Il racconto dello sguardo acceso. “Calabria e Piccadilly”

25 marzo 2016
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Pubblico molto volentieri questo racconto dal nuovo libro di Franco Buffoni. Da anni l’autore porta avanti in parallelo e perfetta corrispondenza all’opera poetica un lavoro narrativo dove la forza di testimonianza della parola scritta assume il valore di un diario in pubblico, un romanzo epistolare per versi e narrazioni indirizzato al lettore, approdo di una riflessione sull’io che prende coscienza di sé e del mondo, della storia e dei territori, fisici, morali, culturali, che attraversa. Se ne La casa di Via Palestro Franco Buffoni indagava il rapporto con il paese d’origine, in questa nuova raccolta il viaggio della memoria ha un respiro più ampio, spazia nel lavoro e nello studio in altre città e nazioni, tocca l’altro, come se ogni ritorno a casa, che avvenga nel tempo trascorso o nel momento attuale, non fosse che il primo movimento di una nuova partenza. Ecco che allora lo sguardo acceso del titolo indica proprio questa apertura al vasto, alle possibilità offerte dall’esperienza: dopo aver dato un corpo tangibile alla propria identità occorre aprire gli occhi, conoscere altri corpi e lingue, riconoscere l’importanza delle vicende minime, come dei cambiamenti epocali in cui queste avvengono.  Il ricordo in fondo non è che questo – portare noi stessi nel passato, parlaci, ascoltarlo, farne una sostanza viva, che sappia accendere la storia del presente. (F.M.)

di Franco Buffoni

Se Dario Fo, con il suo grammelot, porta alle estreme conseguenze la riflessione sulla traduzione come sintesi fonemica, il caso di Imma produce un risultato simile come sintesi ontologica.

Imma nasce a Roma all’inizio degli anni settanta, figlia di una coppia di immigrati calabresi, portinai (o come si dice a Roma: portieri) in un grande stabile (a Roma si dice palazzo) d’una zona alto borghese. Sprovvisti d’istruzione ma molto volonterosi, i genitori di Imma sanno conquistarsi la stima anche degli inquilini inglesi del terzo piano, una coppia senza figli, lui direttore e lei insegnante nella scuola inglese distante poche centinaia di metri.

Imma a tre anni si trova così iscritta a quella scuola, dapprima imparando alla materna canzoncine e buone maniere, poi come allieva della primaria, quindi delle medie e del liceo fino alla maturità, che supera brillantemente. E sempre frequentando anche la casa dei genitori inglesi “adottivi”. Mentre ogni estate trascorre tre mesi in Calabria a Cirò da nonna Immacolata a va al mare con gli zii.

Conobbi Imma quando si iscrisse al primo anno di università. Mi si rivolse subito nel suo inglese perfetto, dall’intonazione leggermente ironica (che mesi dopo ebbi modo di riconoscere – identica – nella madre “adottiva”). Imma – due grandi occhi neri ardenti, capelli fluenti corvini e intercalari lievemente cockney nei momenti di pausa – era talmente più “avanti” rispetto ai compagni di corso che subito le affidai delle mansioni organizzative relative ai seminari.

Per qualche settimana non me ne resi conto: tutto cambiò la mattina in cui entrai in aula prima del previsto. Imma era seduta sulla cattedra a gambe divaricate e stava impartendo ordini sguaiati in… italiano? No, non era italiano quel miscuglio di calabro-romanesco che usciva dalla bocca di quel tomboy… persino le sue labbra assumevano un disegno che non le conoscevo. Come si accorse di me, si ricompose, le labbra ridivennero quiete, l’inglese riprese il sopravvento e l’intonazione tornò ad essere quella consueta, leggermente ironica…

Io restai impietrito. Dai colleghi poi seppi delle difficoltà di Imma in storia e letteratura italiana, e degli sforzi tremendi che doveva compiere per pronunciare la seconda lingua straniera, il tedesco.

Passarono i semestri: Imma si era molto affezionata a me, e io cercavo ogni occasione per farla parlare… in italiano. Correggendole pronuncia e intonazione e dandole da leggere romanzi italiani ben scritti, e poi chiedendole di riassumerli, sia per iscritto sia oralmente. All’inizio fu un vero disastro, ma Imma era (ed è) molto tenace e piano piano imparò a cavarsela. Si laureò e poi si legò sentimentalmente e andò a vivere con un’insegnante inglese della mitica scuola in cui si era formata, e dove anche lei era stata assunta.

Una sera le due giovani signore mi invitarono a cena. Menù vegano molto british, intonazione sobriamente ironica e controllatissima in entrambe. “E in Calabria ci andate?”. “E i tuoi genitori come hanno preso la vostra unione?”. Risposte evasive, molto eleganti, leggermente prive di contenuto…

Il giorno dopo Imma mi telefona, ha bisogno di parlarmi. Viene a casa mia. E finalmente si sfoga. Da donna intelligente quale è, Imma si rende perfettamente conto dello stato di scissione in cui vive. “Sugli stessi argomenti”, mi confessa, “io PENSO in modo diverso a seconda che ne parli in italiano o in inglese”.

“Non è una questione di traduzione o di lingua. Ma della mentalità al cui interno mi sono formata”.

“Se avessi frequentato il liceo italiano, probabilmente sarei riuscita ad amalgamare i due…”, si blocca, mi guarda con le lacrime agli occhi, “i due cast of mind, quello dei miei genitori e di nonna Immacolata da una parte (per me l’italiano è quello) e quello inglese dall’altro. Così vivo con Jane e con lei mi nutro vegana, insegno a scuola e andiamo in Inghilterra dai suoi… Ma quando torno a Roma o addirittura in Calabria, dopo due giorni a morseddhu e sagne chine, non riuscirei mai a dire in italiano we’re a lesbian couple, e Jane torna ad essere soltanto la mia amica”.

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One Response to Il racconto dello sguardo acceso. “Calabria e Piccadilly”

  1. carlo carlucci il 25 marzo 2016 alle 13:45

    Pensare in modo diverso dalla mentalita’ in cui mi sono formata….E’ quasi oggi una legge universale….La rivoluzione di Steve Job….Volenti&nolenti ci siamo dentro fino al collo…



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