Da Osorgin a Chicca Gagliardo

24 febbraio 2016
Pubblicato da

Gagliardo_LdSdi Romano A. Fiocchi

Chicca Gagliardo, Nell’aldilà dei pesci, La Libreria degli Scrittori, 2014, pubblicazione digitale; Ponte alle Grazie, 2006, pubblicazione in brossura.

La Libreria degli Scrittori è una casa editrice digitale molto particolare. È un editore di libri scomparsi. Vuoi perché esauriti, vuoi perché fuori mercato, vuoi perché non considerati ma meritevoli di considerazione. Prende il nome da una libreria realmente esistita a Mosca negli anni tra il 1918 e il 1922, quando il mondo editoriale della vecchia Russia veniva schiacciato dalla censura bolscevica. Qui, non potendo più stampare nuove opere, venivano raccolti e messi in commercio libri di tutti i generi, compresi quelli invisi al regime. La Libreria degli Scrittori vendeva e comprava volumi con il solo scopo di opporsi al declino culturale, quasi fosse l’ultimo presidio di sopravvivenza della lettura. E forse lo era, almeno: certamente della lettura libera. Michail Osorgin ne fu uno dei promotori, nonché il cronista di quella straordinaria avventura che durò finché il regime non ne comprese l’importanza. E di conseguenza la “pericolosità”.

Tutto questo lo sappiamo – ci informa la stessa casa editrice digitale in una nota in fondo ai suoi e-book – grazie a L’impronta dell’editore di Roberto Calasso, uscito per Adelphi nel 2013. Il tema, in verità, era già stato trattato dallo stesso Calasso nel breve saggio L’editoria come genere letterario, letto pubblicamente nel 2001 nella sala del Museo di architettura Schusev di Mosca in occasione di una mostra dedicata alla casa editrice, quindi uscito nella rivista in volume Adelphiana. Pubblicazione permanente (Adelphi Edizioni, 2002) e ripubblicato nella raccolta di saggi e articoli dal titolo La follia che viene dalle Ninfe (Adelphi Edizioni, 2005).

Cosa c’entra Chicca Gagliardo con Osorgin. Il volumetto della Gagliardo Nell’aldilà dei pesci è uscito nel 2006 e poi finito nell’aldilà dei libri, il mondo dove confluiscono le idee e le storie nate e poi scomparse. Ma qui la Libreria degli Scrittori digitale l’ha ripescato (espressione che calza a pennello, dato il titolo) e i pesci, le donnastre, i giochi di parole, i sogni fantasiosi della Gagliardo sono tornati nell’aldiquà leggibile – certo, solo in versione libro elettronico, ma comunque leggibile.

Quella di Chicca Gagliardo è una carrellata di personaggi femminili grotteschi, vere e proprie caricature spietate di donne in carriera, “donnastre” come le chiama lei, che mangiano sushi e hanno come soli riferimenti l’ingresso nell’alta società e il mito del corpo magro e perfetto. In mezzo a loro sbucano le antidonnastre (questo invece è un mio neologismo per meglio sintetizzare l’idea), quelle che sognano, che si nutrono di poesia.

Il libro è composto da diciassette capitoli più una introduzione (La vita di un libro) e un epilogo o meta-epilogo (Un mattino, i pesci). Dei diciassette capitoli, tredici riportano nomi di donna e comunque tutt’e diciassette hanno come protagonisti delle donne, dai nomi che non si ripetono mai. Più precisamente: Rosa, Cecilia, Agata, Amanda, Ambra, Bianca, Chiara, Maddalena, Letizia, Sofia, Teresa, Elena, Desideria, Sara, Giulia, Marta, e lei, la stessa Chicca, anche se in realtà non viene mai nominata. Il libro è insomma un donnario con le più svariate tipologie di donne. A fare da contrappeso nel corso della narrazione, benché non altrettanto particolareggiato, è un analogo uomario, con tipologie di uomini costruiti sulla stessa linea grottesca delle donnastre: individui maschili bellissimi, dai riccioli neri, occhi verde alga che ti fissano, “uomini che odorano di sandalo e scarpe stringate, di dopobarba e di dopotichiamo e primaopoicirivediamo”.

Ma se da un lato quella della Gagliardo potrebbe sembrare una scrittura al femminile, nell’apparente semplicità del testo traspaiono immagini di autentica e surreale poesia, dal cuore del tempo che batte in senso contrario facendo tac tic, tac tic, tac tic, alla comparsa di creature a metà strada tra realtà e immaginazione che realizzano grandi cose e si divertono a farle apparire piccole “perché le cose grandi diventano pesanti”. Sino a velate citazione bulgakoviane, come una Marta nuda che si alza in volo. C’è il gusto per la parola, per il gioco di parole (“i fati non esistevano, c’erano solo le fate”), per i voli di fantasia (dai vestiti carnivori alla pelle “color delfino che salta”), e per la meta-narrazione, ossia quella narrazione che ne va del suo stesso narrare (come il meta-epilogo accennato più sopra, dove la stessa scrittrice si fa personaggio e racconta ai pesci le storie che il lettore ha appena letto).

Una buona dose di ironia alleggerisce il tutto, alleggerisce sofferenze interiori e momenti di disperazione, persino la morte di donnastre come Desideria: “Ecco qual era la cosa da fare che non ricordavo! Che bisognava morire. Detto e fatto, morì su due piedi. Le pratiche sono state sbrigate in fretta, un pool di esperti della Gestione Risorse Umane ha subito trovato un’altra Manager Suprema per l’azienda di città, l’azienda al mare e quella di campagna”.

C’è poi questa aspirazione alla leggerezza, la stessa leggerezza dell’amica scomparsa che appare in sogno nel racconto finale (Cosa ci sarà di là). È un incontro surreale e suggestivo, come sono gli incontri che avvengono nei sogni. L’amica se ne va poi per sempre, salvo appunto lasciare la sua leggerezza che “ogni tanto appare e fa un salto nell’aria”. È probabilmente da qui che Chicca Gagliardo prende spunto per la sua opera successiva: Il Poeta dell’aria. Romanzo in 33 lezioni di volo, uscito nel 2014 per le edizioni Hacca. Che prima poi leggerò, ne sono certo.

Un’ultima nota. Chicca Gagliardo, fra le altre cose, gestisce un blog dedicato ai libri, da un po’ di tempo a questa parte diventato blog collettivo: Ho un libro in testa. È leggero come la sua scrittura, merita farci “un salto”.

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