgia e mitizzazione del passato?
Spogliandosi delle seduzioni narrative e spostando il segno verso la nuova umanità che si delinea purché si abbia il coraggio di guardarla senza paura?
Umanità che potrebbe essere “inattuale” se paragonata al peso delle eredità novecentesche e marginale se misurata in termini di scrittura poetica ma del tutto attuale e centrale se a narrarla fosse il nuovo punto di vista di una generazione che affermasse la sua capacità di dire e di narrare il suo tempo.
E qui siamo già dentro al territorio di “Inattuali”.

“Inattuali” è nella contemporaneità e la guarda e la afferma con autentica passione politica che è poi quella del dire le proprie ferite e il proprio scarto ponendosi al centro del disagio e interpretandolo per tutti : “ parlate piano / non vi seguo/ dovete dire delle cose/ e dovete farlo piano./ quando parlate non vi capisco/ parlate piano, andate più piano,/ non correte, indugiate sui nessi, sciogliete le elissi,/ contraete l’ipotassi, non vi seguo,/ andate piano, aspettatemi,/ provate ad ascoltare anche me, datemi il tempo, sono più lenta, non vi seguo,/ mi sentite, non vi capisco, / fermi, insistete sul concetto, soffermatevi sui nessi, / insisto, i nessi vanno meglio definiti,/ chiariti, ripresi,/ meno/ gossip […].

“Inattuali” narra, metricamente, le storie di oggi in cui si accampa la protagonista che non intende
essere personaggio di se stessa ed è voce asessuata come chi veicola emozione con brandelli di lingua frantumati e connessi e disconnessi in struttura poematica: “le cose che succedono, se te ne vai/ sono nell’ordine: 1.uscire / 2. La messa in piega/3.uscire di nuovo, sempre, con una scusa, / con gli sconosciuti, per la spesa, per nessun motivo al mondo/ passare dal punto A al punto B del pavimento/ o dal divano al fornelletto per la camomilla […]

Sono le cose a presentarsi incollate al vivere in esternazione quotidiana, outing che non ha bisogno di trama essendo intreccio bastevole quello delle parole del vissuto quotidiano: “la poetica dell’oggetto/ non ti persuade / più: il rubinetto/ perde occasioni di continuità/ nella goccia transeunte (dei morti, /le unghie, crescono due millimetri ancora, / per notte).

Il dolore è tema carnale che colpisce violento chi legge e lo aggancia al centro con l’evidenza di una rappresentazione senza simboli come in Refresc : “ Gli puoi far dire fare / quel che ti pare ( sono anni)/ ai morti: rovesciano l’ideologia delle unghie (GM),/ restando al riparo/ quando li convochi/ e se li chiami, oppure,/ dirimpettai nel granitico essiccare/ delle violaciocche, più spesso/ sminuzzano il gelo, lo smembrano/ in parti piccole e diseguali, poi nel silenzio/ domandandosi se tu, per fame,/ ti nutriresti[…]
Policastro non ha bisogno di “cercare” né di trovare uno spazio quando scrive in versi: lei c’è tutta – e al di sopra di ogni definizione poetica – in quella potente e vincente marginalità dove l’ibrido asessuato del verso la pone grandiosamente fuori da ogni cella contemporanea.

Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2015
Gilda Policastro, Cella, Marsilio, 2015

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