Il gruppo in rivolta

25 gennaio 2016
Pubblicato da

di Gian Piero Fiorillo

 

“Il diavolo dà, ma non regala” disse Saverio alzandosi improvvisamente dal tavolo. Una smorfia gli graffiò il volto. Guardò obliquo tutta la stanza, mugghiò, chiese all’educatore che si voltò stupito: “Dottore, io me ne posso andare?”

-Andare? Ma se sei qui da un quarto d’ora.

-Dottore io non ce la faccio.

-Senti, Saverio, non puoi non farcela, se fate tutti così qui che succede? Non si va avanti.

-E lo so dottore, ma non ce la faccio, oggi pomeriggio devo prendere il treno per Napoli.

-A che ora ce l’hai il treno?

-Alle sei.

-Alle sei! Sono le dieci del mattino.

-Sì, lo so, ma devo pranzare, e poi mi devo riposare se no non ce la faccio a prenderlo.

-Senti, sei qui da un quarto d’ora. Minimo due ore ci devi stare, anche per rispetto degli altri.

-Va bene, sì. Che devo fare?

-Continua quello che stavi facendo.

-Devo salvare?

-Lo sai che devi fare. Riempi le schede e poi salva.

-Le salvo sul desktop?

-Lo sai cosa devi fare, avanti.

 

L’educatore si guarda le scarpe – devo spazzolarle al più presto. Polvere. Non le spazzolerò mai, lascerò che la polvere se le mangi. Finché sono le scarpe che mi frega. Siamo noi, altro che le scarpe. La polvere che siamo e la polvere che ci mangia.

 

Stiamo vivendo la caduta, pensa. Dovrei essere animato io e mi tocca spingerli a lavorare. Ma lo sentono. Sanno che non ci credo più. Me lo leggono negli occhi, nelle parole che tiro fuori a fatica, nel maglione scolorito e slabbrato. Finirà, me l’hai detto tu, ma tu hai paura, te lo leggo negli occhi. Cantiamo ragazzi?

-Ma che si vuole cantare dottore, facciamo una pausa.

-Io poi me ne vado dottore.

-Finirà, me l’hai detto tu…

-Dottore ma è quella di Franco Battiato, la conosco dottore, quanto mi piace!

 

Un tempo ero più vivo. L’entusiasmo è andato scemando, non credo di poterci cavare molto da questo gruppo. Continuo a chiedermi perché, se è davvero la malattia mentale a ridurre così le persone o tutti i farmaci che gli danno, lobotomia chimica. Pillole flebo contenzione elettrochoc, ecco i risultati. Quando li hanno ridotti in stato comatoso ce li mandano qui per la riabilitazione. Ma cosa possiamo fare a quel punto? Hanno il cervello consumato dalle sostanze e l’anima bloccata dalla paura. Anche la malattia può fare poco ormai, non può certo salvarli. I medici li vogliono salvare dalla malattia, che è la sola arma che hanno per salvarsi da sé. Incomincia la lotta e io da che parte sto? Davvero dalla parte dei pazienti, o quella è solo una partitura di facciata? Sono complice, per questo voglio andarmene, finché sto qui non posso non esserlo. Ma anche andarsene, lasciarli in balia del conformismo terapeutico non è una forma di complicità?

 

Cartoscella vince cartoscella perde. Dov’è la guarigione? Sotto la carta dello psichiatra. No, sbagliato, è sotto quella della psicoterapia. Davvero? Invece no, è sotto la riabilitazione. No, neppure, ricominciamo. Ma stai attento questa volta.

Il gioco è truccato. Abbiamo vinto noi dall’inizio, con le nostre lauree, i nostri saperi, le nostre competenze. A loro non resta che farci da spalla. Noi siamo Totò, il compito di Peppino glielo lasciamo e lo devono recitare ad arte. La chiamiamo compliance, usiamo la parola inglese per darci importanza. Gli inglesi hanno il dono della sintesi, in italiano suonerebbe così: Abbiate la compiacenza di recitare il ruolo che vi abbiamo assegnato e poche storie. Tanto esistete solo per la nostra misera maggior gloria, la mesata.

 

Finzioni. Neanche io ho vie di fuga. Andarmene è solo un’illusione. Non me ne vado, vengo tradotto ad altro servizio. Su mia richiesta, certo. Ma sempre traduzione è. Qui morta speranza. Chiudo.

 

Rubiamo loro l’anima, altro che cura. Dementi, non folli. Disabili, ecco cosa. E io ho a che fare con la disabilità. Una volta, in una riunione del forum salute mentale, scrivemmo un testo di sdegno contro un assessore che aveva definito disabili i pazienti psichiatrici. Ma sapevo, mentre scrivevo quel documento, che l’assessore aveva ragione. Solo un punto mi divideva da lui. I pazienti psichiatrici non sono disabili a causa della malattia, ma a causa delle cure. Che non sono tali, ma trattamenti normalizzanti con un solo obiettivo: ridurli alla ragione. Con le buone o con le cattive. Tutti i pazienti sanno che non ci sono psichiatrie buone né psichiatri sinceri. Quando si arriva al dunque hanno lo stesso grado di brutalità. Legare un paziente al letto e lasciarlo morire d’inedia o intossicarlo fino a farlo morire di neurolettici – dov’è la differenza? La sola differenza è che ucciderlo di farmaci mette il medico al riparo dalle inchieste giudiziarie.

-Dottore, allora posso andare?

-Com’era quella storia del diavolo?

-Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

-No, non era questa.

-Adesso non mi ricordo. Posso andare?

 

Se tu andrai a San Francisco…” canticchiò Sandra. Non sopportava che a Saverio fosse concesso di uscire prima. A volte, per protestare contro quell’ingiustizia, si dava malata per settimane, sostenendo che l’educatore faceva particolarità e lei andava in depressione.

 

Gli altri la ignorarono e allora intervenne direttamente:

-Ha detto che il diavolo fa le pentole ma non i copechi.

-I coperchi, ha detto i coperchi – puntualizzò Ombretta alzandosi dalla scrivania, contenta di avere una scusa per farlo. – È l’ora della pausa?

-No, ragazzi, no. Non è l’ora della pausa. Siete qui da mezz’ora. Si lavora e basta. Dobbiamo preparare questo numero del giornalino, va in rete dopodomani.

-Va bene, ma qui non si fa altro che lavorare, protestò Ombretta lasciando basito l’educatore.

-Allora cantiamo, disse Sandra.

-Scherzavo, per favore ragazzi.

 

Ci si misero anche i cellulari, che squillarono insieme in numero imprecisato e tutti scattarono verso le giacche e le borse, ciascuno convinto o speranzoso che fosse il proprio. “Famo na pausa pe na sigaretta?” buttò là senza convinzione Ombretta. L’educatore esausto allargò le braccia in segno di resa. Un attimo dopo il corridoio era pieno di fumo e gli altri operatori del distretto sanitario protestavano vivacemente contro quella strana concessione, negata a tutti tranne a quelli del servizio psichiatrico. L’educatore uscì dalla stanza spazientito e urlò:

-Almeno andate in cortile.

-Piove, disse Sandra, che quella mattina aveva deciso di provocare.

-Non me ne importa niente.

-Avete sentito ragazzi? Chi vuole fumare si bagni. Andiamo in giardino. Poi se ci prendiamo una polmonite torniamo qua che ce la cura lui.

 

Uscirono. L’educatore rientrò e incontrò Isabella che tornava dal bagno.

-E tu non vai?

-Non fumo, rispose Isabella guardando la strada dalla finestra.

-Non è necessario.

-Non è neanche obbligatorio uscire, disse la ragazza.

 

L’educatore cercò qualcosa a cui aggrappare lo sguardo, ma trovò il vuoto. Piegò il capo e sedette alla sua postazione.

 

Seduto alla scrivania l’educatore si gratta la testa. Da quel grattarsi scendono cose che non sono solo forfora. Cose che cercano una forma.

 

(Al mare dicevi Qui non ci si può buttare, t’ammazzi. E quel motoscafo, lo vedi? È impazzito. Pericolo)

(Andammo in piscina. Più tardi una telecamera per quanto scassata riprese traffici osceni davanti al portone)

(E le minacce dello spacciatore. Che per fortuna arrestarono quando il cliente morì d’overdose per strada)

(Ad ogni buon conto volesti cambiare. Volevi abitare quartieri migliori. Non mi dicesti il dentista che già conoscevi)

(Dicesti soltanto estirpare la causa. È dura sentirsi una causa soltanto)

 

L’educatore guarda lo schermo. Pensa di avere trovato l’appiglio che cercava ma sente alle spalle gli occhi ostinati di Isabella.

-Delusioni amorose, dottore?

-Di cosa t’impicci, screanzata.

-Screanzata non lo dice più nessuno, dottore. Ma io la capisco.

-Guarda che sono io a capire te.

-La mettete sempre così, voi. Noi siamo solo i malati e voi i benefattori.

-Non è questo.

-Non è mai questo. Ma è sempre questo.

-Non dire così, lo sai che non credo alla malattia mentale.

-Lei no, ma la dottoressa Sommese ci crede e come. Mi riempie di farmaci. Sa cosa dice di me? “Un caso da manuale, proprio un caso tipico, descritto su tutti i manuali di psichiatria”. E quella cretina della psicologa sta zitta e annuisce. Annuisce sempre, sembrano due froce, oh, scusi dottore non si dice.

 

Finge di essere dispiaciuta, pensa l’educatore:

-Non fa niente.

-“La dottoressa ha ragione, proprio un caso da manuale” – e annuisce, la psicologa. Con quei boccoli color lombrico. Annuiscono anche gli infermieri. È tutto un coro, io sono il caso da manuale, la paranoica, perché dico che complottano contro di me. Ma loro complottano contro di me. Come si chiamano quelli che complottano contro qualcuno? Perché non hanno un nome? Me lo dice lei come si chiamano. O non ce l’avete una parola per quelli? Secondo me si chiamano dottori.

-Cospiratori?

 

In quel momento rientra Sandra, che non crede ai suoi occhi vedendo la possibilità di attaccare l’educatore per la seconda volta in così poco tempo:

-No, dottore, mi dispiace per lei ma non è informato. Cospiratori sono quelli che complottano contro il potere, non quelli che hanno il potere e complottano contro chi non ce l’ha. Isabella ha ragione e la psichiatria è un muro di gomma. Anche tu sei un mattoncino di gomma, sai, dottore?

-Che cosa succede oggi, tutti in rivolta? Vi siete messi d’accordo per distruggermi? – spara l’educatore, subito pentito d’avere perso il tono professionale.

-Dottore, non starà diventando paranoico? Vuole che le facciamo una diagnosi? – insiste Sandra.

-Lei è un caso da manuale, ironizza Isabella.

-Sì, sì, proprio un caso da manuale, dice Sandra stando prontamente al gioco.

-Per oggi interrompiamo e andiamo a prenderci un caffé, si affretta l’educatore, che vede in quella soluzione un modo di uscire dall’imbarazzo, anche se sa che il gruppo nota, registra e non demorde.

-Evviva, grida Sandra all’indirizzo degli altri che stanno rientrando dalla pausa sigaretta, il dottore ha deciso che oggi è festa. Dov’è Saverio?

-È andato via.

 

È festa, sì. Oggi. Oggi è festa, si ripete l’educatore mentre vanno al bar. È offeso soprattutto con se stesso per non aver saputo replicare al sabotaggio collettivo. Da quando, mesi prima, ha commesso l’errore di dire che si trasferiva non ha avuto più pace. Poi ha corretto l’annuncio, accettando di restare ancora un anno fino a dicembre. Adesso era maggio, e pensava di potere ancora vivere momenti di lavoro sereno, ma non aveva fatto i conti con l’ansia del gruppo. In una volta sola aveva distrutto l’atmosfera collaborativa costruita in anni di lavoro. Era maggio, ma lui si sentiva in pieno inverno. Si promise di recuperare il terreno perduto, o quanto meno di dare ancora qualcosa a ciascuno dei suoi “folletti” e lasciar loro in eredità un Centro attivo e pienamente operante. Non volendo regalare altri argomenti al pessimismo di quel giorno, cercò di scacciare il pensiero che non ai pazienti lo avrebbe lasciato, ma a un collega famelico di incarichi e di potere. Stava consegnando quelle simpatiche pianticelle di gramigna ai diserbanti.

 

 

 

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One Response to Il gruppo in rivolta

  1. Silvia il 30 gennaio 2016 alle 23:58

    Mi è piaciuto, fa venir voglia di un intero romanzo così, arrivo alla fine del racconto che ne vorrei leggere ancora. Argomento importante e sentito, ma solo da chi già lo conosce, occorrono megafoni ed amplificatori.



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