Neve, cane, piede

29 dicembre 2015
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Cop_NEVE_CANE1di Claudio Morandini

La gente immagina che la montagna sotto la neve sia il regno del silenzio. Ma neve e ghiaccio sono creature rumorose, sfrontate, beffarde. Tutto scricchiola, sotto il peso della neve, e sono scricchiolii che tolgono il respiro, perché sembrano preludere allo schianto di un crollo. Gli assestamenti delle masse di neve e di ghiaccio rimbombano a lungo, attraversando la terra sotto i piedi e trasmettendosi all’aria. Le grandi valanghe parlano con boati spaventosi, che riempiono di orrore, e con il sibilo feroce dello spostamento d’aria. Ma anche le semplici slavine tuonano e riecheggiano nei valloni, e quel suono oscilla tra le pareti di roccia ben oltre il cedimento.

I passi cigolano con pena, sulla neve giovane, e ogni passo sembra un singhiozzo di pianto. Ogni fiocco percuote le finestre e le superfici con un rumoretto nervoso, come una voltata di pagina di un libro troppo lungo. E quando la temperatura si fa meno rigida, ecco che i blocchi di ghiaccio urlano fino a spaccarsi, sono colti da scariche di tosse, indulgono a fragori di tuono o di scoreggia.

Sono i rumori familiari dell’eterno inverno per Adelmo Farandola sepolto dalla neve. Là sotto, nella baita compressa dai metri di neve, tutto giunge attutito, ma giunge. E quel baccano che perdura anche di notte sembra modularsi come una partitura di voci.

Ostili, alcune, decisamente astiose. Altre più insinuanti, talora – ma è raro – colte da una sorta di tenerezza. Alle prime Adelmo Farandola non risponde mai, ha imparato che è peggio, quelle si fanno più proterve e vicine, e mi- nacciano cose terribili, pur rimanendo nel vago. Alle seconde non nega qualche replica: sa che non andranno oltre, che al massimo si prenderanno gioco di lui senza che lui sul momento se ne accorga – solo dopo, a pensarci e ripensarci.

– Se lo dici tu – butta lì allora Adelmo Farandola, a un borborigmo del ghiaccio.
Oppure: – Certo, come no – a uno schianto troppo lontano per essere davvero minaccioso.

Gli sgocciolii che di giorno sembrano annunciare la primavera lo fanno ridere e un po’ lo esasperano.
– Allora, la finiamo o no? – scatta allora, con una stizza parodistica.
– Prego? – equivoca il cane.
– Non parlavo con te – dice Adelmo Farandola.
– Ah, no?
– No. Sciò, sciò!

Adelmo Farandola ogni tanto si ricorda dei cavi che gli hanno ronzato sulla testa durante tutta l’infanzia. Le case del paese in cui era nato si stringevano proprio sotto il passaggio dell’elettrodotto, tra un pilone e l’altro, e quei cavi altissimi ronzavano giorno e notte. Quando il vento cessava, quando lo scampanio delle vacche si placava nel sonno, il ronzio aumentava fino ad assorbire i pensieri. Allora gli uomini credevano di diventare matti, urlavano per non sentire in testa il ronzio, picchiavano le donne, picchiavano le bestie, si scolavano bottiglie di vino per diventare sordi, partivano per i campi e non tornavano più. Tutti matti diventiamo, diceva la sua povera mamma. E anche il papà lo diceva, prima di prendere un bastone e rincorrere il figlio come se la colpa di quel ronzio fosse di quest’ultimo. Tutti matti, tutti matti, dicevano gli abitanti del borgo, che attribuivano ai cavi l’origine di tutti i loro mali e non ricordavano più le infinite botte che erano volate prima che gli operai venuti da fuori costruissero i piloni e stendessero i cavi. Le bestie morivano senza una ragione, o davano di matto nei prati, e si uccidevano a cornate le une con le altre, i piccoli delle bestie (non tutti, d’accordo, solo alcuni) nascevano deformi o già morti. Sono i cavi, i cavi, diceva la mamma, e si faceva il segno della croce.

Adelmo Farandola si è convinto da un pezzo che se qualcosa non va nella sua testa è per via di quegli anni passati sotto i cavi dell’elettrodotto. Sono matto, sono matto, si ripete allora, senza enfasi però, come fosse una normale constatazione, perché a qualcuno quei cavi dovevano pur toccare, e sono toccati a lui.
– Sono matto? – chiede anche al cane.
– Diciamo un po’ strano, sì.
– Sono i cavi dell’alta tensione.
Il cane alza lo sguardo, non ne vede.
– Quali cavi?
– Quelli di quand’ero bambino.

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