Giulio Regeni

9 febbraio 2016
Pubblicato da

di Giuseppe Acconcia

Giulio Regeni e la compagna egiziana Shaimaa el-Sabbagh, scomparsa un anno prima mentre portava una rosa in piazza Tahrir, avevano molte cose in comune. La poetessa e attivista socialista fu uccisa da un alto funzionario della polizia egiziana a due passi dalla piazza che fu il centro delle rivolte del 2011. Anche Shaimaa aveva passato anni della sua vita con i lavoratori e nelle fabbriche egiziane, così come Giulio si stava occupando di movimenti sindacali. Entrambi avevano visto nel sogno di piazza Tahrir una possibilità di riscatto senza precedenti per il popolo egiziano e in particolare per i diseredati e i lavoratori: tra i protagonisti delle rivolte di cinque anni fa. Entrambi condividono poi una stessa formazione marxista. Giulio ha applicato le teorie di Antonio Gramsci alle sue ricerche sui movimenti di piazza del 2011 e in particolare al movimento operaio in Egitto.
Oltre questa linea non è possibile andare per tracciare un parallelo tra Shaimaa e Giulio perché il dottorando italiano non era un’attivista e la giovane poetessa egiziana sì. Giulio non faceva politica in Egitto ma ne seguiva semplicemente le dinamiche. Giulio era uno dei più brillanti studiosi dell’Università di Cambridge. Da studioso marxista, si era occupato da tempo dei movimenti operai in Medio oriente. A 17 anni era andato a studiare in New Mexico per poi trasferirsi in Gran Bretagna. Nel 2012 e nel 2013 ha vinto due premi al concorso internazionale dell’Istituto regionale di studi europei per ricerche sul Medio Oriente. Da mesi si era trasferito al Cairo per condurre la sua ricerca dottorale.

Omicidio e tortura di Giulio Regeni
Secondo le autopsie egiziana e italiana Giulio è morto per un colpo alla testa. Il suo corpo riportava segni evidenti di molestie e torture. Una prima ricostruzione ha identificato nelle pratiche sommarie della polizia egiziana le responsabilità dell’accaduto. È possibile che Giulio sia stato fermato solo perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Secondo fonti di Intelligence, il dottorando italiano potrebbe essere stato arrestato non lontano da piazza Tahrir in una retata che ha coinvolto altre 40 persone. È possibile che a quel punto siano emersi gli ambienti che frequentava per motivi di ricerca. I sindacati sono infiltrati dall’Intelligence militare e alcuni dei suoi contatti potrebbero aver passato informazioni alla polizia. È possibile che Giulio fosse già sotto controllo perché subito dopo la diffusione della notizia della sua scomparsa, alcuni giornali locali avevano già dato notizie precise sulle sue attività di ricerca.
Secondo Mona Seif, attivista e sorella del noto attivista in prigione Alaa Abdel Fattah, ci sono motivi precisi per cui si è saputo solo alcuni giorni dopo il motivo della sparizione del giovane. «In casi di sparizione forzata spetta alle persone più vicine allo scomparso di stabilire se ci deve essere una denuncia pubblica oppure o no. Molti preferiscono tenere le cose nascoste, aspettare che si calmino le acque e intanto attivare l’ambasciata e la Sicurezza di Stato per sapere se sono stati ritrovati cadaveri o ci sono feriti gravi ricoverati». Secondo Mona, Giulio sarebbe stato vittima della xenofobia diffusa nel paese. «Ci sono arresti sommari continuamente. Se qualcuno sente parlare due persone non in arabo avverte la polizia dicendo che sono delle spie. E questi arresti possono finire con detenzioni e torture, come è avvenuto con Giulio. Il giorno prima era stato fermato un americano e accusato di diffondere notizie false». La piaga dei desaparecidos in Egitto colpisce migliaia di persone. «Gli eventi e le morti si mischiano ormai e risalire ai responsabili è sempre più complesso. Ci sono tanti casi di persone scomparse, questo succede non tanto per il loro impegno politico ma perché la polizia è fuori dal controllo dello Stato. Ormai la polizia deve ricevere ordini speciali perché non ci siano torture. È possibile che lo abbiano fermato inizialmente solo in quanto straniero», ha aggiunto Mona.

Le reazioni alla morte di Giulio Regeni
«La morte di Giulio Regeni è un attacco alla libertà accademica», lo scrive Neil Pyer dell’Università di Coventry. Il docente racconta direttamente della sua amicizia con Giulio e dei rischi che il giovane ricercatore si è sobbarcato nel partire per l’Egitto senza un adeguato sostegno delle istituzioni accademiche.
Neil spende parole di dolore per le condizioni atroci in cui è stato rinvenuto il cadavere. La docente dell’Università di Cambridge, Anne Alexander, e la sua supervisor, Maha Abdel Rahman, hanno firmato un appello per chiedere verità per Giulio. Ma l’intero mondo della ricerca e dell’accademia è insorto ieri per la morte di Giulio Regeni. In particolare, gli accademici Usa della Middle East Studies Association (Mesa) hanno inviato una lettera durissima alle autorità egiziane in cui chiedono di fare luce sulle cause della morte del dottorando italiano dell’Università di Cabridge con un’affiliazione con l’Università Americana del Cairo (Auc). Una lettera è stata scritta dalla Società italiana per gli Studi sul Medio Oriente (Sesamo). «Chiediamo al governo (egiziano, ndr) un’indagine imparziale e completa sulla morte di Giulio Regeni», ha scritto Mesa. «Il clima di repressione e intimidazione nel quale i colleghi in Egitto – egiziani e non – lavorano sta continuanda a peggiorare», si legge nella missiva indirizzata al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Nella missiva si fa riferimento direttamente all’«assassinio» di Giulio. Nei soprusi citati dagli orientalisti Usa si citano episodi di molestie e diniego di ingresso nel paese, interferenze grossolane nelle attività di ricercatori e facoltà, l’espulsione di centinaia di studenti e le condanne a morte di accademici.
Una presa di posizione così dura conferma una volta di più la rilevanza accademica delle ricerche di Giulio Regeni. Una generazione di giovani ricercatori sempre più indifesi, costretti ad utilizzare pseudonimi e direttamente arrestati. È il caso di Michelle Dunne del Carnagie Endowment for Middle East Peace, arrestata mentre cercava di entrare in Egitto, per le sue ricerche che puntavano direttamente il dito contro il regime militare di al-Sisi. Provvedimenti simili sono stati presi contro ricercatori arabi.

I meriti accademici
Dal sindacalismo tunisino, ai movimenti operai egiziani, dalla sinistra filo-curda del Partito democratico dei Popoli (Hdp) in Turchia all’autonomia democratica di Abdullah Ocalan, messa in pratica in Rojava: le rivolte del 2011 non hanno solo aperto il vaso di Pandora dell’islamismo politico in Medio Oriente ma anche dei movimenti di sinistra. Giornalisti attenti come Jack Shenker che ha appena pubblicato il libro Gli egiziani una storia radicale lo raccontano benissimo. La rivolte del 2011 sono state una rivoluzione proletaria che poteva mettere in discussione l’assetto del capitalismo egiziano fondato sulla proprietà delle fabbriche da parte dell’élite militare.
Quest’anima sociale dei movimenti era profondamente preoccupante per la giunta militare e continua ad esserlo al tempo del regime militare di al-Sisi. Subito dopo le rivolte del 2011 i primi a sapersi organizzare sono stati proprio i sindacati indipendenti. E come spiegano benissimo studiosi come Joel Beinin e James Gelvin i maggiori cambiamenti politici non sono avvenuti in concomitanza con le grandi manifestazioni di piazza ma con i picchi negli scioperi delle fabbriche egiziane.
Questo faceva della ricerca di Giulio Regeni in Egitto un vero atto rivoluzionario per le condizioni di sicurezza e per l’importanza dell’analisi sui sindacati. In altre parole studiosi come Giulio stavano indagando come il movimento che si stava formando in piazza Tahrir e le sue domande sociali siano state fermate con l’impiego di un populismo pseudo neo-nasserista.
Questa è stata la strategia che l’esercito ha scelto per prevalere sulla popolarità dell’islamismo politico che aveva vinto la sfida delle urne. Lo scopo era di neutralizzare il potenziale rivoluzionario dei movimenti di sinistra, operai e delle opposizioni. Ma sembra chiaro che di questo non si può parlare in Egitto e per questo il coraggio dimostrato da Giulio sarà essenziale per dimostrare la vitalità dei movimenti egiziani. Chiediamo che sia fatta piena luce sulle cause della scomparsa, sulla morte e tortura di Giulio Regeni.

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3 Responses to Giulio Regeni

  1. carlo carlucci il 9 febbraio 2016 alle 21:42

    Capire….Certi enunciati come capitalismo egiziano, i militari proprietari delle fabbriche, la casta dei giudici…ma non ci sarebbero dei distinguo? Oppure certe spiegazioni o conclusioni affrettate fronte a una complessita´di problemi…Per certi versi o mutatis mutandis la vicenda tragica ricorda la fine di Arrigoni per mano di certe frange o schegge impazzite palestinesi. E´certo che Giulio non sembrava temere per la sua vita. Arrigoni e Regeni, collaboravano entrambi al Manifesto?

  2. dm il 10 febbraio 2016 alle 17:47

    Grazie. (Sì, anche se le informazioni sono ancora poche, anche se non si possono fare che supposizioni e prove non ce ne sono, è importante che se ne dica, checché se ne dica; tutto meno che il silenzio, perché i media hanno scelto il silenzio).

  3. véronique vergé il 10 febbraio 2016 alle 17:59

    Terribile.

    Un paese dove le donne non hanno libertà, non è democratico.
    Sulla piazza Tahrir donne hanno subito umiliazione.
    Penso a Shaimaa la sua rosa lasciata sulla terra.
    Dopo la morte.
    Penso a questo giovane con la sua passione.

    Terribile il silenzio.



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