Un romanzo in pochi gesti: «Canto della pianura» di Kent Haruf

24 marzo 2016
Pubblicato da

di Giacomo Verri

“La donna la guardò, prese le sigarette dalla tasca della vestaglia e poi un accendino, ne accese una e rimase sulla porta a fumare. Si grattò una caviglia nuda con le dita dell’altro piede”.

È la madre di Victoria Roubideaux a usare l’accendino, ad appoggiare una spalla allo stipite della porta – la porta del cesso – e a togliere lo sguardo dalla punta arancione della sigaretta per tirarlo più in là, verso la figlia, che sta in mutande e in maglietta bianche a vomitare dentro alla tazza. Non va ad aiutarla, non si avvicina per scostarle i capelli dalla bocca che fiotta vomito. Non lo fa, prende anzi del tempo per sé, accende da fumare, gratta mollemente una caviglia senza neppure abbassarsi. Le vediamo quelle dita che si sfregano lì sotto, per Dio, se le vediamo: vediamo esattamente quei piedi che non corrono dalla ragazza bisognosa del supporto materno. Ci restano impressi nella memoria, sono uno di quei gesti compiuti dai personaggi della letteratura che diventano incancellabili.

haruf

Victoria Roubideaux ha bisogno della sua mamma, perché ha diciassette anni e non sa come affrontare ciò che le sta accadendo. Ma sua madre fuma, la chiama “stupida puttanella” e si sfrega “una caviglia nuda con le dita dell’altro piede”. Splendido.

Era da qualche tempo che avevo in mente di provare a interpretare un romanzo a partire da pochi isolati gesti compiuti dai suoi protagonisti. Gesti seminali, gesti che possano riverberare un nucleo narrativo. Lo faccio ora con Il canto della pianura di Kent Haruf (pp. 303, euro 18, NN editore), al quale già ho dedicato qualche tempo fa una più canonica recensione. Lo faccio prendendo in esame la parabola di uno solo dei personaggi del testo, la giovane diciassettenne Victoria Roubideaux.

Quella che ho trascritto sopra è la prima e unica apparizione della madre di Victoria nelle oltre trecento pagine del romanzo. La vediamo adesso e poi non se ne sente più parlare. Mai. Eppure non la dimentichiamo, e non la dimentichiamo in virtù di quel piede strisciato alla caviglia. E non la dimentica neppure Victoria, che poi se ne va di casa, forse per sempre. Il piccolo gesto di ostentato disprezzo, di oltraggiosa indifferenza, di arrogante disapprovazione per la condotta della figlia, resta ad aleggiare come una condanna. Canto della pianura è quindi anche la storia di una ragazza indifesa che si sottrae alla sarcastica sufficienza di un alluce che gratta la caviglia. Incurante del patimento, incurante della confusione di una ragazzina di diciassette anni.

Quello della madre di Victoria è un gesto che chiude, e, come vedremo, si contrappone con un gesto finale, altrettanto semplice, che uscirà dalle mani di Victoria, e che sarà, proprio nell’ultima pagina del romanzo, un gesto che apre al futuro.

Ma torniamo indietro. C’è un gesto di chiusura contro il quale, inconsciamente, la piccola Victoria deve combattere, con alterni successi della propria coscienza. A informarci che la giovane sta faticosamente marciando sulla via del bene (e la madre su quella del male) sono altri gesti, apparentemente discosti dalla vicenda principale. Siamo nella fattoria dei fratelli McPheron, si sta facendo la cernita delle vacche gravide. Anche qui, ciò che viene fatto con le mani resta impresso a fuoco nei ricordi del lettore:

“Intanto Harold si era tolto la giacca di tela, si era infilato una vecchia felpa arancione a cui era stata tagliata una delle maniche, e si era spalmato di gel lubrificante il braccio nudo. A quel punto si portò dietro la gabbia e piegò la coda della giovenca sul dorso. Infilò una mano dentro di lei, tirò fuori lo sterco molle, caldo, verde e si spinse più in profondità, per sentire se c’era un vitello. La sua faccia, appoggiata contro il fianco dell’animale, era rivolta verso il cielo, gli occhi socchiusi per la concentrazione. Sentì la massa tonda e dura della cervice, e dietro qualcosa che stava crescendo. […] Ritrasse il braccio. Era rosso e lucido, chiazzato di muco, e rimasugli di escrementi e piccole striature di sangue. Fumava nell’aria fredda”.

Come a dire che Victoria Roubideaux per arrivare a dare alla luce una nuova vita deve fare come il braccio di Harold: passare in mezzo alla merda dell’esistenza, e al muco.

Dovrà piegarsi alle voglie di colui che l’ha messa incinta. Senza dire una parola. Con i gesti, solo con i gesti:

“Così lei dovette chinarsi su di lui, piegandosi sulla pancia. I lunghi capelli le ciondolavano davanti, li raccolse e li spostò da un lato. Lui stava disteso sulla schiena, con le gambe irrigidite e gli alluci contratti, e siccome era ubriaco a lei parve che ci mettesse un sacco di tempo. Mentre era china su di lui, Victoria smise di pensare. Non pensava a lui, non pensò neppure al bambino. Finalmente lui gemette e sussultò. Poi lei si alzò, andò in bagno, si lavò i denti, si guardò gli occhi nello specchio e si strofinò la faccia, attese e rientrò nella stanza quando lui si fu riaddormentato”.

Victoria Roubideaux non dice una parola. È il suo corpo a parlare, di nuovo, con i gesti. E assieme al suo, parla il corpo che le sta accanto. Fate attenzione, ci sono due particolari che non vanno persi. Il primo è la pancia di lei che si piega, “Così lei dovette chinarsi su di lui, piegandosi sulla pancia”. La vedete quella pancia rotonda e tesa dalla presenza di una vita dentro di lei, che si deve piegare, che deve quasi contorcersi contro natura, che cambia la linea convessa in linea spezzata (avete mai provato a piegare un uovo?), che piega ciò che non può e non dovrebbe mai essere piegato (la vita!) per compiacere quel tizio, Dwayne, che l’ha messa incinta? Io la vedo, quella pancia, e mi commuovo.

Il secondo particolare sono gli alluci di lui, “gli alluci contratti” dalla tensione, dall’eccitazione e da un piacere alla prima persona singolare che è tutto e solo del maschio e esclude la femmina. È di nuovo un gesto di chiusura, come quello della madre all’inizio del libro. Di nuovo alluci, di nuovo piedi che parlano la lingua dell’egoismo, che si ripiegano e poi cadono morti. Dopo di essi c’è il nulla.

C’è molto, invece, in un gesto impacciato di chi sta accanto a Victoria, di chi le vuole bene davvero. Si tratta dei fratelli McPheron, i due vecchi scapoloni dai capelli d’argento che allevano mucche nella loro fattoria a diciassette miglia a sudest di Holt. Dopo una vita trascorsa a contatto quasi solo con gli animali, si trovano all’improvviso ad avere in casa una ragazza diciassettenne che porta in grembo un bambino. Non possono fare altro che rassicurarla narrando vicende capitate alle loro giovenche. Ma a un certo punto, Raymond, il più giovane dei fratelli, compie un gesto splendido, che da solo dà il la al processo di risarcimento per le sofferenze patite da Victoria:

“è tutto a posto ora. Non ti preoccupare. Ora va tutto bene. Si allungò attraverso il tavolo e le diede un colpetto sul dorso della mano. Era un gesto goffo. Non sapeva come farlo”.

Ma lo fa. È un gesto goffo, ma lo fa (lui che è apparentemente un rude, volto sciupato, berretto sudicio calato sulla fronte, mani callose e sporche) e proprio perché è goffo e proprio perché lo fa diventa improvvisamente un gesto giusto. Un gesto di redenzione.

Meraviglioso. Quel gesto goffo mi fa venire in mente la nascita di una nuova vita, appunto, un bimbo che con fare impacciato, ma tenace, prova su questa terra i primi passi. A partire da lì si guarda avanti, Victoria, finalmente, guarda oltre, con serenità. Tutto si apre, la vita piglia a soffiare speranzosa sui corpi. Allora c’è un ultimo gesto minuto, quasi insignificante, ma che dice molto in virtù della sua collocazione nel testo; siamo all’ultima pagina, siamo quasi alle righe conclusive. Victoria e Maggie Jones (la professoressa che in prima battuta ha aiutato Victoria) si fanno sulla veranda della casa dei McPheron, è la fine di maggio, e adesso l’aria è serena. Finalmente la vita scorre libera, e finalmente mani leggere e scariche di preoccupazioni compiono un gesto di apertura al futuro:

“le due donne [donne! Victoria non è più una ragazza] lasciarono che la brezza soffiasse fresca sui loro volti e sbottonarono un po’ le camicette per sentirla sul petto e nelle ascelle”.

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2 Responses to Un romanzo in pochi gesti: «Canto della pianura» di Kent Haruf

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