La riviera dei fiori

28 dicembre 2015
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acqua

di Orso Tosco

La pittura è spessa e viscosa. Sembra bitume, forse lo è. Va data in modo uniforme ma di corsa, perché la pioggia è in agguato, e la pittura nera deve impedire che l’acqua filtri nei vecchi muri della casa. Lavora nello stretto, lui. Lavora nello stretto, con i capelli radi appiccicati contro la fronte dal sudore, gli occhi illuminati di sbieco, e non dai lampioni, nemmeno dalla luna che inizia, ma da una luce interna, interna e cattiva, innocua e blanda.

Da un lato ha la grondaia, a cui il porco che l’ha montata non ha imposto la giusta pendenza. Dall’altro lato un muretto, irregolare, di cemento armato. E sopra, sporgente, quel che resta di una vecchia serra: i vetri bianchi, sporchi, rotti, l’intelaiatura arrugginita. È abbandonata da tempo, i garofani costano meno altrove. Resta comunque ingombrante. La spigolosa adolescenza della vita passata di questi luoghi, adolescenza vecchia che non diventa niente e nemmeno muore: ormai pigra come un krapfen.

Osserva il pennello, lui, il pennello carico di pittura che sembra un grumo di strada fresca, e osserva la propria mano, la trova coperta da un guanto da cucina rosa. Guarda sopra. Ha le braccia tagliate. I tagli sono leggeri e sciocchi, figli di potature maldestre. L’unico colore acceso è il sangue rosso delle zanzare tigre spiaccicate sugli avambracci. Lente a causa dell’autunno, sono ormai comode prede da uccidere bestemmiando. Fischiano e volano, poi esplodono oppure sfuggono: partiture su partiture.

A osservare il lavoro di pittura, già l’istante successivo alla fine del lavoro stesso, si capisce subito che è fatto male. Per nulla uniforme. L’acqua stagnerà, filtrerà, causerà danni.

I sorci che vivono nel sottotetto emettono un rumore stridente, come una corda di pianoforte sfregata con unghie lunghe. Il rumore è breve, passa subito. Lui pensa al veleno che dovrebbe piazzare a bordo tegola. Ma anche il pensiero è breve. Passa, passa anche lui.

Altri pensieri arrivano a eseguire le loro figure libere. Pensieri come l’idea che lui non sia bravo a fare nulla. Non bravo con il bitume, non bravo a leggere le bollette del gas, non bravo a vendere soldi e non bravo a salvare soldi, non bravo a scrivere, a saltare.

Buono a nulla e nel nulla.

Questi pensieri ci mettono poco a diventare verità. E le verità sono come un pelo di capra, o di pecora o maiale, che gli cresce attorno al collo mentre si butta tra le canne di bambù per tornare a casa. Si torna a casa con il collo caldo e sporco di verità perché la porta va aperta con un misto di saggezza e disperazione. Bisogna tornare a casa fallendo nell’equilibrio.

Le ceneri di suo padre lo guardano, appollaiate davanti alla finestra che dà sul giardino. Sono rinchiuse dentro una scatola verde che assomiglia a quelle in cui si tengono le carte da gioco. Le ceneri hanno occhi fatti di piccola frutta talmente vecchia da apparire irriconoscibile, forse acini d’uva, forse semi.

Cosa vogliono dirgli? Dicono qualcosa, gli occhi della cenere fresca di suo padre?

Non si sa. Ciònonostante, ogni martedì e giovedì lui sottopone loro delle giocate del lotto, uno o due ambi, un terno, affinché suo padre guardi e, eventualmente, decida. Il sabato invece non gioca. Gli piace far finta di aver dimenticato di giocare. Ama sdraiarsi, il sabato sera, a pensare ai rimpianti, a puzzare.

Ma oggi non è sabato, è un altro giorno.

È stanco, sono mesi che è stanco. Da quando la malattia di suo padre si è incattivita e lui è tornato a vivere con i genitori, è da allora che si sente stanco. È normale, è normale, si dice.

Gli ospedali, i sintomi, la mancanza cronica di miglioramenti, di buone notizie.

Ma questa stanchezza arriva da più lontano, da prima, e questo è meno normale, meno normale, meno normale, ripete a bassa voce, in bagno o sopra qualche albero, oppure seduto in disparte in un bar quasi vuoto. (Quanti uomini, quanti uomini gli hanno detto “Mi dispiace per tuo padre” in questi mesi? E quante volte ha osservato le loro camicie piene di tasche e ha risposto “Grazie”, come dopo un complimento? E quanti uomini hanno taciuto, guardato e taciuto? Non importa.)

Sua madre si aggiusta il cappello di lana che è costretta a indossare quando la cervicale le dà noie. Di solito poco prima che il vento cresca, iniziando sul mare, per poi salire verso di loro, che stanno tra gli alberi e le serre abbandonate.

“Hai chiamato il notaio?” domanda sua madre “Si? E allora, che dice?”

“Che ci sta lavorando.”

L’espressione del volto di sua madre significa che lei sa benissimo che nessuno ha chiamato nessuno, e che nessuno lavora a niente. Sono buono a nulla e per nulla, pensa lui, ma mia madre vuole immaginarmi diverso, migliore.

Lui la bacia sulla fronte come altri pregano, con l’abitudine di una pianta che ricresce.

Il giardino oltre la finestra del soggiorno subisce gli scarti del tramonto. Tutte le ombre grossolane, color barbabietola, e le profondità del rosso cupo fanno sembrare gli aranci e i limoni come ricoperti di ardesia, di ardesia sbiadita. Le foglie mosse degli alberi diventano vaghe, si trasformano in materiale da chiesa spoglia, da chiesa spoglia che all’improvviso offre un bagliore e subito lo rinnega. Invece sua madre esce a camminare col cane. E lui beve, beve vino da tavola dentro una tazza macchiata.

Il fuoco ai fuochisti il mare ai maremoti il cuore ai rincuorati.

Prima, prima di tornare a casa a vivere la malattia e il lutto con sua madre, prima, a lui piaceva bere e bere, bere fino a ubriacarsi, per ore. Per troppe ore, soprattutto. Bere oltre il momento in cui non ha più senso bere. Quello gli piaceva. Adesso, invece, gli piace bere alla pari di certe vecchie signore morenti, che si sentono in colpa per le preoccupazioni causate agli altri, ma che al tempo stesso ne vanno fiere e, nel mentre, bevono di nascosto. Come per correggere un breve raschio in gola, una tosse che non merita commenti.

A lui piace bere poco e male, bere vino da tavola aspro, o rosolio venuto così così. E gli piace bere da solo, di nascosto, buttando immediatamente la bottiglia vuota e lavando subito il bicchiere. Come a dire, non è successo niente, non è passato nessuno, il campanello non ha suonato, la porta non si è spalancata. Quel tipo di bere che, forse, a raccontarlo gli si fa un torto. Come a voler attribuire un tono a certe facce che lui vede in paese, la sera. Facce che un tono ce l’hanno, ce l’hanno: un qualcosa riguardante la lobotomia frontale, una certa signorile demenza, diciamo. Ma che, ecco, già si sente, a spiegarle, si finisce con lo sprecarle.

Perché invece non accettare l’inspiegabile come si accetta lo sguardo di un cinghiale o di un vigile urbano? Perché non dargli da fumare? Accettiamolo, accogliamolo.

Accogliamo la casa vuota e buia, accogliamo la maniera brusca con cui le finestre sporche distorcono il verde delle piante, i movimenti disperati del verde e la sommessa voglia di scomparire delle ombre, accogliamo e vezzeggiamo le tante cose che, anche oggi, lui ha cercato di risolvere e che ha fallito. Accettiamo le tante cose che ha fallito.

Arriva la cena, e con la cena arriva per lui il momento per i buoni propositi. Ogni sera una fine dell’anno, un inizio di scuola, un matrimonio, ogni cena un nuovo, energico contratto con la vita. Invece, poi, lui beve di nascosto, e smentisce tutto. Va a letto e resta a fissare il soffitto rugoso, a buccia d’arancia vecchia, e pensa alle donne con cui è stato a letto. L’immagine di una costola gonfiata e sgonfiata riflessa in uno specchio appoggiato al muro. Una frase sconcia e buffa e confortevole. L’odore sulle dita. L’odore di merda e di detersivo e di broccoli. Le labbra storte. I piedi da lepre. La piega del ginocchio e la voce che ci si spegne dentro.

Tutte cose belle e tristi che lui pensa e ripensa fino a quando si vede nel riflesso della finestra: e allora smette; smette perché si accorge di avere una barba da cronaca nera minore e gli occhi stanchi, stanchi e cattivi. E ha la tentazione di domandarsi: ma è così che divento, questo divento, di già?

Così smette, smette di pensare ai corpi e ai rumori dei corpi e al calore dei corpi e alla loro amorevole e incomprensibile casualità, e legge.

Apre un libro a caso. Legge disordinatamente, saltando pagine e pagine, capitoli interi, alla ricerca di specifici gruppi di parole. Quali gruppi di parole?

Dipende. Certe sere lui sente il bisogno d’immagini riguardanti i settori, le inferiate. Altre volte cerca i risvegli, i nomi di strada, gli stagni. Altre volte ancora i colori, le ostriche, le battutine. Può capitare che senta di aver bisogno di maledizioni, di fiabe, di canzoni. Ma è raro.

Quando ha trovato qualcosa, lo legge e rilegge senza sosta. Allontana il sonno e la voglia di saperne di più, legge e rilegge la stessa frase, la stessa mezza frase, le stesse tre parole in croce fino a quando ritiene di essere stato accettato, per davvero, di aver stipulato con loro, con le parole, un patto, un accordo del tutto indifferente alla storia e al senso.

Allora crolla, dorme immediatamente. Senza sogni. I sogni di un bicchiere dimenticato sono splendidi e alti e la loro maledizione è vuota e si allontana. Lui si sveglia spesso. Perché i bicchieri vuoti non hanno pace e perché sente la casa fare i rumori. E quando si sveglia, lui prende il bastone di legno che tiene vicino al letto e lo stringe come si stringe un cornicione per non cadere. Poi si alza in piedi e ha paura.

Al buio, con la casa che fa i rumori e un bastone in mano, lui ha paura.

Dietro ogni rumore potrebbe esserci un assassino. Ogni rumore è un assassino che non vuole fare rumore. Lui lo sa e ha paura. Avrà il coraggio di uccidere l’assassino? Avrà la forza e l’abilità? E poi: gli piacerà?

Lui teme di si. Ha così paura dei rumori della casa, ha così paura degli intrusi che possono infilarsi dentro quei rumori e sgattaiolare in salotto, al piano di sotto. Ha paura di loro, e ha paura del dolore che su di loro sente di voler sperimentare, perché crede che possa piacergli.

Lo sa. Non è sicuro di avere il coraggio per sperimentarlo. Ma è certo che, se trovasse il coraggio necessario, quel dolore gli piacerebbe. Colpirebbe a bocca chiusa e senza labbra, colpirebbe oltre il respiro, lascerebbe il male al male, aggiungerebbe male al male.

Cammina per la casa buia. Stringe il bastone tra le mani, sente le nocche vivere pienamente. Quando entra nel bagno colpisce l’aria con forza. (È nell’aria che stanno gli assassini, ovunque.)

Il legno del bastone fischia e si zittisce. (È nell’aria che bisogna colpire, colpire e sperare.)

Lui ha le mani che tremano a causa della paura e dei rumori. Il lampione oltre la siepe lo sa e si fa bianco di luce, di una luce più bianca della luna bianca. Lui guarda la siepe e sputa, sputa come una seppia.

È molto bello, lui, adesso. Da solo, nel bagno. È convinto che ci sia un vecchio che lo aspetta nella doccia. È molto bello, lui, quando si volta a controllare, sicuro, certo di trovare un vecchio bonario, in attesa, con una coltello in mano. Ed è certo che se il vecchio ci sarà, se il vecchio avrà avuto la pazienza di aspettarlo, lui non lo colpirà con il bastone; no.

Lui poserà in terra il bastone giallo, sulle piastrelle, e si avvicinerà alla lama, per aiutare il vecchio a farsela entrare nello stomaco, con una lentezza così dolce e ingiusta, con una lentezza spossante e oscena e delicata.

Ma il vecchio non ha avuto pazienza. È andato. Ancora una volta è notte e ancora una volta il bagno è vuoto. Il bastone resta tra le mani, fischia nell’aria, dove bisogna colpire. Ma c’è soltanto aria, gli assassini si nascondono bene, sono bravi, restano rannicchiati dietro i rumori della casa e aspettano.

Lui ritorna a letto. Ha paura di dormire troppo profondamente. Così si palpa lo stomaco e le chiappe, si palpa i coglioni ed è stanco. Fuori, gli altri, ascoltano le voci aspettando il turno per usare la propria, decorano le vetrine, arrotolano le corde, si rifugiano nelle cantine dove poi si baciano, e hanno così ragione, così tanta ragione, ciascuno di loro.

Quanto ancora vi devo? Questo, questo pensa lui. E poi, ancora più sdolcinato e irrimediabile, pensa che dovrebbe piovere carta da regalo, che la stanza dovrebbe riempirsi di ricci di plastica, e che il dolore dovrebbe essere meno arioso.

Lui osserva il profilo del bastone nel buio della stanza, la forma. Ha il naso ghiacciato.
E sono frasi brevi e brutte, queste, mentre i suoi pensieri sono brutti e lunghi.

Una notte-questi sono i suoi pensieri triturati come scarto di carne-una notte io sentirò il vero rumore, il rumore che sto cercando e che si farà riconoscere. Un rumore vivo, che mi sfiderà.

Allora stringerò il mio bastone, e il mio bastone giallo avrà fame. Scenderò le scale quasi senza sollevare i piedi, come se stessi passandomi la lingua sui denti, e arriverò in salotto.

In salotto troverò la luce buia che si vede in mare a occhi aperti, quando l’acqua è divorata dalle alghe e dalla schiuma. E io morderò il muro, spalancando la bocca fino a strapparmi la carne sulle guance, per far parlare gli zigomi. Con grande eleganza. Con l’eleganza di un ballerino a cui siano stati distrutti i muscoli e le ossa e che, pur ritrovandosi soltanto con i tendini, scopra di avere comunque troppo. Ma nessuno, nessuno dei morti rannicchiati al centro del salotto mi noterà. Perché i morti sono sbadati. E perché i morti saranno troppo impegnati a lacerare e scavare.

Cosa scavano i morti, i miei morti? Mi chiederò conoscendo già la risposta.

In cosa affondano le dita? Domanderò soltanto per avere la scusa di sorridere da ogni dente.

E che voglia, che voglia di rimpiangervi tutti e tutte avrò, guardando il mio corpo in terra, steso al centro del salotto, e quanta voglia di avere mancanza di voi avrò, nel vedermi scavato e spolpato dalle mani dei miei morti, dalle loro mani così delicate, quasi di schiuma.

E con quanto amore per voi, con quale splendida, soave qualità d’amore per voi colpirò il mio corpo già sventrato, il mio corpo spalancato, il mio corpo illustrato nelle varie gradazioni del sangue.

Con quanto amore, con quanto amore che serve a niente e che non passa, e che giustifica le notti e sbaglia, e che rassicura, e brucia in silenzio, e non basta, e non passa, con quanto amore purissimo farò scempio di me, rannicchiandomi infine dentro il mio stesso cadavere con la dolcezza di una civetta che ritorna senza essere notata.

IMMAGINE DI CLARISSA BELL

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3 Responses to La riviera dei fiori

  1. Giorgio il 28 dicembre 2015 alle 12:34

    Orso Tosco sempre bravissimo.

  2. Fabio Rea il 29 dicembre 2015 alle 19:13

    Bravo, il racconto ha decisamente stile, alcune metafore ardite mi sono piaciute davvero tanto. Il ritmo mi è pesato un po’, ma forse era voluto, la scelta poi dei termini ripetitivi è sicuramente originale, ma forse alla lunga era un po’ troppo prevedibile poi, limite mio, non ho capito in maniera ben definita chi fosse l’io narrante. Tutto sommato mi ha impressionato parecchio.

  3. laura il 14 gennaio 2016 alle 18:55

    Una biografia densa e coinvolgente



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