Educazione sentimentale 2: Lo hobbit

12 marzo 2016
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Ho letto Lo Hobbit quando andavo per i dodici anni. Probabilmente, in senso letterale, non era il primo libro che leggevo, ma è stato il primo che ho voluto leggere grazie  ai racconti entusiastici del mio amico Raffaele: fino ad allora ero un lettore accanito di fumetti ( produzioni bonelliane e supereroi). Ragazzino impacciato nelle attività sportive e ginniche, troppo alto e scoordinato, imbranato ma non asociale nella vita in comune con i pari età, arruffato, timido e disordinato, a mio attivo potevo solo vantare un certo numero di conoscenze superflue in campi poco spendibili a scuola, dove del resto ero uno studente mediocre. Non mi ricordo poi tanto bene della scuola media, ma gli aggettivi ‘discontinuo’ e ‘disordinato’ sono nel mio lessico interiore  strettamente collegati a questo periodo della mia vita scolastica.

Visto che talvolta mia madre arrivava a essere preoccupata per la mia pericolosa tendenza a fantasticare e a essere inconcludente deprecando il mio contegno distratto e abborracciato ( in definitiva a ragione), Lo Hobbit faceva proprio al caso mio perché incanalava questa mia deprecata inclinazione in una pratica, la lettura, che al contrario godeva di uno statuto di prestigio nella mia famiglia.

In realtà all’inizio ero molto scettico su Lo Hobbit la cui lettura cominciai soltanto come attestazione di amicizia nei confronti di Raffaele. Mi si deve capire: la storia di una spedizione per recuperare un tesoro sequestrato da un drago sembrava assai poca cosa, quasi il minimo sindacale, a chi, come me, era abituato ai complicati plot di Thor e i Vendicatori.  In un certo senso la lettura confermò i miei pregiudizi  perché a un figlio seppure inconsapevole della fantascienza anni settanta una banda di nani, un lungo viaggio, lupi malvagi, un personaggio che si trasforma di notte  in  orso, fuochi fatui  e addirittura il ritrovamento di un anello che rende invisibili facevano lo stesso effetto che faranno i miei soldatini di plastica a gente abituata a giocare con la playstation, come usano dire  quelli che hanno capito che il futuro è già qui. Erano insomma la misura classica di questo racconto, nel senso  di un limite di sobrietà alla proliferazione  dell’eccesso fantastico, e il suo appartenere naturalmente al terreno dell’epica che mi infastidivano.

Ciò che invece mi piacque fin da subito furono gli anelli di fumo delle pipe, sebbene non fumassi, e i nomi e le genealogie dei nani.  I nani e Gandalf facevano lunghe gare a fare anelli di fumo dalle forme affascinanti che erano nel romanzo uno spettacolo in sé, anche perché prima di allora non mi ero mai posto il problema se un  eroe di un’avventura fumasse o meno; ora che ci penso, anche la descrizione delle prelibatezze alimentari e dei banchetti imbanditi dallo hobbit e da altri personaggi mi colpì; scoprii che esisteva una bevanda che si chiamava idromele e rischiai perfino di cambiare opinione sul miele, che non mi era mai piaciuto, a causa dell’evidente godimento con cui Tolkien descriveva tutti questi cibi. Scoprii che il consumo del cibo rimandava a una cosa che in seguito avrei saputo essere chiamata convivialità, ma la cui importanza per il buon vivere avevo già compreso. Il fatto curioso è che tutti questi dettagli, pur non cambiando la storia, che restava morfologicamente povera ai miei occhi, allo stesso tempo la rendevano inconfondibile e diversa. Ne avrei avuto la controprova negli anni successivi quando, affrontando altre opere fantasy, me ne sarei ritratto con l’impressione che erano noiose perché mancava qualcosa e  ciò che mancava non era certo una trama complessa e avvincente.

Anche i personaggi erano caratterizzati da strane sfumature  che contribuivano a rendere la storia dello Hobbit più imprevedibile di quelle ricche di colpi di scena. Prendiamo per esempio Bilbo Baggins, che, presentato chiaramente all’inizio come un pantofolaio poco propenso all’avventura, si dimostra improvvisamente e involontariamente coraggioso e nel contempo rimane fedele alle sue singolari manie, che spesso si manifestano nei momenti topici dell’azione;  un altro esempio può essere  Thorin Scudodiquercia, il capo della spedizione che svela progressivamente la sua titanica avidità per la quale è disposto a scatenare una guerra contro gli altri popoli buoni nella totale costernazione dei suoi compagni e nell’ira crescente degli altri sovrani, che in fondo non sono migliori di lui ( specie il re degli Elfi). Con il senno di poi, posso affermare che a dimensioni infinitesimali, e perciò comprensibili per me dodicenne, avevo colto ciò che a dimensioni macroscopiche si può cogliere nell’Eneide. Il grande poema di Roma, così dipendente nella materia dal ciclo omerico e dai risvolti ideologici tanto ambigui, raggiunge la sua verità nel dettaglio poetico, narratologico o psicologico della rappresentazione dei temi e degli episodi ereditati dalla tradizione. Anche se non lo sapevo, avevo imparato che non è la storia a contare, ma il modo di raccontarla. Allora, naturalmente, non sarei stato in grado di formulare questo principio, ma ciò non impedì che smettessi  con i supereroi, che avevano perso ogni sapore per me,  e andassi avanti con Il signore degli anelli e con il Silmarillion.

Dopo due o tre anni mi trovai a leggere La vita agra, che, si converrà, è quanto di più lontano ci sia da Lo Hobbit. Del resto le motivazioni che mi avevano spinto a leggere il romanzo di Bianciardi non erano particolarmente illuminate: avevo visto in televisione un frammento del film che mi aveva colpito perché si svolgeva vicino al grattacielo Pirelli nella vicinanza del quale abitavo anch’io, dunque curioso di conoscere una storia che si svolgeva dalle mie parti,  quando trovai per caso il libro nella biblioteca dei miei, me lo presi. Fu una lettura proficua per me, ma senza Lo hobbit non avrei mai potuto capire perché valesse la pena di scrivere e di leggere la storia di un uomo che voleva far saltare in aria una torre e poi non era capace neanche di provarci.

Così  Lo hobbit mi ha insegnato a leggere altri libri, anche se immagino che un scrittore conservatore come Tolkien avrebbe più di una perplessità nell’apprendere a quali letture mi sono dedicato sotto la spinta propulsiva della sua fiaba, ma, essendo anche dotato di senso dell’umorismo, magari mi avrebbe perdonato. Forse come educazione sentimentale non fu un granché, forse fu piuttosto un’educazione al gusto, ma di fronte alle catastrofi quasi sempre inopinate che la realtà ci fa piombare sulla testa, l’unica utilità della letteratura è  a posteriori il saperne dire o il saperne riderne o il saperne piangere: è insomma un gusto per le cose, che talvolta ci rende più sereni e talvolta più disperati ma mai indifferenti, e del gusto è vero quello che si dice nelle réclame a proposito delle carte di credito, che non ti abbandona mai in ogni frangente della vita.

A dispetto del fatto che queste righe possano essere scambiate per un piacevole amarcord  non ho nessuna nostalgia degli anni in cui lessi Lo hobbit : furono anni orrendi, anche se probabilmente solo a causa di cose che accadevano nella mia testa e nel resto del mio corpo. Eppure nonostante Tolkien sia per me indissolubilmente legato a quegli anni, una qualsiasi citazione de Lo hobbit o de Il signore degli anelli mi mette automaticamente di buon umore. Non credo che ci possa essere manifestazione più spontanea di gratitudine da parte di un lettore per uno scrittore

 

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4 Responses to Educazione sentimentale 2: Lo hobbit

  1. daniele ventre il 13 marzo 2016 alle 01:02

    Non molto dissimili dalle sensazioni che accompagnano me quando rileggo lo stesso libro. :)

  2. Francesca il 13 marzo 2016 alle 15:49

    Lo lessi più o meno alla stessa età, ma solo perché l’acquisto del “Signore degli Anelli” era stato considerato troppo oneroso sia dal libraio che da mia madre. Mi è rimasta la sensazione che “Lo Hobbit” sia una versione economica della storia, e la mia preadolescenza una versione economica di quella altrui. Mi accorgo che quest’ultimo non è un sentimento raro.

  3. Romano A. Fiocchi il 18 marzo 2016 alle 11:32

    Con parole semplici una grande verità per chi scrive e per chi legge: “Non è la storia a contare, ma il modo di raccontarla”.
    Per quanto ricordi, il mio “hobbit” fu la trilogia salgariana del Corsa Nero. Il risultato di quella lettura fu il medesimo: l’insegnamento a leggere altri libri.
    Un pezzo davvero interessante, questo di Mascitelli.



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