Diario parigino 4. Dire Parigi.

8 marzo 2016
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[Diario parigino 1, diario parigino 2, diario parigino 3]

di Andrea Inglese

Mettiamo che per uscire dall’impasse, per chiuderli davvero questi conti, con tutte le faccende, quelle più antiche, che mi hanno portato fuori dall’Italia e dentro la Francia, ma anche quelle più recenti, che nella Francia mi hanno fatto restare, e non in un luogo pittoresco qualunque, ma nella sua capitale, o nei dintorni di essa, perché io vado e vengo dalla capitale, io passo un notevole tempo a Parigi, per il lavoro beninteso, ma anche spesso per il mio semplice arricchimento spirituale, e comunque non dormo quasi mai a Parigi, sono un pendolare, ma dovendoli davvero chiudere i conti sulle faccende, quelle relative agli spostamenti e alla scelta abitativa, che sono poi le faccende determinanti, da cui tutte le altre, sentimentali e professionali, derivano, sarebbe allora importante per i conti, e conti da pendolare ovviamente, più disincantati e duri, sarebbe essenziale non dico dedicarmi a questa cosa, ma almeno prenderne atto, di Parigi, e prenderla anche un po’ di petto, responsabilmente, che è una cosa appunto esorbitante, una città, anzi una metropoli, e non è vero che sia così familiare e maneggevole, tutti ne possono parlare facilmente, e in un giornale italiano uno può leggere “Dal nostro inviato a Parigi”, e così mettersi il cuore in pace, poi c’è gente che addirittura va in vacanza a Parigi, fa il week-end lungo a Parigi, e addirittura è piena, Parigi, di gente che abita a Parigi, c’è persino chi è nato a Parigi, in uno degli ospedali di Parigi, magari proprio all’Ospedale universitario Robert Debré, che è il più grande ospedale pediatrico di Francia, e qualcuno dunque è nato lì dentro, nell’ospedale parigino del Diciannovesimo arrondissement, e poi è andato all’asilo a Parigi, e così via, sempre perseverando, scuole elementari, medie, liceo, a Parigi, università parigina, una qualsiasi, ce ne sono parecchie, e poi si è messo a lavorare a Parigi, prendendo in affitto un appartamento da solo o in coppia, e dalla nascita fino all’età attuale, magari già avanzata, questa persona è di Parigi, ma dev’essere chiaro che questo non basta, certo si può dire di lui che è davvero un parigino di razza, purosangue, autentico, un nativo parigino come non ce ne sono quasi, e tutta la sfilza di onorificenze del parigino soltanto arianamente parigino, eppure lui, o lei, non per questo sono davvero in grado di sormontare, di assimilare, di manovrare la nozione “Parigi”, il grappolo di descrizioni, avrebbero detto dei filosofi analitici, dei flemmatici filosofi anglosassoni, perché quello è alla fine, e non tanto un grappolo, ma una sorta di montagna, un cumulo disordinato e intrecciato di descrizioni. Che cos’è Parigi? Noi tutti vorremmo saperlo.

Io in modo particolare, che anche non ho mai saputo, e in modo davvero inequivoco, pormi di fronte a Parigi, nelle mie scelte concrete, non parlo qui di atteggiamenti, di posture mentali, dico nei fatti, nelle decisioni che determinano una parabola biografica, la linea di fuga almeno di un destino, io non ho mai saputo pormi con sufficiente chiarezza, o dentro o fuori, o con me o contro di me, invece una gran quantità di abbozzi, di tentativi, un unico, vago, inesauribile tentennamento, che mi chiedo quando e come si concluderà. Proprio per questo io non ce l’ho mai così certa, così dura, anelastica, orizzontale, inerte sotto i piedi, Parigi, anche quando ci cammino attraverso, nelle viette o nei boulevards. Ma è anche forse una pretesa bizzarra, esosa, quella che una città debba essere il suolo cittadino dove si cammina, una città identificata con la sua figura orizzontale, viaria, con la superficie asfaltata. Già qui, magari, si annida un errore. Può bastare la crosta d’asfalto, la semplice misurazione chilometrica della superficie, come se una città fosse una piastrella, una frittata, qualcosa di schiacciato, senza volume, pieghe, vuoti, dimensioni sfuggenti e misteriose?

È chiaro che non bisogna lasciarsi ingannare dalla facilità apparente con cui non solo si dice “Parigi”, dal momento che le cose si dicono, tutte le parole, tutto il detto umano, è così, detto un po’ per caso, di traverso, soprapensiero, generosamente e coraggiosamente superficiale, non si può mai dire qualcosa, non si può aprire bocca, che nella leggerezza, anche quando si sta introducendo una lunga, documentata, meditazione sulla morte dell’universo. Ma c’è troppa facilità anche nel pensare, nel considerare, in una sorta di “a parte” teatrale, a bocca chiusa, non pronunciando un bel niente, anche quando del tutto afoni, e avendo una pausa rilassante durante la giornata, una bella pausa di relax, anche in questo caso, con un po’ più di energia, di rigore, uno dovrebbe pensare “Parigi” in modo meno provvisorio, meno abborracciato, e invece no, anche nel dialogo intimo, così importante per la crescita spirituale di un individuo, uno dice “Parigi” con la stessa disinvoltura con cui direbbe “padella” o “stringa slacciata”. E questo non va tanto bene, almeno per me, sento che per me, con tutte le questioni in sospeso relative a Parigi, dire Parigi così, e pensare Parigi così, come penso “stringa” o “padella” non è foriero di buone cose, di miglioramenti, di serenità.

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[Questo testo, in una versione un po’ diversa, è uscito su Focus in.]

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