Memoria zero

28 gennaio 2016
Pubblicato da

di Lorenzo Declich

C’è stato un momento, lo scorso 27 gennaio, in cui tutte le testate online dei giornali italiani più importanti aprivano con la notizia delle “statue coperte” per l’arrivo di Rohani. In quasi tutti i titoli compariva la dichiarazione del Ministro della cultura, Franceschini, che definiva “incomprensibile” il gesto. In seguito si è appreso, anche, che sia lui che Renzi “non erano stati avvertiti” di cosa stava succedendo. A me, invece, è sembrata incomprensibile l’idea secondo cui una decisione del genere debba essere sottoposta al vaglio di un Ministro della cultura e di un Primo ministro.

Certo, in questo caso la dietrologia ha avuto il suo peso. Fin dal giorno prima i media, con in testa i social network, si erano scatenati nel commentario. E’ sembrata, a posteriori, una faccenda di Stato, al punto che un Ministro ha sentito il bisogno – mettendosi a mio avviso in ridicolo – di sottolineare che lui non ne sapeva niente.

A gettare benzina sul fuoco c’era il fatto che Rohani – che è un’autorità politica, non religiosa – era venuto in Italia a fare affari. Il tutto, dunque, si condiva di un’accusa di “ipocrisia”: quando ci sono dei soldi in ballo caliamo le braghe. E poiché – dato l’elemento pecunia non olet – è entrata in campo la squadra dei moralisti, l’alzata di scudi è apparsa imponente; la vecchia arte della exaggeration l’ha fatta infine da padrone.

Alla radice di tutto questo rumore c’è, ovviamente, lo stato di agitazione in cui vivono gli italiani dopo i fatti di Colonia, attribuiti nelle forme più stravaganti a una qualche entità “islamica” e, più in profondità, alla paura diffusa di imminenti nuovi attacchi terroristici in Italia e in Europa.

E’ certo, però, che non è ancora ben chiaro quale battaglia si sia combattuta. Su cosa si sono scatenati i commentatori? Sulla presunta imminente islamizzazione del continente? Sul servilismo italiano? Sul buonismo dei politici di “sinistra”? Sulla mancanza di coerenza nel non denunciare le violazioni dei diritti umani in Iran? O su tutto questo messo insieme?

Cioè, in altre parole, di che cosa abbiamo parlato il 27 gennaio?

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Quando la notizia era ancora calda alcuni hanno pensato che fosse stato Rohani stesso a chiedere di coprire le statue. Ai primi titoli incentrati su questo atto di imperio iraniano in terra italiana si sono andati poi a sostituire invettive contro il Primo ministro italiano, considerato il responsabile della “distruzione della nostra cultura” per motivi di “rispetto della cultura altrui”. Il “neoidealista” Diego Fusaro, prendendolo come caso emblematico, è riuscito a infilarci anche una lezione sul “dio denaro”: “un processo di desimbolizzazione integrale: attraverso il quale si produce uno spazio neutro e vuoto, senza alto né basso, senza simboli e senza cultura, l’ideale per lo scorrimento illimitato e nichilistico della forma merce e per il proliferare della sottocultura del consumo”.

Per Fusaro accade che: “Il fanatismo economico oggi dilagante non mira al multiculturalismo e al politeismo dei valori e dei simboli: aspira invece al monoculturalismo del consumo e al monoteismo del mercato, ed è per questo che chiede agli islamici di cessare di essere tali (identificando senza riserve l’islam e il terrorismo) e ai cristiani di essere cristiani (aprendosi all’altro e abbandonando <<superstizione>> e <<fanatismi>>)”. Mentre invece succede proprio esattamente il contrario; per dirla alla Zizek: “Il capitalismo è il primo ordine socio-economico che de-totalizza il significato: non è globale in quanto a significato (non c’è una <<concezione del mondo capitalista>> globale. Non c’è una <<civiltà capitalista>> in senso proprio; la lezione fondamentale della globalizzazione è precisamente che il capitalismo può adattarsi a ogni civiltà, da quella cristiana a quella induista o buddista). La dimensione globale del capitalismo può essere formulata solo in quanto a verità-senza-significato, il <<Reale>> del meccanismo di mercato globale. Il problema qui non è che la realtà è sempre imperfetta e che le persone hanno sempre bisogno di vagheggiare una perfezione impossibile. Il problema è il significato, ed è qui che la religione sta ora reinventando il suo ruolo, riscoprendo la sua missione di garantire una vita dotata di senso a coloro che prendono parte al funzionamento privo di senso della macchina capitalista” (Slavoj Žižek, Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, Ponte alle Grazie, 2010, p. 123.)

Ma, al di là di questo, non è prendendo come caso quello delle statue coperte che si fa chiarezza su dinamiche come la globalizzazione economica e i suoi effetti sulle società e sulle culture. E’ come spiegare i quanti partendo dal battito di una farfalla in Cina che scatena una tempesta e New Orleans: non siamo, qui, affatto, nel campo da gioco della globalizzazione, bensì in quello delle relazioni diplomatiche fra Stati in ottica economica, un qualcosa che c’è sempre stato e che – fra l’altro – segue regole di cortesia decisamente “antiche”.

Una diplomazia che apre la porta agli affari è condita di ritualità e di “concessioni” più o meno fuori luogo agli “usi e costumi” degli “altri”. In questo senso non possiamo non ricordare che l’Italia ha fatto anche molto peggio col tendone nomade di Gheddafi a Villa Borghese, con la parata di “hostess” pagate per assistere ai suoi deliri, terminati fra l’altro con distribuzione di corani (quelli “riformati” da Gheddafi stesso) e sparute conversioni all’Islam delle hostess. E che circolano leggende terribili riguardo a come è bene trattare i giapponesi se vuoi sfilar loro del denaro per gli investimenti. La diplomazia è, in questi casi, esattamente l’arte di rappresentare maldestramente “rispetto” e “accoglienza” attraverso penosi luoghi comuni.

Insomma possiamo criticare lo “stile” della diplomazia italiana, fare ironia su quanto tutto questo sia idiota – perché è profondamente idiota -, scagliarci contro la diplomazia “in sé”. Ma farne una questione di sostanza quello sì è ipocrita: perché, allora, non siamo tutti in piazza a fare la rivoluzione e ci limitiamo a starnazzare sul social network?

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Il versante islamofobo – nel frattempo – ha rispolverato uno dei suoi temi forti: ci siamo sottomessi all’Islam, ormai l’invasione è patente. Fra le perle c’è un Gianluca Veneziani che sull’Intraprendente ci spiega che questo coprir statue è una “auto-limitazione della libertà di espressione”. Veneziani, scatenando una tempesta di aggettivi, trova addirittura offensivo che a pranzo non sia stato servito il vino, bevanda vietata ai musulmani, come se gli astanti vinofili ne abbiano dovuto patire davvero, o come se servire vino sia assolutamente necessario per affermare la propria immarcescibile identità italica.

Su questa vicenda del vino a tavola c’è un precedente abbastanza recente. Hollande lo scorso novembre avrebbe annullato una cena all’Eliseo perché la delegazione iraniana avrebbe chiesto in anticipo un menù halal e l’assenza di alcolici a tavola. Richiesta che non sarebbe stata accolta dalla Francia “per non rinunciare alle sue tradizioni laiche”. E “per salvare quello che poteva trasformarsi in una piccola crisi diplomatica, l’Eliseo ha proposto di annullare la cena e di sostituirla con una colazione”.

A questo riguardo vale la pena citare l’articolo di Repubblica che ne parla per capire come funziona l’inessenziale mondo della diplomazia: “Alcuni consiglieri dell’Eliseo non hanno nascosto la loro irritazione per la diffusione della notizia definendo la polemica <<ridicola>>. La discussione riporta alla memoria quanto successo anche in occasione della visita a Parigi di un altro presidente iraniano, Mohammad Khatami. Prevista nell’aprile 1999, venne rinviata perché l’Iran aveva chiesto di togliere i liquori dai ricevimenti ufficiali. La visita si tenne alla fine il 27 ottobre 1999: il presidente di allora, Jacques Chirac, ricevette il suo ospite all’Eliseo, ma non mangiarono insieme. Sulla polemica di questi giorni è intervenuta anche l’emittente Europe 1 che ha scoperto negli archivi che una bottiglia di Chateau-Latour del 1998 e una di Puligny-Montrachet 1er cru erano in tavola durante le cene ufficiali organizzate all’Eliseo in occasione delle visite dell’emiro del Qatar e del re dell’Arabia Saudita. Due paesi del Golfo dove le autorità di certo non vedono di buon occhio il consumo di alcol”.

Secondo i parametri “vinicoli”, dunque, e al netto dell’etichetta diplomatica, il Qatar e l’Arabia Saudita sarebbero paesi davvero aperti all’alterità culturale e la Francia uno Stato sano, genuinamente identitario. La realtà, ovviamente, non è questa. E possiamo di certo rammaricarci del fatto che, in nome di uno stupido divieto propagandistico, il vino iraniano, che nella storia ha sciolto le lingue di immensi poeti musulmani e la cui tradizione sembra risalire a 7000 anni fa, sia scomparso dalla circolazione (dobbiamo infatti ricordarci che di vino in Qatar e Arabia Saudita non se ne è mai prodotto neanche un decilitro). Potremmo anche ricordarlo a Rohani, mentre mangiamo con lui o anche durante un incontro che non prevede consumo di cibi, ma ciò chiaramente non farebbe di noi i portatori di un qualche ineludibile “valore” o di qualche inalienabile “identità”.

Nel nostro caso, invece, seguendo Veneziani: “Si tratta di un atto di capitolazione definitiva al nemico, una resa incondizionata, un formale gesto di sottomissione come vuole lo scrittore Houellebecq, di consegna mani, piedi, anima e corpo alla cultura nostra avversaria, peraltro mascherata da un clima di cordialità, da accordi commerciali e ipocrite strette di mani. Suicidarsi con il sorriso stampato sulla faccia. Rinunciare a essere fingendo che tutto ciò sia molto giusto e molto utile”. Saremmo insomma all’ennesima e finale riprova del fatto che viviamo in “Eurabia“, con il dettaglio che l’Iran di arabo ha ben poco.

C’è da dire che, nel calderone apocalittico – e con l’obiettivo meschino di screditare Renzi, ovviamente – Veneziani aveva messo anche un fatto che sulle prime nessuno aveva riesumato e che vale la pena di ricordare. Una “copertura di statue” era avvenuta il 6 ottobre precedente. Quella volta non c’erano iraniani in giro, ma uno sheykh degli Emirati, Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, e la cosa non ebbe questa grande risonanza. Il fatto non ci ricorda, come vorrebbero gli amanti dell’Iran, che l’alzata di scudi avviene solo quando al centro ci sono gli iraniani e che quando si tratta dei cattivoni del Golfo siamo tutti molto omertosi. Ci dimostra, piuttosto, che una notizia fa il pieno di interesse se attorno a essa c’è l’humus emozionale giusto. E, anche, che probabilmente le regole d’etichetta italiane prevedono “procedure standard” quando a far visita in Italia c’è un musulmano prezzolato. Laddove nel caso precedente il livello diplomatico della visita era più basso, i soldi in ballo erano molti di meno e così via.

Si tratta di procedure di certo goffe e in molti sensi inani, spie di un certo “orientalismo” che non fa distinzione fra il nipote di un miracolato petromonarca del Golfo e un raffinatissimo intellettuale, figlio fra l’altro di uno di quei “commercianti iraniani” che rappresentano – per ora – l’unica alternativa permessa dagli Ayatollah a una destra chiusa e retrograda. Quando nacque il primo (1961) gli Emirati Arabi ancora non esistevano, quando nacque il secondo (1948) l’Iran aveva già almeno quattro secoli di vita.

Una differenza, nella società e nella cultura di provenienza alla quale, fortunatamente, qualcuno ha prestato interesse, intervistando un islamista come Paolo Branca. Il quale prima dice, riferendosi a Rohani: “Conosco troppo bene il suo spessore culturale per pensare che una sciocchezza del genere potesse turbarlo, come del resto quello dell’ex leader Khatami: ho letto le loro opere. Chi ha coperto le statue semmai lo ha fatto per difendere Rohani dagli oppositori reazionari in Iran. Sa che ci sono miniature persiane con scene di amore omosessuale? Insomma, non è gente appena scesa dagli alberi” e poi sottolinea “dobbiamo smetterla di costruire rappresentazioni parziali, unilaterali di quel mondo, che è ricco e vario. Per esempio: in Iran c’è una civiltà unica, importantissima. Una società civile che i Paesi Arabi si sognano. Sono anni luce più avanti. Non c’è famiglia in cui i figli non si dedichino allo studio di uno strumento musicale. Sono appassionatissimi di filosofia, di poesia. Pensi che traducono persino i libri della Fallaci…”

L’argomento della “scelta politica” di protezione dai nemici interni, che emerge anche nell’analisi di Alberto Negri sul Sole, è però debole proprio perché una cosa simile era stata messa in atto in un’altra occasione: negli Emirati un’opposizione con cui fare i conti alle elezioni non c’è. E poi, se proprio qualche oppositore interno avesse voluto aggrapparsi a qualche immagine sconveniente l’avrebbe di certo trovata perché l’Italia è l’Italia e perché anche in Iran esiste photoshop (d’altro canto le agenzie di stampa iraniana sono famose per le bufale che diffondono).

E mentre fioccavano le accuse ai “buonisti”, collegate – volendo – alle recenti polemiche sul politically correct nel calcio, il Buonista per eccellenza, Massimo Gramellini, titolava il suo “Buongiorno” sulla Stampa proprio “Sottomissione”, ricordandoci che adesso anche fra i buonisti va di moda lanciare strali a destra e a sinistra, preferibilmente nella direzione sbagliata.

Di buono c’era, nel suo pezzo, che inseriva la cosa nel contesto giusto, cioè nel contesto di un “cerimoniale”. Ma ci spiegava che da un millennio siamo e ci comportiamo come dei servi e che questo non va bene. E dipingeva Rohani come un uomo “suscettibile” al quale abbiamo abdicato per poi tentare di fregarlo facendo affari con lui. Sfidava Rohani, infine, trattandolo come una specie di turista: “Se un iraniano viene in Italia, gli copriamo ingiustamente le statue. In un modo o nell’altro – in un mondo e nell’altro – a coprirci siamo sempre noi. E la suscettibilità da non urtare è sempre la loro. Ma se la presenza di donne sigillate da capo a piedi su un vialone di Teheran urtasse la mia, di suscettibilità? Non credo che, per rispetto nei miei confronti, gli ayatollah consentirebbero loro di mettersi la minigonna”. Il problema, qui, è che Gramelllini non sa di essere circondato di iraniani, che in Italia sono circa 10.000, perché nessuno di essi ha mai dimostrato la propria suscettibilità né alcuno ha mai pensato di non doverla urtare. Senza contare che la voglia di mettersi una minigonna non è innata, in noi.

Insomma Gramellini, che era partito bene parlando del cerimoniale, finiva malissimo cadendo nella banalità dell’uomo qualunque che quel cerimoniale non lo capisce, attribuendo a Rohani un tratto caratteriale che lui stesso non ha mai dimostrato e che invece proprio la vecchia scuola diplomatica italiana contro cui egli stesso si scaglia, probabilmente rimasta al 1979 e ai “versetti satanici”, ipotizzava essere un tratto specifico di tutti gli iraniani.

A chiarire il tutto, ormai lo sappiamo, è stato Rohani stesso che, diplomaticamente, ha ringraziato l’Italia per l’accoglienza e l’ospitalità. Più tardi i social network hanno prodotto in questo senso un’informazione saliente: i musei iraniani espongono nudi maschili e femminili.

***

Nel settembre del 1997 andai a cena – ero in visita culturale con l’Università di Roma – presso l’ambasciata italiana a Teheran. Vi servivano del vino, ricordo. E c’erano camerieri in guanti. La residenza era splendida, nella zona ricca della città, dove appunto stavano i “mercanti”, la borghesia. La costruzione era del ‘800, se non sbaglio, e il parco era immenso: sette terrazzamenti digradanti con al centro sette grandi vasche in pietra. I diplomatici italiani erano molto colti e in continuo contatto con chi – italiano – studiava in Iran da anni o decenni. La loro visione dell’Iran era molto approfondita e aveva una tradizione lunga, perché con l’Iran l’Italia ha sempre avuto rapporti privilegiati e importanti in campo economico e culturale.

Non so cosa sia successo negli anni che ci separano dal 1997 ma a me sembra che quella tradizione si sia persa. Se ciò sia un bene o un male lo lascio giudicare a chi legge ma, a questo proposito, voglio ricordare un fatto che in questo contesto è stato riesumato solo in extremis e/o per inerzia: la missione diplomatica in Arabia Saudita è finita in rissa a causa dei rolex che i sauditi regalavano ai convenuti.

Di questo, forse, dovremmo parlare, volendo commentare la vicenda delle statue coperte. Cioè dovremmo parlare di come anche la diplomazia italiana stia dando pesanti segni di cedimento. Invece sembra proprio che abbiamo bisogno di “esternalizzare” un dato incontrovertibile, ovvero che siamo sottomessi a un gioco politico-economico globale. Attribuiamo al musulmano di turno – non importa da dove venga, quale ruolo ricopra, quale obiettivo persegua – una voglia di sottometterci che invece, scotomizzando, non vediamo nei veri padroni del vapore, quelli che fanno strame della nostra libertà ogni giorno di più e abitano a due passi da casa nostra.

Nel giorno della memoria, insomma, questo paese ha dato prova di smemoratezza.

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6 Responses to Memoria zero

  1. adriano il 29 gennaio 2016 alle 09:33

    ” Mercoledì 27 gennaio 2016 – La giornalista Myrta Merlino si sente offesa, “ in quanto donna “, dal fatto che gli ayatollah si offendono se vedono la statua di una donna nuda. Ma il fatto è che lei, come gli ayatollah, si sbaglia: quella di cui ci si offende o non ci si offende, non è una donna, è una statua. Che, in quanto statua, non ha alcuna intenzione di offendere alcuno. O no? “

  2. Nicola Esposito il 29 gennaio 2016 alle 11:59

    Articolo assolutamente condivisibile Declich. A complemento di quanto già detto, vale forse la pena di ricordare che gli iraniani hanno una particolare sensibilità verso le cene ufficiali a partire dal lontano 1978, quando il brindisi di capodanno tra Jimmy Carter e lo Scià di Persia (con la sua coppa di Champagne) si rivelò come uno dei momenti simbolici più importanti verso la rivoluzione (e la non rielezione di Carter).

  3. Nicola Esposito il 29 gennaio 2016 alle 12:00

    Qui un link ad un video del brindisi in questione: https://youtu.be/DqrHQpRHwws

  4. Lorenzo Declich il 29 gennaio 2016 alle 17:30

    Grazie dell’integrazione! Mai dimenticare, soprattutto, la retorica “rivoluzionaria” degli iraniani.

    http://a30secondi.altervista.org/2016/01/05/iran-1979/

  5. daniele ventre il 30 gennaio 2016 alle 13:01

    C’è da dire che il gioco mediatico e la necessità di decifrare le sue dinamiche (come mirabilmente fa questo articolo), stanno diventando un estenuante spreco di energie, che i padroni del vapore e i loro ligi portavoce (tutti troppo stupidi per capire che cambiando un po’ di cose in meglio per tutti, ed essendo appena un po’ più autentici, il vapore andrebbe meglio anche per loro stessi) potrebbero lasciar convogliare verso altri e più proficui scopi.

    • Lorenzo Declich il 30 gennaio 2016 alle 14:45

      Sì, estenuante, specialmente in assenza di un “luogo”, di una “posizione” dalla quale partire, su cui poter costruire. Ieri le statue coperte, oggi il family day, siamo tutti (forse) presi dalla necessità di difenderci da arrembaggi sempre più aggressivi.



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