Intellettuali declassati

25 febbraio 2016
Pubblicato da

di Andrea Amoroso
Gli intellettuali, l’impegno e la fine delle utopie

Pubblichiamo un estratto del saggio contenuto ne Le nuove forme dell’impegno letterario in Italia, a cura di Federica Lorenzi e Lia Perrone (Giorgio Pozzi Editore, 2015)

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.
Sandro Penna

La letteratura non è un mestiere, è una maledizione.
Thomas Mann, Tonio Kröger

 

Intellettuali declassati

Quello della fine dell’”intellettuale-legislatore”, per riprendere ancora la definizione di Bauman, è un mantra che in Italia va avanti non da anni, bensì da decenni. È già a metà degli anni Settanta (in un saggio poi confluito nella volume Il critico senza mestiere), che il critico Alfonso Berardinelli parla di  prendere atto di una

avvenuta dissoluzione di un corpo ideologico al cui interno sono state vissute quasi tutte le vicende italiane degli ultimi trent’anni [nei quali] poesia e letteratura sembrano, inoltre, aver perduto del tutto il loro carattere di relativa e simbolica centralità all’interno del sistema culturale. [1]

Quando Berardinelli scrive queste righe siamo nel 1975; poco più di un decennio dopo Zygmunt Bauman conierà la sua fortunata e abusata definizione, efficace certamente dal punto di vista comunicativo ma non altrettanto convincente dal punto di vista concettuale. Partendo dalla registrazione di alcuni cambiamenti fondamentali che segnano il passaggio fra modernità e postmodernità, il sociologo polacco non riesce a evitare le trappole di alcune generalizzazioni. Infatti, quando definisce l’”intellettuale-legislatore” come colui che assolveva alla  «funzione collettiva di generare e promuovere i valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato ai suoi sudditi» [2], egli compie una forzatura che tralascia e mette tra parentesi troppi fattori.
In che cosa Sartre, che ha rifiutato ogni tipo di riconoscimento pubblico, avrebbe legiferato? Se – come il filosofo francese ha affermato, «lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli» – come può questo conciliarsi con la funzione di promuovere e istituzionalizzare valori e pratiche che il potere statuale avrebbe il compito di imporre? Può essere un rapporto di ingiunzione e repressione ciò che presiede alla condivisione di principi? Senza entrare nei meandri di una discussione di carattere generale che ci porterebbe troppo lontano, proviamo a fare qualche esempio.

L’impegno di Sartre e Camus in Francia a partire dal secondo dopoguerra non pare abbia impedito al gollismo di rimanere al potere per un venticinquennio, così come in Italia l’impegno di Fortini e Pasolini non ha impedito che la compagine democristiana regnasse incontrastata per quarant’anni. Se questi intellettuali hanno avuto una funzione, è stata soprattutto ed essenzialmente quella di fornire una visione alternativa al potere vigente, contrastando quest’ultimo con i mezzi dell’opposizione e della critica costante; mai si è trattato di suonare la carica per dare al potere una giustificazione storica o un abito nuovo.
Ed è singolare che da quarant’anni, volendo datare con molta generosità al 1975 la nascita del mantra della fine dell’impegno (più di un vagito non trascurabile si era fatto sentire anche prima), non si faccia altro che interrogarsi sulla fine di un engagement che nella sua forma più propria sarebbe durato, volendo essere larghi di manica, un trentennio (1945-1975). È ovvio che non si tratta qui di mettere dei paletti cronologici, bensì di segnalare una sorta di coazione alla lamentazione funebre che dura da quasi mezzo secolo.
Alla fine, preso atto che il defunto è ormai senza speranza, ciò che rimaneva non era altro che la creazione un golem che avesse le sembianze del primo e incidergli sulla fronte la dicitura “nuovo impegno”.

Proviamo a prendere in considerazione due casi che appaiono esemplari di un certo modo di intendere l’impegno (e giocoforza indicativi anche di un certo modo di intendere la letteratura) in Italia negli ultimi anni; parliamo di due veri e propri “casi” che hanno interessato il panorama letterario e che hanno suscitato molto dibattito all’interno degli ambienti intellettuali, ossia il caso Saviano e il caso Wu Ming.
Sarebbe troppo lungo in questa sede ripercorrere le vicende del fortunatissimo romanzo (romanzo di docu-fiction si legge sul sito dell’autore) di Roberto Saviano, per cui cercheremo – in attesa di sviluppare altrove un discorso maggiormente articolato – di fare qualche considerazione intorno alla ricezione dell’opera e alla figura dell’autore.
Per quanto concerne la ricezione è sotto gli occhi di tutti (anche dei non addetti ai lavori) che il contenuto del libro ha avuto un’importanza fondamentale nel decretare il successo dell’opera. Ma non si tratta solo di contenuto, quanto di vera e propria strategia di costruzione e strutturazione dell’opera stessa. È infatti notorio che di libri intorno alla nascita, alle vicende, gli affari e gli orrori della criminalità organizzata (siano essi stati romanzi, inchieste giornalistiche, libri-intervista, saggi di stampo sociologico, saggi storici, etc.) se ne scrivono ormai da decenni; nessuno però, aveva mai avuto l’eco mediatica del libro di Saviano. Libro che – attraverso un paio di elementi distintivi rispetto alla produzione precedente – ottiene una risposta inaspettata di critica e di pubblico. Quali sono questi elementi? Innanzi tutto, la strategia, come dicevamo: il libro di Saviano, infatti, da un lato si presenta come opera testimoniale attraverso la quale l’autore mette a parte il lettore intorno a ciò che conosce e ‘ha visto con i propri occhi’; dall’altro mette in scena il tutto attraverso un linguaggio ipermetaforico che gli dà superficialmente una confortevole patina romanzesca che il pubblico riconosce immediatamente e agevolmente apprezza.
Da una parte, quindi, l’istanza veritativa garantita dall’”io c’ero” dell’autore, affiancata sapientemente in seconda battuta dalla ricerca consapevole di ganci melodrammatici sui quali far valere la verve feuillettonistica della propria scrittura.
Ma di che carattere sono state le critiche (positive e negative che fossero) intorno alle quali per un po’ di tempo si è affaticata gran parte dell’intellighenzia italiana? Per la maggior parte di stampo sociologico; giustamente, laddove Saviano si proponeva in quanto testimone, è sembrato eticamente rilevante e di non poco momento cercare di stabilire se davvero vi fossero i requisiti minimi di credibilità. Il caso di Annalisa Durante è stato esemplare in questo, scatenando un ampio dibattito intorno all’opportunità o meno di modificare a discrezione dell’autore i dati di realtà per rendere la stessa più romanzesca e, in fin dei conti, appetibile. In altri casi non ci sarebbe nulla di male, il genere della docu-fiction non è invenzione di questi giorni e già un certo tipo di inchiesta e reportage ne ha fatto largo uso (si prenda il caso assai noto del New Journalism, dicitura coniata da Tom Wolfe nel lontano 1973); tuttavia, due considerazioni risultano d’obbligo: nel caso in cui il patto narrativo sottinteso dall’autore sia fondato sull’assunto ‘eccovi la realtà così com’è’, ogni modifica surrettizia può essere ragionevolmente letta come un tradimento di tale patto. In secondo luogo, e da un punto di vista più prettamente critico che sociologico, in che cosa è consistita questa modifica del dato reale? Precisamente in questo: in un consapevole e furbo avvicinamento verso uno stereotipo dei più frusti e banali. La protagonista della tragica vicenda [3], Annalisa Durante, viene infatti dipinta come una sorta di copia (in piccolo) del cliché femminile propagandato dalla televisione e dai media dei nostri anni:

Indossava un vestitino bello e suadente. Aderiva al suo corpo teso e tonico, già abbronzato. (…) Le ragazze dei quartieri popolari di Napoli a quattordici anni sembrano donne già vissute. I volti sono abbondantemente dipinti, i seni sono mutati in turgidissimi meloncini dai push-up, portano stivali appuntiti con tacchi che mettono a repentaglio l’incolumità delle caviglie. Devono essere equilibriste provette per reggere il vertiginoso camminare sul basalto, pietra lavica che riveste le strade di Napoli, da sempre nemico d’ogni scarpa femminile. Annalisa era bella. Parecchio bella. Con l’amica e una cugina stava ascoltando musica, tutte e tre lanciavano sguardi ai ragazzetti che passavano sui motorini, impennando, sgommando, impegnandosi in gincane rischiosissime tra auto e persone. È un gioco al corteggiamento. Atavico, sempre identico. [4]

La pruriginosa descrizione di ragazze poco più che bambine è evidentemente ricalcata sull’esempio di tante, tantissime ragazzine dei quartieri più popolari del Mezzogiorno italiano; tante, tantissime piccole imitatrici di donna che guardano con ingenua ammirazione alle starlette televisive e alle troniste di Maria De Filippi; ma, appunto, sono tante, non tutte [5]. Imporre a una persona reale, realmente vissuta e deceduta il vestitino del cliché ha forse più a che fare con l’appeal mediatico che con reali esigenze tanto di documentazione che di fascino romanzesco.
E qui veniamo al punto: la ricezione critica (e non solo) del libro di Saviano si è basata su argomenti quasi strettamente sociologico, lasciando intentato qualsiasi tipo di analisi o giudizio di carattere estetico. Come se di fronte alla realtà (presunta) dei fatti (integrati dalla finzione) a niente più valga l’acribia critica, il critico scompare di fronte al crudo reale, i metodi si fanno da parte, lo stile è nulla, l’uomo (l’eroe) è tutto.
Ma tutto può essere, da vivo (ma diremmo anche da morto), un intellettuale tranne che un eroe: l’eroe appartiene alla Patria, è oggetto di consenso diffuso, catalizzatore di ideali e non più propugnatore di idee. L’intellettuale che diventasse eroe non avrebbe più senso di essere, non scandalizzerebbe, non dividerebbe, non sorprenderebbe, non sarebbe scomodo e – in ultima analisi, non creerebbe dibattito. Cavalcare il paradosso, l’aporia, la sineciosi, la forza di un intellettuale come Pasolini non sta forse in questo? Il discorso di Saviano contro la mafia è – giocoforza – ampiamente condivisibile, totalmente condivisibile. È certo meritorio fare inchiesta, sporcarsi le mani e rivelare le realtà più bieche della malavita organizzata; ma è, appunto, inchiesta, lavoro giornalistico, reportage. Altra cosa è essere impopolari, provocare, creare il dubbio a partire da posizioni quasi insostenibili; creare il dubbio a partire da posizioni contro le quali è ragionevole che si schieri il comune buonsenso. Non erano in tal modo irragionevoli le posizioni di Pasolini contro l’aborto, il divorzio, la scuola dell’obbligo, la televisione? Ed esser corsari e luterani non vuol dire appunto avere il coraggio e la forza (d’animo e di stile) di sedere dalla parte del torto?
Un altro caso italiano degli ultimi anni è costituito dal collettivo Wu Ming, che accanto al lavoro più specificamente letterario, affianca encomiabilmente un’attività instancabile di analisi intorno alla più stringente attualità. Dal celebre caso Battisti quello dei due marò arrestati per aver ucciso due pescatori indiani, dalle dinamiche dell’editoria italiana alle guerre mediorientali, al terrorismo, l’elenco potrebbe essere lunghissimo. Gli articoli intorno a tali temi spinosissimi si distinguono quasi sempre per chiarezza delle argomentazioni, completezza delle informazioni fornite a supporto, attenzione maniacale per il dato oggettivo e documentabile. Ovviamente, alla luce di tutti questi elementi, le conclusioni intorno alla vicenda oggetto di analisi sono nette e definite. In questo caso, allora, che cosa manca al collettivo Wu Ming per essere pienamente all’interno del recinto rassicurante dell’impegno? La risposta è la più banale delle risposte: il progetto. All’interno della sfera del moderno, ciò che contraddistingue gli scrittori impegnati è la ricerca di un altrove, di una proposta per il futuro che spezzi le catene dello status quo,  un’utopia rivoluzionaria, di opposizione radicale e inconciliabile con le forze regressive del capitale, dell’imperialismo, del consumo, etc.
Oggi questa proposta è letteralmente impossibile, la società postmoderna (o ipermoderna, o della mutazione – e ci fermiamo qui con le definizioni possibili) non lascia spazi di immaginazione di una società di altro tipo. Come scrive Jean-Luc Nancy, la contemporaneità è dominata dalla perdita di senso.

Non c’è più un senso per l’espressione “senso del mondo”; quel che ciascuna di queste parole – e il loro sintagma – significa, è preso in una presa a tenaglia ormai omotetica a una  ”mondializzazione” che non lascia più un “fuori” e di conseguenza neanche un “dentro” –, né su questa terra,  né al di fuori di essa, né in questo universo né al di fuori di esso. Più nessun “fuori” in rapporto al quale il senso potrebbe determinarsi.[6]

Non solo un’alternativa all’esistente non si dà, ma diventa così impossibile addirittura pensarla, ancor prima di proporla a un’eventuale classe di riferimento (che peraltro non c’è più, quanto meno nei termini novecenteschi). Dal generale teorico scendendo verso il particolare spicciolo, basta dare un’occhiata alle apparizioni televisive dei cosiddetti intellettuali: quando parlano del singolo problema (legge finanziaria, occupazione, salari, politiche produttive) sono surclassati – quando non palesemente derisi – dai tecnici e dai tecnicismi, apparendo come nel migliore dei casi degli incompetenti, nel peggiore dei completi stralunati.
Nei prodotti più d’élite, altresì, il discorso intorno alla contemporaneità viene egemonizzato dai teorici delle moltitudini, dai maître à penser della postmodernità e del postumano, dai cosiddetti popfilosofi (spesso con proposte suggestive, altre volte con esiti alquanto deludenti).
Tuttavia, dalla parte degli scrittori, esiste un’arma micidiale spesso piegata ad ancella della propaganda: la letteratura. In una contemporaneità che viaggia a pieno ritmo su un binario di estetizzazione della realtà alla quale si accompagna – paradossalmente – il parossistico consumo dell’oggetto estetizzato, quale macchina complessa più adeguata della letteratura per scardinare la dinamica feticizzazione-obsolescenza che spesso coinvolge finanche le teorie filosofiche e di interpretazione dell’esistente? Durare in quanto Altrove, al di là del qui e ora, al di là della ‘fruibilità etica’ dell’attimo presente [7] questo è da sempre richiesto alla letteratura, cosicché l’unico compito che le si imponga sarà quello di

far giocare i segni, porli in una macchineria di linguaggio i cui congegni a scatto e i cui fermi di sicurezza sono saltati, in altre parole è di istituire, proprio all’interno della lingua servile, una vera eteronimia delle cose.[8]

Diffondere il plurale, essere barbara, straniera nella propria lingua, come direbbe Deleuze, distinguersi nel magma del reale attraverso gli strumenti che le sono propri, ecco allora che la letteratura può tornare a essere non centrale, ma periferica quanto basta per mostrare i limiti del nostro mondo.

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  1. A. BERARDINELLI, Il critico senza mestiere: scritti sulla letteratura oggi, Milano, Il Saggiatore, 1983, p. 41.
  2. Z. BAUMAN, La decadenza degli intellettuali, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 145.
  3. Annalisa Durante è stata uccisa il 27 marzo 2004, all’età di 14 anni, nel quartiere di Forcella durante un agguato ai danni di Salvatore Giuliano, esponente dell’omonimo clan. Rispondendo al fuoco dei sicari, Giuliano colpisce la ragazza, che morirà poco dopo il ricovero in ospedale.
  4. R. SAVIANO, Gomorra, Milano, Mondadori, 2006, p. 168.
  5. La giornalista Matilde Andolfo, autrice nel 2005 di una rielaborazione del diari di Annalisa (Il diario di AnnalisaTullio Pironti, 2005), dichiara in un’intervista del 2008: «Nella parte del libro che riguarda l’omicidio Durante» ci spiega al telefono «Saviano riferisce dei fatti che sono inventati di sana pianta e definisce la ragazza in maniera tale che l’immagine che ne risulta è denigratoria. Lui vuole fare di Annalisa un simbolo di Forcella e il ritratto che ne riporta, dalle piccole alle grandi cose, è falso. A partire dalla descrizione dei vestiti e del fisico della ragazza. Annalisa era paffutella, senza ombra di trucco. Era ancora una bambina. Quella sera, in realtà, aveva un paio di jeans con tasche gialle, una t-shirt nera e un paio di Nike Silver dorate. Era scesa per pagare delle pizze vicino a casa. Se Saviano avesse letto le carte del processo lo saprebbe. Quegli abiti sono ancora ammassati in un enorme sacco della spazzatura nascosto in casa della zia. Da allora nessuno ha mai avuto il coraggio di riaprirlo» (http://lnx.casertasette.com/modules.php?name=News&file=article&sid=13526).
  6. Jean-Luc Nancy, Il senso del mondo, Milano, Lanfranchi editore, 1993, pp. 16-17.
  7. Scrive Cortellessa nell’editoriale a uno “Speciale Letteratura” da lui curato (novembre 2008) per lo “Specchio” della “Stampa”: «Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a Gomorra di Matteo Garrone, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di Saviano. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti».
  8. R. BARTHES, Lezione, Torino, Einaudi, 1981, p. 20.

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One Response to Intellettuali declassati

  1. Dino F. Randisi il 20 marzo 2016 alle 12:16

    Salve,
    ho letto lo stralcio e ho deciso di comprare il libro. Ritornerò sull’argomento, poiché il tema va sicuramente dibattuto!
    Grazie ad Andrea Amoroso e Francesca Fiorletta



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