Diario parigino 1. Visita alla moschea

15 gennaio 2016
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di Andrea Inglese

Un po’ di anni fa, sei o sette, ho sentito il bisogno di chiudere i conti con una città dove avevo vissuto in modo discontinuo per un certo periodo di tempo, una città che non era né quella dove sono nato né quella in cui sono cresciuto, una città straniera, molto celebre in Europa e nel mondo, ossia Parigi. Per chiudere quei conti, mi sono messo a scrivere. Non sapevo bene cosa né in che forma. Non me ne sono preoccupato e ho continuato alla cieca per diverso tempo. Alla fine, tutto questo scrivere ha assunto la forma di un romanzo dal titolo Parigi è un desiderio, che uscirà in primavera. Quando questo romanzo l’ho consegnato, pensavo di aver esaurito un’ossessione. Così non è stato. Mentre ancora scrivevo, avvennero i fatti spaventosi di gennaio (17 persone ammazzate dai terroristi e 3 terroristi ammazzati dalle forze di polizia) e, a scrittura terminata, i fatti ancor più spaventosi del 13 novembre (130 persone ammazzate dai terroristi e 7 terroristi suicidi o ammazzati dalle forze di polizia). Due scuotimenti brutali, che dalle strade di Parigi si sono trasmessi al mio sistema di conoscenza del mondo, come probabilmente a quello di tante altre persone, europee o meno.

Il regolamento di conti che mi ha impegnato molti anni muoveva da questioni biografiche e circoscritte, ed è stato per queste vie idiosincratiche che ho costruito un certo sguardo sulla città. Ora accade qualcosa di diverso. Delle cose facili da capire e perfettamente enigmatiche, delle cose che ho visto migliaia di volte al cinema e in televisione e che mi sembrano impossibili, delle cose fatte qui vicino, in posti dove io stesso ho messo piede, e che assumono le fattezze di zone oscure, non appartenenti al nostro sistema solare, delle cose che gli opinionisti hanno spiegato in mille modi, anche se tutti molto somiglianti, e che gli analisti politici già sapevano a memoria ancor prima che accadessero, queste cose qui hanno colpito Parigi e a me sembra persino che comincino a mutarne il carattere.

Le stragi di Parigi non costituiscono una novità assoluta. Altre stragi con modalità simili e ancora più sanguinose sono avvenute e continuano ad avvenire in altre parti del mondo. Ma quelle di Parigi, però, parlano a noi in modo più perentorio, a noi parigini, francesi, europei, a tutti quelli, soprattutto in occidente, che stanno ancora dalla parte abbastanza prospera, abbastanza pacificata, del mondo. Ci parlano con l’orrore e l’assurdità dei corpi qualunque trucidati. In altre parti del mondo, è moneta corrente, un esperanto sanguinario che tutti riconoscono, o con cui certuni sanno di farsi riconoscere, al di là delle lingue, culture o confessioni religiose diverse. Per noi, è divenuta la frase al tempo incomprensibile ed eloquente di un oracolo mortifero. Lo chiamiamo sintomo, sintomo di una serie di crisi che s’intrecciano a livello nazionale e internazionale. Sono crisi dell’anima e del petrolio, della civiltà e della metafisica, crisi rispetto a cui, nonostante lo sforzo intellettuale di tanti opinionisti, i francesi, ma anche buona parte degli europei e degli occidentali, percepiscono un disagio che è a un tempo intellettuale ed etico. Questo duplice disagio è quello di chi fa fatica a trovare una chiave di lettura soddisfacente, e nello stesso tempo di chi è pressato, sul piano pratico, della deliberazione quotidiana, a mutare qualcosa della propria condotta di vita. Queste stragi io le ho sentite come un ultimatum indirizzato dalla realtà contemporanea alle forme di vita di noi europei, un ultimatum che dice due cose simultaneamente: “è ora di aprire gli occhi” e “è ora di agire”. D’altra parte, è impossibile agire ad occhi chiusi o con la vista annebbiata, da qui la difficoltà di costruire una visione sufficientemente ampia e articolata, per includere il paesaggio storico dentro cui quegli eventi si sono resi possibili. Nello stesso tempo, quanto ho appena scritto potrebbe essere solo una frase di cerimonia, una cerimoniosa frase di speranza, dal momento che nessuno aprirà davvero gli occhi, e che nessuno farà alcunché in grado di spostare almeno un poco il fronte del conflitto o i termini in cui esso pretende di affermarsi.

In questa situazione, ho deciso di tenere un diario. Come sempre, la scelta del genere non è indifferente. Mi sembra che un diario mi dia la possibilità di costruire dei ponti tra il grande mondo là fuori e la mia piccola vita qui dentro, anche se non c’è nessun dentro e fuori, non ci sono pluralità di mondi, ma c’è un unico mondo in cui siamo brutalmente situati in un stesso tempo, che però non si conosce, che è inconsapevole di sé, dal momento che ciò che ognuno veramente conosce è il proprio tempo, individuale o collettivo, ossia il tempo della propria memoria, della propria biografia intellettuale o collettiva, tempo lacunoso, tempo lentissimo e a volte immobile, tempo di tutti i ritardi e le intempestività.

Non so, in realtà, come funzionerà questo diario, né se sarò sufficientemente motivato a prolungarlo, a fornirgli un minimo di continuità o coerenza. Mi sembra però l’unica forma di scrittura, in questo momento, che mi tenga lontano dall’ambizione dell’opera, quale essa sia (un racconto, una poesia, una prosa) e dall’ambizione del giudizio, ossia dell’intervento teorico, che pretende oltrepassare il proprio oggetto, giudicandolo. Accetterò questa duplice deficienza di forma e di concetto, per salvaguardare una sorta di equanime apertura al mondo, in cui i piccoli fatti e i fatti tremendi si possano intrecciare oscenamente, come in questo appunto tratto dai Diari di Kafka e che mi ha sempre affascinato: “2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto.”

 

Visita alla moschea

Settimana scorsa, alcuni giornali e alcune radio hanno dato la notizia che durante il week-end le moschee avrebbero aperto le porte ai non musulmani, insomma a tutti i francesi che non frequentano questi luoghi di culto. La giornata moschee “porte aperte”, se ho ben capito, avviene in realtà ogni anno, ma forse quest’anno è stata più pubblicizzata. Nella cittadina dove vivo io, a una quindicina di chilometri da Parigi, non ci sono moschee, anche se la comunità musulmana è senz’altro numerosa. Da noi c’era solo una piccola mostra, realizzata nella chiesa protestante – un luogo esageratamente brutto –, riguardante le caricature religiose. Temerari protestanti. In realtà, la mostra è stata programmata nel 2013, e questo mese è stata aperta al pubblico non senza un certo imbarazzo. Mia moglie c’è andata, e mi ha detto che c’era un sacco di gente. Il protestantesimo parrebbe la confessione religiosa più a proprio agio con le caricature e gli atti blasfemi. Si sono allenati fin dal Cinquecento a rappresentare papi come sciacalli divoratori di escrementi.

Non faccio in tempo a parlare a mia moglie di questa faccenda delle moschee aperte, per constatare se la cosa le interessi. Anche lei ha avuto la stessa idea e per di più ha già organizzato tutto. Ha individuato una moschea e domenica partiamo visitarla con nostra figlia di cinque anni. Due atei in visita alla moschea. Mia moglie è di solito più interventista di me. Soprattutto ha una gestione disinvolta e dinamica della logistica. Io esibisco una ricchezza sconfinata di iniziative, di cui solo una ridottissima percentuale viene realizzata, proprio per una certa pigrizia logistica. Partiamo con un tempo da cani. Guida mia moglie (io sono un pessimo guidatore, e mi sono già dimostrato pericoloso per l’incolumità familiare). Ascoltiamo come al solito Police and Thieves, un album di reggae di Junior Marvin del 1977. Da almeno cinque mesi, ascoltiamo in modo particolare le prime due canzoni dell’album, manifestando una inquietante ma irresistibile propensione monomaniacale. Il tempo fa schifo. Enorme pozze ai lati della strada, notte già alle quattro del pomeriggio, pioggia battente. Arriviamo comunque senza difficoltà nel posto dove dovrebbe essere situata la nostra moschea. Siamo a circa quaranta chilometri da Parigi, in una cittadina di quindicimila abitanti. Ci ritroviamo davanti al numero civico. Vi è una cancellata aperta e si entra in un piccolo piazzale. Di fronte un edificio basso e rettangolare, con delle porte sprangate. Sulla prima porta c’è scritto Boxe, sulla seconda Arti marziali. Alla fine, sulla sinistra, avvistiamo una casetta bassa, carina, dipinta di bianco, con della luce alle finestre. Ad ogni finestra vi sono delle tende e non è facile vedere dentro. Sull’angolo, però, c’è una porta finestra. Riesco a scorgere delle persone e una pila di libri, con scritte dorate in caratteri arabi in copertina. Ci siamo. Ma non assomiglia lontanamente a una moschea. Mi viene l’idea di penetrare per la porta finestra, ma mi accorgo che proprio contro di essa è sistemato una sorta di altare, e se insistessi con la mia nota brutalità l’incontro comincerebbe con una sorta di gag disastrosa. Troviamo la buona entrata. Siamo timidi. La porta è aperta, tappeto rosso per terra, scarpiera su di un lato, e qualche paio di scarpe buttate a terra. Mia moglie potrà entrare oppure no? Mi affaccio sulla sala non molto grande. Ci sono una quindicina di persone che già stanno pregando, dandomi le spalle. Solo un giovane appoggiato al muro guarda inespressivamente verso di me. Non mi fa alcun cenno. Aspettiamo. Finalmente arriva un tipo da fuori. È alto, magro, viso aguzzo, qualche dente d’oro, sorridente, indossa una lunga tunica e un berretto scuri. Subito si rivolge a noi, e gli spieghiamo il motivo della visita. Scopriamo che non siamo ovviamente in una moschea, ma in una semplice sala di preghiera, e che essendo una sala piccola non c’è la parte riservata alle donne. Complicazione. Mia moglie quindi non può entrare. Il tipo ci spiega, che dopo la preghiera saranno ben contenti di parlare con noi. Per il momento mia moglie se ne torna in macchina, parcheggiata poco lontano, perché fuori, sulla soglia, fa freddo. Io mi siedo con mia figlia davanti alla porta della sala di preghiera. La litania araba è bella e ipnotica. Non c’è che dire. Con la voce ci sanno fare.

Dopo la preghiera, la maggior parte delle persone se ne va. Mi fanno entrare nella sala. Mia figlia gioca con una coppia di bimbi più o meno della sua età. Mi sento vicino a quei bimbi. Come loro, lì, non ho un ruolo definito. Le bimbe, per esempio, non sono ancora separate dal mondo dei maschi. Privilegio dei piccoli. Non so bene ancora quale delle persone che passano e mi salutano, si occuperà di me. Ma sento che, come è prevedibile, si tratta di una questione di autorità. Il tipo sorridente dal viso aguzzo, comincia a parlarmi. Mi dice subito che è un convertito, e che la fede musulmana è strettamente legata alla pratica, e quindi ha degli alti e dei bassi. Si riferisce alla sua esperienza. Mi basta questo per immaginare un poco la sua storia. Non deve avere alle spalle belle vicende. Consumo di droga, spaccio, condanne per piccoli crimini, o semplicemente una giovinezza dura, sbandata, piena di avvenimenti di cui non si può andare fieri? La credenza religiosa come una solida e completa infrastruttura etica, che ti estrae dalle pastoie della vita, dal disastro della coazione a ripetere, da tutte le fragilità del carattere, le ferite mentali, le amputazioni intime, e ti mette su solidi binari, dentro una rete di rituali certi e ripetitivi, in mezzo a una comunità entro la quale hai il tuo posto assicurato.

Abbandoniamo la sala grande e ci sistemiamo di fronte, in una stanzetta molto più piccola e incasinata, che è riservata in altre occasioni, mi sembra di capire, alle donne. Mi chiedono di mia moglie. Spiego loro che, visto il freddo, si è rifugiata in macchina, in attesa che la situazione si chiarisse. La chiamo per telefono. Siamo in quattro nello stanzino: noi due, un signore che avrà tra i trenta e i quarant’anni, e un altro un po’ più vecchio, con una barba folta e un bel viso segnato dalle rughe, che si è messo a trafficare per preparare il tè. Mi figlia è andata a giocare con l’altra coppia di bambini nella sala della preghiera, che ora è rimasta quasi vuota. Il tipo più giovane inizia a parlarci dell’organizzazione della pratica, delle feste religiose importanti, poi ben presto s’infila in spiegazioni relative al corano, al rapporto tra musulmani, cristiani ed ebrei, cita un numero foltissimo di profeti, e utilizza la metafora del meccanico. Dice che i profeti ebrei, sono venuti per aggiustare le cose, hanno cominciato il lavoro, ma presto non son riusciti ad andare avanti, poi è arrivato Gesù che ha fatto di meglio, infine Maometto a portato a termine il lavoro come dio comanda. (Io ho brandito la mia educazione cattolica come una sorta di lasciapassare o, semplicemente, per rompere il ghiaccio. Ma è anche vero che nei primi scambi con il tipo dal viso aguzzo, ho subito chiarito che non ero credente. E l’informazione secondo me è stata trasmessa al tipo che ci parla, perché in diversi momenti, oltre a nominare cristiani ed ebrei, cita anche gli atei.)

Si definisce molto presto questa situazione. Il tipo, pur non essendo un imam, pare però quello che possiede più autorità religiosa, ed è quasi unicamente lui che ci rivolge la parola. Quello che prepara il tè ascolta in silenzio, e interverrà solo verso la fine. Poi c’è il giovane convertito, che nel frattempo ci ha raggiunto, e che muore dalla voglia di dire la sua, ma si trattiene per ragioni gerarchiche. Le domande che io ho in testa sono di un certo tipo. Sono curioso di capire come funziona una sala di preghiera come la loro, nella società francese di oggi, in un comune un po’ disperso dell’Ile de France. Dietro al fatto religioso, a me interessa il fatto sociale. Il tipo, invece, è assolutamente concentrato sulla dottrina dell’islam, e mi parla di tutti i benefici per l’uomo di avere una fede come quella islamica, che è presentata ovviamente come la migliore in circolazione. Conosco bene questa faccenda. Questo prevedibile proselitismo, che anima anche ogni buon parroco di provincia nel mondo cattolico. Solo che i preti da noi, oggi, sono più disincantati e anche più scafati: la prendono più alla larga. In ogni caso, devo interrompere queste fitte narrazioni intorno al corano o ai tempi pre-coranici, con domande più mirate, che ci portino più verso il presente e la vita di tutti i giorni. Ma è appunto dal presente e dalla vita di tutti i giorni che la narrazione religiosa deve in qualche modo astrarsi, per prendere spazio in una zona franca, al di sopra delle miserie, dei conflitti, delle infinite varietà di circostanze storiche, per ripetere il medesimo plot, sacro e cristallino. D’altra parte, la storia presente è un’immensa palude, che spesso il forsennato volontarismo non rende più percorribile, di quanto lo consenta la narrazione religiosa, con il suo carattere autoreferenziale e fluttuante.

Comunque un vero scambio è avvenuto, nei momenti in cui la macchina del proselitismo s’imballava, e s’imballava anche la mia curiosità preconcetta. Si è discusso, alla fine, della diffidenza reciproca, in un contesto come quello legato agli attentati. Di come sia possibile venirne fuori. Buoni propositi di questo tipo, che però hanno fatto bene a tutti noi in quel momento, per fragili e ingenui che fossero. Mia moglie notava poi che, pur essendo arrivati all’improvviso e in un tardo pomeriggio di domenica, in poco tempo sono stati in grado di accoglierci, di offrirci del tè, e di rendersi disponibili a una lunga chiacchierata. In ogni caso, abbiamo appurato che la sala di preghiera dove siamo finiti nulla c’entrava con l’elenco delle moschee “porte aperte” che erano state segnalate sul giornale. La disinvoltura logistica di mia moglie ha i suoi limiti: nella fretta aveva digitato su google maps una cittadina con un nome simile. E invece di trovarci di fronte a un’autentica moschea in ghingheri, pronta all’accoglienza degli infedeli, eravamo piombati in una sperduta sala di preghiera, lontano dai grandi centri. “Avremmo potuto finire in una sala di preghiera ‘radicalizzata’ – scherzo mentre torniamo a casa –, nel buco del culo della provincia parigina, dove un paio di sbandati lupi solitari incapaci di mettere in piedi un serio attentato, cercavano un modo facile per far fuori qualche miscredente. E noi gli saremmo arrivati in bocca.”

Prima di salire in macchina, il tipo dal viso aguzzo ci insegue nel cortile. Vuole farci un piccolo regalo. Tira fuori una boccettina di profumo. Si scusa, è profumo da uomo. Lo ringrazio. Si vede che è contento, e si congratula per il fatto che siamo dei tipi aperti e che si vede, comunque, per via che io bianco sto con una tipa di colore. Non è che dica proprio così, ma salutandoci ci tiene a farci sapere che la sua compagna è africana. Mia moglie è meticcia, madre francese e padre della Guadalupa. La faccenda del metissage è molto importante in un paese come la Francia, ma già lo è anche per l’Italia. Chi corre più veloce, l’odio razziale o l’amore tra le persone? Messa così suona un po’ fiabesca. Eppure non siamo lontani dalla realtà. Più numerosi sono i matrimoni e le unioni miste, più grande è il numero dei meticci in circolazione, e più il razzismo e la sua ossessione identitaria perdono terreno. Qui le statistiche del demografo hanno delle cose da dire. Consiglierei a tutti di leggere un capitolo di Après la démocratie, un libro di Emmanuel Todd, demografo e antropologo, uscito nel 2008 e intitolato Ethnicisation? Non solo per le conclusioni a cui arriva, ma soprattutto per il metodo che utilizza. (Todd non piace, in genere, ai marxisti, per il semplice fatto che non è marxista. Ma questo è un problema di un sacco di persone che si richiamano oggi al marxismo: sono in grado di ascoltare e leggere solo discorsi con il marchio d’origine marxista controllata e garantita. Attitudine deleteria. Chissà chi avrebbe dovuto, allora, leggere il povero Marx, quando ancora non esistevano studiosi e intellettuali marxisti in circolazione?) Se si guardano le società attuali attraverso l’occhio del demografo (e dell’antropologo), oltre ad abbandonare un certo catastrofismo, si rinuncerebbe anche a segnalare una nuova rivoluzione antropologica ogni dieci anni. Vecchia lezione di Musil (e della scuola storica delle Annales): sotto l’agitazione convulsa dell’attualità politica, alcune strutture sociali dipendono da evoluzioni molto più lente e si rivelano sul lungo periodo.

Una cosa mi ha sorpreso della conversazione con il responsabile religioso della sala di preghiera. Non ho mai sentito in lui né vittimismo né spirito di rivendicazione. Ad un certo punto evochiamo le reazioni della società francese nei confronti della popolazione di religione musulmana dopo gli attentati: il rischio crescente di una stigmatizzazione generale, ecc. Lui mi risponde tranquillamente, che tutto ciò non lo riguarda, che insomma non si fa condizionare da questo clima, che continua a seguire come prima la pratica dell’islam, e a portare tunica e berretto tradizionali del praticante.

Mi è piaciuto il giro moschee “porte aperte”. In realtà, sono situazioni di cui vado pazzo: incontrare gente che non c’entra niente con me, e parlare di qualcosa che non sia possibilmente il costo di uno smartphone o il grado di nuvolosità del cielo. Mi è sempre piaciuto poi, da ateo quale sono, dialogare con credenti di ogni genere. C’è sempre un momento in cui vorrei strangolarli, ovviamente. Hanno voglia a spiegarmi che il multiculturalismo è l’ultimo e inevitabile orizzonte del pensiero di sinistra. Dopo un po’ che sento argomentazioni di carattere religioso, che ascolto in una prima fase con diletto conoscitivo, fascinazione, curiosità, subentra una sorta di repentina esasperazione. Di colpo non capisco più nulla. “Ma di che diavolo stanno parlando?” Qui forse tocco i limiti del mio multiculturalismo. (Uso ironicamente il termine “multiculturalismo”, perché si tratta di una nozione per me in gran parte oscura. Non si tratta di essere pro o contro, si tratta di capire – anche in questo caso – di cosa si sta parlando. Mi sono reso conto almeno di una cosa. Per avere una posizione chiara a riguardo, con dovuta padronanza semantica e concettuale della questione, dovrei darmi almeno un mese di tempo per una serie di letture mirate e continuative. Le necessità materiali e lavorative non mi permettono, per ora, una tale vacanza-studio. Ma rimane una partita aperta.)

*

[Immagine: da un’opera di Claude Closky.]

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7 Responses to Diario parigino 1. Visita alla moschea

  1. ornella tajani il 15 gennaio 2016 alle 16:40

    Sta mutando anche il modo di desiderare Parigi? Suppongo di sì – intanto però aspettiamo febbrilmente la primavera ; )

  2. francesco forlani il 15 gennaio 2016 alle 17:37

    settimana prox si va insieme in piscina, eh!
    effeffe

  3. adriano il 16 gennaio 2016 alle 15:12

    “ Senza data [1981] – dalla notte una diane targata tittia / dunque parigi mi viene addosso / a mezze luci guida una donna e ride / lui si è voltato centrato o no? “.

  4. Giacomo il 19 gennaio 2016 alle 22:31

    Un’ottima lettura, e forse anche un modo per dare un rinnovato senso (storico?) al genere diaristico.
    Off Topic: Sarebbe possibile, Andrea Inglese, contattarla via mail? Avrei una questione – non del tutto aliena- da sottoporle privatamente, ma non ho trovato il suo recapito online.

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