La cometa di Halley

10 gennaio 2016
Pubblicato da

di Antonio Sparzani

vacche al pascolo alle malghe

vacche al pascolo alle malghe

(Pubblico con piacere e commozione questo breve racconto scritto da una persona straordinaria, editore, fotografo, ornitologo e grande amante della natura, Oliviero Dolci, che è purtroppo mancato il 31 dicembre scorso. Il titolo “La cometa di Halley” è suo, ma, vista la data del racconto, marzo 1997, si trattò certamente della cometa di Hale-Bopp, in quel momento molto visibile nei cieli del nostro emisfero, mentre l’ultimo passaggio della cometa di Halley avvenne nel 1986, a.s.)

8 marzo 1997
La mattina entrando in stalla mi accorsi subito che la Mimi aveva lo sguardo innamorato, – cos’hai sei in calore? Fa ridere l’idea che una mucca ti possa guardare con aria innamorata, eppure è proprio così, attraverso lo sguardo trasferisce su di te tutto l’interesse che la sua condizione fisica le impone, essendo tu membro esclusivo del suo branco.

Le misi un braccio sopra la schiena all’altezza delle reni esercitando una decisa pressione. Se non fosse stato il suo tempo avrebbe reagito scostandosi disturbata, invece se ne stette ferma e disponibile, inarcando leggermente le reni. – Allora ci sei proprio, va giusto bene che oggi è festa!
C’erano due tori nella valle, uno a mare a Bordighera e uno in montagna, sotto colla San Bartolomeo. In entrambe i casi avrei avuto cinque-sei chilometri da percorrere a piedi con la vacca alla mano. Aldo, a Bordighera, è stato il mio mentore in affari di stalla, ho imparato tutto da lui ma non ho mai potuto sopportare il clima che riusciva a creare quando c’era una vacca da ingravidare. Diventava un despota. Tutto doveva essere fatto il più in fretta possibile. Per evitare dispersioni di tempo legava stretta la vacca ad una orrenda putrella di ferro che aveva murato appositamente sul retro della stalla, poi scavava una fossa di venti-trenta centimetri all’altezza delle zampe posteriori e obbligava la vacca a suon di urli e spintoni ad entrarci dentro per abbassarle il posteriore favorendo il salto del maschio, generalmente un giovane e inesperto vitellone al quale non riservava miglior trattamento: era tutto un dargli del bastardo. Bastardo se si precipitava con troppo impeto sulla femmina rischiando di vanificare il salto, bastardo se invece esitava annusando beato il posteriore della sua bella.
Insomma una mezza corrida che avevo vissuto abbastanza, in passato. Decisi di telefonare a Osvaldo, sperando che non avesse ancora trasferito la mandria in alpeggio sul monte Ceppo.
Alùa bellu zùvenu cume te và? – Bene Osvaldo bene, avrei una vacca da coprire posso salire da te? – l’hai già vista filare? – Si ha filato adesso – allora vieni su verso sera perché è sempre meglio dare il toro verso la fine del calore, io non ci sarò ma ci sarà Sonia, mi spiace non vederti, torna a trovarmi che beviamo una volta! Osvaldo è rimasto uno dei pochi allevatori del Ponente ligure a praticare la transumanza. Il sistema negli anni settanta-ottanta ha fatto il possibile per rovinare l’esistenza a chi ancora si guadagnava la vita con qualche vacca e qualche capra, oggi in questa zona ci sono quasi più veterinari che capi di bestiame. Mi avviai nel primo pomeriggio, l’aria era fresca ma non fredda e odorava dei fiori delle migliaia di mimose che si stavano raccogliendo in valle.
Mimì era in grande spolvero, il bel pelo bruno, lucido e profumato di buono faceva risaltare le armoniche proporzioni del suo corpo, certo era un po’ angolosa ma si sa, le razze da latte concedono poco alla formazione di rotondità: “tutta l’energia deve essere destinata alla mammella!”. Nel suo caso però il sangue piemontese di suo padre aveva lasciato qualche traccia e per lei questo imperativo non era così ortodosso. Partì a passo spedito nella direzione giusta, come se sapesse dove la stavo portando, stentavo a trattenerla. Pensai che sarebbe stato meglio abbandonare la provinciale imboccando la mulattiera vecchia, la pendenza le avrebbe calmato i bollori e le unghie, ammorbidite dalla permanenza in stalla, non avrebbero subito l’abrasione dell’asfalto. In meno di mezz’ora arrivammo a Seborga, decisi di attraversarla per accorciare il percorso. La gente mi guardava con curiosità domandandosi cosa ci facessi a passeggio con una vacca. I vecchi sorridevano nostalgici.
Nel mezzo della piazza alta, proprio di fronte al ballo a palchetto, scodellò una di quelle torte alle erbe di primavera che si spiattellano coprendo un metro quadro di terreno. Sarei andato a nascondermi! Mi rivolsi agli astanti con uno stupido – alla natura non si comanda!- e per fortuna si alzò in risposta un – è tutta fortuna, allegria! -. Proseguimmo oltre San Bernardo.
Camminando ragionavo sulla reazione di schifo ed imbarazzo che avrebbero avuto delle persone di città osservando la cosa; in campagna era ancora vivo il ricordo di quando, passata una mandria, qualche donna usciva sulla strada a raccogliere i preziosi lasciti, avrebbero contribuito a rafforzare il rosso dei gerani o la fragranza dell’insalata. Già, letame, laetum facere, la terra ringrazia.
Adesso eravamo obbligati a seguire l’asfalto ma la Mimì si era finalmente calmata. A mezza via ci fermammo e la feci brucare un po’ d’erba ai bordi di una curva, io mi sedetti su un muretto a secco ad ascoltare la cantoria dei tordi. Sfidando le fucilate, si erano ingozzati di olive tutto l’inverno e adesso, ben pasciuti, cantavano la primavera vicina e si preparavano alla risalita verso i quartieri di nidificazione.
Di macchine non se ne vedevano e Mimì mi seguiva al centro della strada.
D’improvviso alzò il muso sopra le mie spalle provando ad alzarsi sulle zampe posteriori per montarmi, io intuii la mossa e la precedetti sfilandomi sul fianco e colpendola sul muso con l’apice della corda. Mi guardò stupita. Quello di montare un altro membro del branco da parte di una femmina è una innocua manifestazione dell’estro, ma fatta sulle spalle di un cristiano può essere deleteria.
Prima di Negi imboccammo la sterrata che porta a San Bartolomeo, la strada sale in stretti tornanti fra campagne di ulivi e mimose. Qui siamo in fondo alla valle, sono poche le case e non ci sono serre, il paesaggio torna ad essere quello di cinquant’anni fa, autentico e rasserenante. In ogni folto di ulivi cantava una capinera, in ogni macchia di ginestre un occhiocotto, un canto flautato e purissimo la prima, sommesso e borbottato il secondo. Sono entrambe sylvie, ma come nel canto anche nella scelta degli ambienti che prediligono sembrano evocare l’ analogia con le condizioni umane: i nobili nei palazzi, il popolo rasoterra.
Sotto i muri a secco fiorivano muscari e giacinti selvatici. La vacca ogni dieci passi strappava una boccata d’erba spandendo nell’aria odore di aglietti selvatici.
Prima dell’ultimo tornante i cani di Osvaldo segnarono il nostro arrivo, erano segugi e abbaiavano con lo stesso tono allegro di quando alzavano il cinghiale. La Mimì fiutò l’aria e allungò il passo. Il cane pastore, di solito diffidente, vedendomi arrivare con vacca al seguito si avvicinò festoso. Sullo spiazzo di fronte alla stalla iniziò il concerto di muggiti, loro chiamavano da dentro, noi rispondevamo da fuori. Legai la vacca all’abbeveratoio. Sonia spuntò dalla porta di casa già in abito da stalla, grembiule, stivali e fazzoletto a raccogliere i capelli. Sapere che esistono ancora giovani donne in grado di condurre una normale vita di relazione nella società di oggi e contemporaneamente apprezzare il fascino della vita del pastore al punto di scegliersela come propria, è di per sé affascinante e quasi rassicurante.
– Papà mi ha detto che saresti venuto e le ho fatte rientrare prima, è per quello che sono agitate, sapevano che sarebbe successo qualcosa. – Come vuoi che procediamo?
– Tu reggi la vacca, al resto ci pensa il toro – cosa fai, sfotti? – Di la verità, non ti fidi!
– Ma no, è che so che il vostro toro non è più uno sbarbato e sai com’è…- è proprio per questo che non dà problemi e poi è stato fuori anche lui tutta mattina ed è bello rilassato – va bene sei tu che comandi – allora vado a slegarlo.
Il toro uscì dalla stalla al piccolo trotto, aveva già capito tutto e sapeva cosa doveva fare. Un bestione piemontese di dieci quintali con il dorso bianco e le spalle scure, immagine stessa della forza e dell’energia. Si avvicinò alla Mimì dal davanti e si annusarono i musi, poi si leccarono reciprocamente all’altezza del garrese. Tenendole la testa sulla schiena il toro si spostò verso il posteriore e l’ annusò con cura sotto la coda. Poi alzo la testa verso l’alto allungando il collo e contraendo fortemente le narici, in questo modo i muscoli nasali favorivano il lavoro delle cellule olfattive che stavano saggiando il livello ormonale della femmina.
Certo che il momento fosse proprio quello giusto, si alzò prepotente sfoderando l’asta che penetrò la vacca in un sol colpo fino alla spinta di reni che segnava l’epilogo del fatto. Poi scivolò piano dal dorso della femmina con aria assente, lei nel frattempo non si era mossa, solo aveva contratto i muscoli per reggere l’urto.
– Hai visto che professore?- I miei complimenti! Se penso al casino che si fa da Aldo…- Dài Moro, mandalo su adesso! – Il cane girò dietro il toro e cominciò ad abbaiare, lui placido rientrò in stalla . Cominciava ad imbrunire e mi avviai verso casa, la strada era lunga.
Scendendo verso Negi ripensai a Sonia. Mi aveva stupito la disinvoltura e la libertà con cui aveva affrontato la vicenda. Non mancava certo di femminilità, ma evidentemente non sapeva cosa fosse la malizia o forse non riusciva a collegarla alla vita dei suoi animali. A me invece la sua presenza in questa situazione aveva un po’ imbarazzato: retaggi cittadini…
L’aria rinfrescava e l’umido saliva dal fondovalle. Ho sempre amato quest’ora. Quando ero piccolo mi avevano detto che era l’ora in cui “cadeva il crepuscolo” e io osservavo il cielo con trepidazione aspettando di vederli questi fantomatici crepuscoli che per me dovevano essere tanti e naturalmente di origine animale. La piazza di Seborga adesso era deserta. Imboccai la vecchia mulattiera, molto più sicura della provinciale per uno che gira al buio con una vacca. Entrando su “fascia piana” mi fermai a guardare le luci della Costa Azzurra, luminarie di un mondo lontano anni luce da quello che avevo cercato in quella giornata.
Istintivamente i miei occhi fuggirono verso il buio del cielo su colla San Bartolomeo, molto più coerente con la dimensione che avevo appena vissuto. E la vidi, irreale, perfetta, gigantesca, incredibilmente corrispondente all’immagine mentale che tutti abbiamo di una cometa. Ero arrivato da Milano la sera prima e mi ero cacciato in casa stravolto, senza immaginare quale gioiello nascondesse la notte. La città ci fa perdere contatto con il senso del cielo… Adesso la notte cristallina, la cometa di Halley, la mia vacca … Un profondo senso di unità pervadeva il mio spirito.
Spalancai la porta della stalla ed entrammo. Il rassicurante profumo del fieno ci avvolse.
(giugno 2012)

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One Response to La cometa di Halley

  1. marino il 13 gennaio 2016 alle 09:05

    Sono posti che conosco bene, le valli alte e il mare, gli scogli affioranti, Colla San Bartolomeo, la piazza di Seborga, Bordighera. Due di questi luoghi hanno a che fare in qualche modo con la figura di Guido Seborga,indimenticabile narratore, pittore, viaggiatore. Grazie Antonello, leggerò molto volentieri le gabbie azzurre di Oliviero Dolci, di cui purtroppo ignoro molto.



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