l’uomo che forse faceva finta di dormire (2/2)

14 gennaio 2016
Pubblicato da

di Marino Magliani

Marino_Mannenafdeling, jaren '20 of '30_recente

 

 

 

 

 

 

 

La sala ristorante è quasi vuota. Mangerò un panino al bar. Non sarebbe più aperto, ma gli olandesi amano fare questo genere di strappi per mostrare che sono tolleranti. Al mio fianco c’è una signora non alta, anzi piuttosto piccola e molto bella. Il cameriere mi serve altrove, e prima del panino mi mette sul tavolino la tavoglietta di carta. Avrei mangiato al banco, avrei fatto volentieri due parole con la signora. In un modo o dell’altro avrei finito per parlarle dei libri che mi sono portato. La tovaglietta di carta ruvida è a due colori, verdolino e arancione monarchia olandese. Al centro il logo dell’albergo, ai lati quattro foto antiche. Una è la riga di pazienti distesi sul lettino che ho visto nella gigantografia, la coperta fin sul petto, il pigiama, tutti con la faccia rivolta verso la persona che nel 1935, a pochi metri di distanza da me che mangio il panino, ha scattato loro la foto. Il panino è al pomodoro con l’uovo sodo. Qui lo chiamano broodje gezond, panino salutevole. Da bere ho ordinato una piccola Grolsh. La signora beve una tisana.
Una goccia di birra cade sulla tovaglietta che se ne sta distesa per fare il suo lavoro. Briciole di pane sul piatto, altri due o tre cerchi del bicchiere sulla tovaglietta. La foto con la riga di pazienti distesi è ormai macchiata e bagnata, mentre con l’indice tento di pulirla si slabbra. Vede, dico al cameriere, non avrei voluto sporcare la fotografia di queste persone che soffrono, soffrono o godono di un po’ d’aria buona, sono tristi o forse hanno appena fatto i raggi al piano di sopra e risulta che le ferite si stanno cicatrizzando e c’è speranza, ha detto loro il dottore. Non lo so, ma non avrei voluto lo stesso trovarmele sulla tovaglietta, mi pare di oltraggiare la loro speranza o la loro tristezza. Non dico altro perché il cameriere alza una delle tovagliette dalla pila che sta sul banco e la guarda come si guarda una banconota per vedere se è buona.
Il primo della fila dei pazienti ha una faccia riposata, ma non vuol dire, dico tra me, sostengo che meriterebbero più rispetto, anche se sono lì che guariscono.
Capisce? chiedo al cameriere. La risposta è no. Ciò che voglio dirle è che non vorrei essere costretto, non vorrei permettermi di asciugare bicchiere e bottiglia sui loro occhi…
Capisco, dice ora il cameriere. Lo immaginavo. Gliel’ho detto apposta e lentamente nella sua lingua. Ho usato le parole giuste. Ma questa gente, spesso, non mi capisce mica quando parlo.

Poi, miracolo: la signora salta dallo sgabello (è davvero piccola e davvero bella), ha sentito, si porta a un tavolo, prende una tovaglietta, la guarda e mi guarda. Ha ragione, mi dice, e il suo petto trionfa. Prende la tovaglietta e si avvicina alla gigantografia. Guarda un po’ una e un po’ l’altra e mi sorride. E anche questa fotona è fuori luogo, dice. Già, penso e dico. Non ci avevo pensato. Lo è, eccome. E assieme, osservando bene la foto del muro, abbiamo scoperto una cosa incredibile. Il primo giovanotto dall’aria che non so dire, serio, triste? sul tavolino (tra lui e il seguente), ha dei libri, dei giornali sotto i libri, forse. Il seguente (ma i libri e i giornali potrebbero essere suoi) è biondo, sguardo un po’ gelido verso il fotografo, e oltre il terzo c’è di nuovo la riga di pazienti che guardano il fotografo… Ma il terzo? Lui non guarda il fotografo, ha i baffi, gli occhi chiusi, le mani congiunte, le ginocchia appena alte. Prega? Fa finta di dormire, ha deciso di disobbedire all’ordine del fotografo che ha chiesto ai pazienti di guardare la camera perché fra cent’anni la posterità veda come si moriva in quel luogo?

La signora sta seduta al mio tavolo. È così piccola che immaginarmici a letto mi fa sentire peccaminoso, come se un uomo ingombrante potesse solo oltraggiare una creatura così. O forse ci gioca la fotografia. Ma questa donna è così bella che sto a guardarla e involontariamente imito un suo gesto, ed è così donna, mi dico, cosa dici che è piccola, guardala, che seno trionfante. Il gomito sul tavolo, anche lei, la destra come me che tiene la tempia, mi guarda come a volte guardano le donne alle quali hai appena detto che sei scrittore. Le donne che sanno fingere bene sono quelle ancora più belle, dicono. Ma io non le ho detto nulla, certamente non che scrivo, solo che sono italiano, quando dopo un po’ me lo ha chiesto.

Quando usciamo, senza ancora confessarle che scrivo (ma quanto resisterai, vecchia lenza?) o che traduco, sono però riuscito a rivelarle che mi sono portato appresso quattro libri perché penso a una nota. Non mi chiede quali libri, fra poco lo farà. Una vacanza di relax, anche io, dice. Sì, letture e camminate. La terra, capisce. No, non capisco, dice. Ecco, io vivo sulla costa, il Mare del Nord, le dune. Solo sabbia, mi creda, ma lo sa. Le case sulla sabbia, i bambini giocano con la sabbia, gli alberi crollano perché le radici pescano male nella sabbia… Oggi ci pensavo, ho tentato una corsetta fin da subito disperata e dopo un po’ mi sono chinato a raccogliere la terra, il gesto di quando siamo stanchi di neve e se rivediamo una chiazza di terra ci infiliamo la mano. Vorrei dirle che Neve, cane, piede è una storia che racconta uno stupore del genere, e che la solitudine della montagna assomiglia alla mia sul Mare del Nord, e a volte finisco anche io per parlare da solo. Mi piacerebbe avere davanti un’isola, come quella di Bergeggi che sta davanti a Riccardo Ferrazzi. No, la costa del Mare del Nord è un luogo selvaggio e graffiato, è una montagna, il vento, signora, tutto quel vento sul mare è una montagna. Ma come si fanno a dire queste cose in nederlandese a una signora con un seno così trionfante senza mettersi a ridere di contentezza.

Siamo oltre il parcheggio, dove ci facevo l’edera, siamo praticamente al buio, sotto le piante. C’è un buon odore di letame. Vorrei dirle quella cosa del recinto del cimitero, la notizia di scavi romani. La traduzione delle acqueforti galiziane di Arlt che ho corretto ultimamente. E

Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe.

E l’ho detto, davanti a me, senza rivolgermi a lei. Non perché mi sarebbe venuto da ridere, perché ora, da un momento all’altro ho perso la contentezza. Nessun effetto, peraltro, le mie parole. Lei mi ha guardato appena, alzando gli occhi come fa la bambina sul maestro. Che peccato.
La voce di Humus potrebbe essere un insetto che racconta la terra dal punto di vista delle piante, un insetto niente affatto nocivo, o forse un po’ sì, ma si nutre di una parte minuscola di loro e le lascia vivere, è come se le potasse, e gli basta guardare il mondo dal basso, non da dentro. Non come Adelmo, costretto a starsene nel suo rifugio sotto la neve, ad ascoltare la voce scricchiolante e a rivivere le sue scosse elettriche. In Humus c’è il mondo come lo vorremmo tutti e non siamo capaci di darcelo, neanche sulle pagine, mentre in Neve, il silenzio ci dice chi siamo. Vorrei dirle qualcosa, altrimenti rischio di perderla.

Ci pensa lei, mi ha chiesto di parlarle della mia terra, e obbedisco. Quella ligure, non la sabbia dove sono andato a vivere, dice. La Liguria è una lastra di arenaria, ci pensa l’artiglieria del tempo, le dico. Vorrei portarla in qualche camera, ma riscaldata da una stufa a legna, come in Humus, non dai termosifoni. Ecco in quali condizioni vorrei parlarle della Liguria. Il freddo mortifica.

Ci stiamo dando del tu. Parlami della campagna ligure d’inverno, mi ha detto. Se l’avessi qui le citerei un brano di Humus, anche se non è Liguria.

La campagna d’inverno è una grande stanza piena di morti attraversata da gelide folate di silenzio e i moribondi siamo noi, i vivi, che ci adoperiamo tra quelle pareti a inseguire la nostra idea di primavera.

Invece mi aggrappo alle poche cose liguri e rotte che mi continuano a salvare, ai miracoli, come lo splendido Romanzo di Gregorio, curato da Simona Morando, che poi diventerà L’Angelo di Avrigue. Le note di certi libri sono come pozze che accompagnano il corso. Il corso è nervoso, le pozze sono fatte della stessa acqua ma calmano la vista. Sono gli istanti in cui l’ombra si fa salda. Sono le cose che si dovrebbero conoscere in Liguria, le dico, ma non lo so mica chi le guarderà. Le distese di diamanti che il cielo mostra per un attimo e ritira subito. Per questo non le vede nessuno.
Non sono mai stata in Liguria.
Venga a trovarmi in vallata allora, sono mica ridotto così in Liguria.

Così come? Così, sovrappeso… Scherza? In Liguria sono un eroe, un atleta, capelli lunghi, occhi azzurri.
Quando ride il seno le trionfa, anche se ora si è chiusa il giaccone. Anche se ora c’è quella foto e uno sta lì a chiedersi piuttosto che differenza ci sia tra lo sguardo triste del paziente biondino che muore guardando il fotografo e gli occhi chiusi del ribelle che ha disobbedito. Anche se ora c’è Cayo Antonio Flovo.

Lei è tornata in albergo, prevedibile, stupido, e tu sei rimasto ai bordi del canale. La notte è piena di macchine, ma al fondo, dove prima o poi in Olanda passa un’autostrada. Penso a Pietro Carlini, il De Andrè dei carruggi genovesi, anche se proprio ligure non era, i cui libri postumi sono usciti per Il Canneto, come Il romanzo di Gregorio. E penso all’Olanda che di notte non è il sepolcro che ha visto Roberto Arlt. Forse lo è più di giorno. Ma forse anche questi boschi hanno ospitato quella che Arlt ha chiamato l’infanzia del pianeta, le dolci forme del paganesimo. E io, sono solo la penitenza io, cosa si sono portati appresso i cristiani come me? È per non pensare a chi sono che penso? Oh, le posterità terribili.

Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe.

In camera non dormirò mai. Riprendo Confini senza frontiere. La mano è andata prima su di lui. Per caso. A Genova ho visto la mostra di Andrea Ferraris, il disegnatore della copertina. Copertina azzurrina. Ruvida come la tovaglietta. Un uomo con un cappello e un soprabito, la barba incolta, una valigia nella sinistra e una macchina da scrivere a mo’ di valigia nella destra, i piedi sulla scogliera di Ventotene e alle spalle il mare e sullo sfondo l’isola del penitenziario di Santo Stefano. E i personaggi amici di Amedeo Dalmasso, come lo stupendo confinato coltivatore che ha la sua verdura cui pensare e potrebbe abitare le pagine di Humus. O il personaggio Sandro Pertini, che ha vissuto un po’ di tempo a Ventotene e parlava il mio dialetto. C’è ben di più di un’isola in questo libro di scogli e confini. L’io narrante, Amedeo Dalmasso, non vuole mica convincerci di essersi pentito di qualcosa, non come Pereira, sebbene sia anche lui un giornalista che ha preso coscienza di essere profondamente antifascista.

Il mattino torno a camminare, è l’alba, guardo l’orizzonte che qualche ora fa mi ha messo in mente le graziose forme pagane. Ripasso davanti al piccolo cimitero. Poi la terra raccoglie ogni mio pensiero, la terra invernale che mi rimette in mente il suo contraltare, quel mare di scogli bruni, le piscine naturali dove a volte nuotiamo con Giuseppe Conte. Mi sono fermato a guardare una radura e una voragine di vuoti che si incendiano. Ci sono immagini del Romanzo di Gregorio che la signora amerebbe, precipizi di cui un giorno si innamorerà anche Calvino.

Dopo le rocce passo tra terre cretose.
Vi crescevano ginestre comuni e ginestre spinescenti. Il primo uliveto stava aggrappato al pendio a guisa d’immensa farfalla pietrificata e dalle ali polverose. Vigneti, uliveti e massi scendevano nel crepuscolo che li avvolgeva dal basso come una nebbia arida; a tratti essa si lacerava e le cose nitide e senz’ombra sembravano possedere una bellezza triste e quasi funebre.

Dopo la doccia vado a fare colazione. Dovrei protestare e invece permetto nuovamente al cameriere statuario di servirmi il caffè americano sulla tovaglietta con la fotografia dei miei amici. Mi guardo attorno. Lei non c’è. Non la vedrò mai più, sia chiaro, ve lo dico già fin da ora.

Prima di tornare in camera e poi di nuovo nei boschi, mi fermo davanti alla gigantografia. La gente guarda cosa sto fissando e passa oltre. Il cameriere statuario scivola indifferente tra me e il tavolino. Mi dicesse almeno che do fastidio. È di nuovo così tutto confuso che vorrei parlarne alla signora, solo a lei.
Ma la foto… E se l’uomo coi baffetti alla Proust che faceva finta di dormire per disobbedire al fotografo in cerca di sensazione per i posteri, stesse dormendo davvero? Perché, se così fosse… mi avvicino bene, a due dita dalla foto (così vicino che i pazienti sentono il mio alito e io il loro, terribile, che esce dalle pietre), e stavolta fino a far ridere il cameriere statuario e un po’ di gente alle spalle… Se così fosse… già, l’uomo che sembrava far finta di dormire, dormiva davvero e – come allora – in questo preciso istante sta sognando.

Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe.

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One Response to l’uomo che forse faceva finta di dormire (2/2)

  1. jurij il 16 gennaio 2016 alle 00:09

    Grazie Marino, lettore e viaggitore….



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