Le parole e il cielo. Un ricordo di Julio Monteiro Martins a un anno dalla scomparsa

24 dicembre 2015
Pubblicato da

di Mia Lecomte

Roma, 20 ottobre 2001

Caro Julio,
ho finito i tuoi racconti, e mi dispiace. Perché? È chiaro che condividiamo la stessa angolazione visuale sulla/e realtà. Ed è anche un po’ strano, viste le molte differenze che ci separano, e non solo geografiche … O forse non lo è. Ma non è soltanto questo che mi è piaciuto nei tuoi libri – sarebbe davvero triste amare solo ciò che ci ricorda noi stessi – ma soprattutto l’incontenibile carnalità che domina l’andamento di tutti i racconti, anche dove si parla di tutt’altro. In principio mi sono sentita un po’ “schiacciata”, seduta sulla mia inadeguata sedia di lettura, ma poi mi sono accorta che in realtà non incombeva nessun peso, potevo muovermi, respirare liberamente, che la massa era in realtà leggera come un minerale poroso. Lo humor, l’allegria – anche se venata, quest’ultima, da una malinconia sempre in agguato – reinventavano l’impasto, lo lanciavano per aria in uno slancio “ascetico” per poi farlo ricadere a terra con tutto l’amore del peccato. E così, rassicurata e felice, mi sono riassestata nella mia forma di lettrice per godermi lo spettacolo inesauribile di una moltitudine di mondi…

Lucca, 20 ottobre 2001

Cara Mia,
sono felice che tu abbia vissuto quelle sensazioni leggendo i miei racconti. Fortunata è la narrativa che riesce a lasciare un segno in soggettività complesse come la tua. Hai ragione quanto all’assenza di peso. Si può muovere, respirare, e tant’altro. Si può tutto. È un’overdose perfettamente sopportabile e godibile. Lo “spettacolo inesauribile di una moltitudine di mondi”, a cui ti riferisci, è la vita stessa, che vale la pena soprattutto quando uno riesce a estrarre intensità e passione dai momenti presenti, dalla successione della “durée”. La mia nozione di vera felicità è questa. Una felicità che vizia, che quasi fa impazzire chi ne gode. Il resto, l’idea piccolo borghese di “felicità”, quella solo concettuale, non è altro, secondo me, che una sorta di vernice kitsch . Hai ragione. La carnalità è un elemento importante nella mia letteratura, infatti. In parte perché sono così, come diceva un’amica regista teatrale, “molto voluttuoso”. In parte perché è così la mia cultura: gli antichi naviganti dicevano che “non esiste peccato al di sotto la linea dell’equatore”. Infatti, per i brasiliani, e soprattutto per i “cariocas” come me, il “peccato” è qualcosa da cercare, e non da sfuggire. Il “peccato” esiste per definire delle cose così buone e piacevoli che le si deve eliminare, o almeno arginare, altrimenti rischiano di occupare lo spazio di tutto il resto nella vita (ed è ottimo quando ci riescono)…

(…)

Parigi, 24 dicembre 2015

Caro Julio,

sono passati quasi quindici anni da quando ci scambiavamo questi primissimi nostri messaggi. Ed è passato un anno esatto dalla tua morte ingiusta – dopo una breve e inesorabile malattia – all’ospedale di Pisa. E proprio oggi ho deciso di ricordarti così: con i messaggi che hanno quotidianamente scandito nel tempo la nostra amicizia; e con un tuo racconto inedito[1], uno dei tanti che mi hai lasciato in eredità, chiedendomi di prendermi cura di loro “perché i nostri libri sono i nostri figli” (sto facendo quello che posso, Julio – e con me Rosanna e Andrea[2] – , ma viviamo in tempi oscuri, in cui la verità della letteratura, la sua luce chiarificatrice, non può essere contemplata).

E il tuo Cielo mi è sembrato quanto mai appropriato.

Perché mi ha riportato alle prime battute della nostra amicizia, quando ho imparato a conoscere la tua leggerezza sensual-metafisica – tanto più brasilianamente coraggiosa dei miei nord – nelle sue molte declinazioni letterarie.

E perché ora ti vedo sempre lì, tra gli stormi-mongolfiera di uccelli e le nuvole cangianti, a sorvolare una terra ridotta a “un’illusione inoffensiva”. Una terra su cui la tua letteratura, le parole che ci hai lasciato, ci invitano a riversare tutta l’estasi del volo, per avvertirla, finalmente, di una nuova consistenza, meno aspra e rigida, “insicura se essere mare”…

CIELO

di Julio Monteiro Martins

“L’Europa offre delle forme precise sotto una luce diffusa. In Brasile, il ruolo per noi tradizionale del cielo e della terra, si inverte. Al di sopra della distesa lattiginosa del mato, le nuvole compongono le più stravaganti costruzioni. Il cielo è la regione delle forme e dei volumi; la terra conserva la mollezza della prima età.”

(Claude Lévi- Strauss, Tristi tropici)

 

Esposto al freddo disarmato dei miei tredici anni, anche se nascosto sotto la coperta di lana, con in mano una torcia elettrica e un libro di Schopenhauer, mentre ascoltavo il respiro profondo di mia nonna immersa nel suo sonno chimico, leggevo intimorito: «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia… Il godimento è solo un punto di trapasso impercettibile nel lento oscillare del pendolo».

Nella stanza contigua mio nonno Celso, insonne, attraversava la notte, lottando e venendo a patti con la nevralgia del trigemino, un dolore selvaggio e mostruoso che gli bisbigliava inviti al suicidio. Ogni suo urlo rauco e tremante era per me un nuovo punto di esclamazione alle certezze del filosofo tedesco.

La mattina presto, ottuso e indolenzito, indossavo la divisa beige del Dom Bosco, il giaccone blu, e andavo a dormicchiare sul banco della scuola, col quaderno aperto davanti alle palpebre chiuse, finché un professore più severo, il colonello Malebranche dietro i suoi enormi occhiali neri squadrati – non siamo mai riusciti a vedere il suo sguardo crudo – o il Boca Murcha, di francese, il cui passé composé si rovesciava gelatinoso dalla lingua al mento, non mi beccasse e chiamasse per nome e cognome, unico modo di ripescarmi da quell’altra dimensione.

E così trascorrevo i giorni e le notti di un’adolescenza che sembrava piuttosto una pantomima della vecchiaia. Giorni lontani dall’amore materno e ancora senza amori coetanei, e quindi giorni secchi e freddi, di un’attesa ossuta e senza direzione, timoroso che il grigiore del presente si addensasse nel buco nero del futuro.

Questo quando ero inchiodato a terra, mai quando attraversavo i cieli brasiliani insieme a mio zio Ney, nel suo piccolo Beechcraft J35 Bonanza, che quando decollava e mi staccava dal mondo cancellava Schopenhauer e ogni dolore o noia, cambiava lo spazio, rovesciava il mondo e fermava il tempo. Slancio ed estasi in contemporanea, quei voli preparavano l’anima all’affrancarsi del corpo, la completa liberazione dalla paura del non essere, da qualsiasi possibile paura.

Zio Ney, antico pilota della Panair do Brasil, era stato costretto ad andare in pensione molti anni prima del previsto, a causa del fallimento e dell’estinzione della compagnia aerea per la quale lavorava. Aveva avuto una buona liquidazione e così aveva deciso di mettersi in proprio, comprando il Bonanza che imparò a conoscere in ogni suo rumore, umore e tremolio, terzo aereo della sua vita dopo l’apprendistato in un biplano Curtiss Fledgling, il “Frankenstein” del Correio Aéreo Nacional, con il quale aveva fatto qualche migliaia di miglia di volo prima di essere ammesso nella Panair e pilotare un grosso Model 10 Electra. Con il Bonanza tornava alle origini, lasciava il completo e la cravatta per rivestire la vecchia tuta e il piccolo aereo, che affittava ai fazendeiros in visita nella capitale, ai politici locali in pellegrinaggio dai generali o che gli serviva per portare dalle fazendas all’ospedale cittadino qualche impallinato o malato grave benestante. A volte gli chiedevano di portare medicine, whisky e qualche bella ragazza a ore in un villaggio sperduto dove il denaro riusciva ad arrivare per strane vie ma poi ristagnava lì senza sapere bene dove andasse o a cosa servisse.

Viaggiava a bordo del suo Bonanza non più di una o due volte la settimana. Gli altri giorni li passava a fumare la pipa e a guardare le nuvole dalla veranda di casa sua, nei pressi del Campo de Aviação, o a fare la manutenzione dell’aereo. Nelle giornate perfette però veniva col suo furgoncino a prendermi a casa la mattina presto prima che andassi a scuola, o le domeniche un po’ più tardi, sotto lo sguardo apprensivo di mia nonna che in fondo non aveva mai creduto che qualcosa più pesante dell’aria potesse volare, ma non se la sentiva di sottrarmi a quell’assaggio di felicità tra le montagne e le nuvole.

Un minuto dopo il decollo l’universo si era già trasformato. Il sole era dentro i fiumi, e gli aquiloni visti dall’alto erano piccole pennellate di colore sul verde chiaro dei campi o quello più cupo delle foreste.

Le gigantesche palle colorate accanto a noi non erano mongolfiere, ma stormi di uccelli che si spostavano in cielo cambiando spesso direzione: le palle verdi dei pappagalli, quelle rosse e azzurre delle arara, le arancioni dei sabiá o le nere degli anu. Un cielo più affollato della terra stessa, quasi deserta, solo qualche raro bue bianco a pascolare e qualche sporadico camioncino ballonzolante sulle strade sterrate.

Guardando in alto lo spettacolo era immenso. Montagne capovolte di nuvole tondeggianti bianchissime nei bordi e dalla polpa grigia. Intorno agli squarci da dove penetravano i raggi del sole risplendeva una cornice dorata, di un giallo intenso, con sfumature di rosa e di porpora. Più in alto, nuvole lontane, sfilacciate, separavano il mondo dal cosmo, una sorta di grata di vapore che serviva da confine ai nostri voli. In fondo alla pianura l’orizzonte era leggermente curvo, facendo intuire la sfera gigantesca. Lì, terra e cielo sfumavano l’una nell’altro, dietro un lenzuolo di nebbia violacea coronata dai riflessi d’oro.

Zio Ney, un uomo mite e di poche parole, ogni tanto girava la testa per guardarmi e mi sorrideva, complice del mio stupore e soddisfatto della mia meraviglia. Penso che sapesse cosa quei voli significassero per me, il grado di sollievo che mi procuravano dopo le lunghe immersioni nel dolore altrui, attraversando l’adolescenza in apnea senza scorgere l’altra sponda. Volare vicino alle nuvole, tra gli stormi colorati, era anche un messaggio potente: basta alzarsi dal suolo e tutto quello che c’era prima, e ci assediava, scompare come per miracolo, la realtà più opaca si diluisce in un’illusione inoffensiva, e ogni mole incombente è in verità una miniatura, ogni fabbricato un giocattolo.

Quando atterravamo nuovamente sul Campo de Aviação tornavamo a un mondo addomesticato, che per un po’ non ruggiva, miagolava. Camminavo accanto a mio zio e la terra oscillava leggermente sotto i nostri piedi, insicura se essere mare, forse umiliata da quel cielo immenso che non aveva limiti.

Più tardi, naturalmente, anche l’adolescenza passò, e i voli cessarono. Altre terre arrivarono, altre città, e la solitudine di quegli anni è rimase rinchiusa nella memoria, preservata ma innocua, segno di dolore ma non più dolore.

Di zio Ney ho avuto poche notizie negli anni, e del nostro Bonanza nessuna. Una cugina mi scrisse un giorno raccontandomi che era morto a casa, per un attacco di cuore. Per qualche tempo sono rimasto affranto, e in silenzio mi chiedevo se non avesse portato con sé tutto quel cielo, se non avesse chiuso quella porta alle mie spalle.

Poi, guarito dal dolore e dalla noia grazie ai capitoli più interessanti della mia storia, mi sono domandato se zio Ney fosse esistito davvero, se il Bonanza rosso e bianco fosse davvero suo, se avevamo davvero volato insieme un giorno. E allora mi sono ricordato che dietro la casa dei miei nonni c’era una collina, sulla quale nelle giornate di sole salivo fino alla cima per guardare la valle, la casa, l’insulso scenario di quella mia vita, ma soprattutto per guardare il cielo, le nuvole con le loro lunghe frange dorate, gli stormi di uccelli, e ogni tanto, qualche piccolo aereo che, decollando dal campo di volo vicino passava sopra la mia testa, mi pescava lì, solitario, e mi portava via con sé.

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Julio Monteiro Martins è nato a Niteroi, nello stato di Rio de Janeiro, nel 1955, ed è morto a Pisa nel 2014. Ha insegnato scrittura creativa negli Stati Uniti, in Brasile e in Portogallo prima di giungere in Italia, nel 1996, come docente di Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria presso l’Università di Pisa. Ha abitato a Lucca, dove ha diretto il Laboratorio di Narrativa del Master di Scrittura Creativa presso la scuola Sagarana, da lui fondata, con l’omonima rivista, nel 1999. Fellow in Writing presso l’Università di Iowa, negli Stati Uniti, autore molto noto in patria, all’attività letteraria ha affiancato l’impegno politico e sociale: dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1991, è stato avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente, per il quale si è occupato dell’incolumità dei meninos de rua. In Brasile, a partire dal 1977, ha pubblicato raccolte di racconti, romanzi e saggi: Torpalium (Ática, 1977), Sabe quem dançou? (Codecrì, 1978), Artérias e Becos (Summus, 1978), Bárbara (Codecrì, 1979), A oeste de nada (Civilização Brasileira, 1981), As forças desarmadas (Anima, 1983), O livro das Diretas (Anima, 1984), Muamba (Anima, 1985) e O espaço imaginário (Anima, 1987). In Italia ha pubblicato: Il percorso dell’idea, petits poèmes en prose (Bandecchi e Vivaldi, 1998), Racconti italiani (Besa, 2000), La passione del vuoto (Besa, 2003), Madrelingua (Besa, 2005), L’amore scritto (Besa, 2007), La grazia di casa mia (Rediviva, 2013), La macchina sognante (postumo. Besa, 2015). Nel 2002 ha partecipato – assieme ad Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri De Luca e Gianno Vattimo – all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime (a cura di Beppe Sebaste e Stafania Scateni, Arcana Libri/L’Unità).

[1] Il racconto è parte, con gli altri, dell’opera inedita Tetralogia della brevità (2007-2014).

[2] Rosanna Morace e Andrea Sirotti

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