Allmenn e le dalie

21 dicembre 2015
Pubblicato da

Martin_Suter

di Gianni Biondillo

Martin Suter, Allmenn e le dalie, Sellerio, 2015, 215 pagine, traduzione di Emanuela Cervini

Credere che in un albergo ci si stia lo stretto tempo necessario significa non conoscere lo Schlosshotel, grande albergo svizzero un po’ in decadenza, dove, oltre ai fruitori di passaggio, è normale designare la propria residenza e viverci anche per molti e molti anni. Fra i clienti affezionatissimi c’è anche Dalia Gutbauer, una quasi centenaria arcigna ereditiera di una fortuna immensa che in gioventù ha vissuto nel jet set internazionale e che negli ultimi decenni del secolo scorso ha deciso di ritirarsi a vita privata. In un albergo, giustappunto, dove vive in una suite del quarto piano col suo seguito di servitù e assistenti personali.

E proprio nel suo appartamento scompare un dipinto di Fantin-Latour, una natura morta ritraente un vaso di Dalie, dipinto che vale una fortuna immensa e che la milionaria vuole ritrovare non per il suo valore materiale, ma per quello affettivo. Le fu donato in onore al suo nome, mezzo secolo addietro, da un ladro spasimante.

A cercarlo ci penserà Johann Friedrich von Allmen, esperto in ritrovamenti di opere d’arte. Lavoro che Almenn s’è in un certo senso inventato per evitare di lavorare per davvero. Mestiere che riesce a fare persino bene, grazie all’aiuto di due improbabili assistenti, il guatemalteco Carlos e la colombiana Maria, entrambi clandestini in terra elvetica.

Allmenn e le dalie, di Martin Suter, è una specie di delitto a scatola chiusa sui generis, manchevole delle morbosità e della violenza dei romanzi di genere di questi anni. Suter, anzi, insiste nei dialoghi a ripristinare una lingua elegante, quasi retrò. Il motore autentico del romanzo però non è la semplice descrizione di un mondo altolocato. È la dimostrazione che siamo tutti schiavi, più che del denaro, di chi il denaro lo possiede. Possedendoci.

(pubblicato su Cooperazione, numero 13 del 24 marzo 2015)

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