Voci su Majorino

28 marzo 2016
Pubblicato da

A cura di Laura Di Corcia

 

[Questi due dialoghi con Biagio Cepollaro e Andrea Inglese sono tratti da Giancarlo Majorino – Laura Di Corcia, Vita quasi vera di Giancarlo Majorino, La vita felice, 2014]

 

 Incontro con Biagio Cepollaro

 

Che ruolo ha avuto Giancarlo Majorino per i giovani poeti, in cerca di una guida, di un punto di riferimento? Per coloro che hanno un’idea forte di intellettuale, ancorato alla realtà e capace, col suo lavoro, di modificarla, in un senso etico? L’incontro con Biagio Cepollaro, poeta ed esponente del Gruppo 93, è fondamentale per capire un’epoca, quella degli anni Ottanta, e l’importanza della presenza di un poeta come lui a Milano.

 

Iniziamo dal tuo incontro con Majorino

 

Sono arrivato a Milano nell’ 86 e subito mi sono diretto da lui perché tra i poeti milanesi, che all’epoca erano principalmente, oltre a Majorino, appunto, Raboni, Porta e Cucchi, era quello con l’atteggiamento più aperto all’incontro e all’ascolto dei giovani. La cosa mi stupì molto, allora: mi dedicava due ore intere, ogni due settimane, per discutere dei miei testi. Certo, non era un rapporto a senso unico: io stesso ero interessato ai suoi versi.

 

Cosa ti colpiva delle sue opere?

 

Bisogna inquadrare bene l’epoca. Alla fine degli anni Ottanta, in Italia, il clima intellettuale era fortemente influenzato dal craxismo, che dava attenzione all’apparenza, alla patina, un’atmosfera che io ho chiamato di estetizzazione generale. Lì nasceva un tipo di poesia di riflusso, privata, decorativa e narcisistica: basti pensare all’antologia La parola innamorata, a cura di Enzo di Mauro e Giancarlo Pontiggia, pubblicata da Feltrinelli nel 1979, con un’introduzione delirante. Chi poteva porsi come portatore di un messaggio diverso? Coloro che avevano vissuto la stagione del realismo, quindi Majorino e Pagliarani, o anche quelli che nutrivano la loro poesia con la filosofia, come Leonetti. Nell’89 La poesia italiana della contraddizione, in polemica con quell’altra, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta, in contemporanea con “Milano poesia” dell’89 da cui venne fuori il gruppo 93, andava in tutt’altra direzione, cercava di coniugare la lettura critica, spesso marxista, alla funzione intellettuale.

 

E Majorino poteva essere un esempio da seguire.

 

Per me rappresentò l’aggancio alle cose, oltre che una sorta di richiamo alla realtà tridimensionale per tutte le esplorazioni linguistiche che si potevano condurre. Gli piacquero molto i miei testi, al punto da inserirli in Poesie e realtà (ero il poeta più giovane, insieme a Patrizia Valduga). Mi ha coinvolto in parecchie esperienze, per esempio nell’elaborazione della rivista «Manocomete», e insieme abbiamo realizzato “Mondo giovani” e “Mondo poesia”: Gianni Sassi, di Milano Poesia mi diede questa opportunità e io chiamai lui, avevo solo 33 anni. Eravamo al Piccolo teatro, in una sala che poteva ospitare al massimo mille persone: durò due anni e ospitammo moltissimi poeti, tutti diversi tra di loro, senza dimenticare i giovani. Insieme abbiamo anche realizzato un’antologia, con una ventina di voci.

 

Si può dire che è stata una guida importante, per te e per la tua scrittura?

 

Sotto il profilo poetico, mi interessava perché provava a usare un linguaggio sperimentale per realizzare il suo realismo, ed era la stessa cosa che faceva Pagliarani. Abbeverarmi a queste fonti mi ha permesso di andare oltre i limiti che avevano imbrigliato l’esperienza della Neoavanguardia. Mi ha donato un insegnamento importantissimo, durante i nostri lunghi colloqui, aiutandomi a capire come la corporazione dei poeti compensasse la mancanza di denaro che circola in poesia: tutti si pagano con un’altra moneta di scambio, forse più subdola, il narcisismo. Mi ha fatto anche ragionare sul fatto che la corporazione poteva essere anche introiettata, nel momento in cui si scrive in un certo modo per compiacere i critici, in maniera tale da rimanere nel sistema.

 

Una delle cose che si rimprovera spesso ai poeti è di scrivere per altri poeti, di non parlare alla gente.

 

Il fatto che non esista pubblico rende in effetti tutto autoreferenziale. Questo discorso non riguarda solo la letteratura, ma tutta la società. Oggigiorno la tesi di Debord è superata: la società non è reale, non esiste. È tutto polverizzato dalla rete. E il gioco della letteratura all’interno della società è sempre più evanescente: se prima, all’epoca di Vittorini i poeti non contavano nulla, e litigavano col Partito comunista, ora non conta più nemmeno la politica, è ridotta a clown.

 

La poesia può fare qualcosa contro questo degrado?

 

Lui, come Pagliarani, Leonetti, e prima Pasolini, e Fortini (anche Volponi: era uno che metteva insieme la passione di vivere, dionisiaca, indecente, con la razionalità utopistica – aveva fiducia nell’industria, nel progresso) avrebbero voluto far crescere tutta la società. Per loro la poesia era lo strumento di emancipazione politica, sociale e morale. Io non credo più in questo, nemmeno in un livello medio di civilizzazione, di acculturamento. La società si sta feudalizzando, bisogna sperare che sopravvivano alcune enclave di dignità. Quindi, il mio bilancio è pessimista: la poesia serve a chi la fa e anche a qualche amico.

 

Questa non è la linea di Majorino, però.

 

Lo so, ed è importante che la sua esperienza e in generale quella della sua generazione, che aveva gli occhi aperti sulle cose, non vada perduta: perché non c’è un altro modo dell’intelligenza, non c’è un altro modo di essere vigili.

 

Modo che emerge in tutte le opere, ma soprattutto nel Viaggio in presenza del tempo.

 

Quello di scrivere un poema era un sogno che non apparteneva solo a lui, ma anche a Pagliarani, al punto che credo fosse una necessità generazionale. Solo che nel caso di Majorino esso ha una matrice più dantesca, mentre in Pagliarani la spinta propulsiva era più teatrale-saggistica, quasi brechtiana.

 

Mi interessa molto un confronto Majorino-Pagliarani.

 

Lo sforzo di Majorino è sempre stato teso a tenere insieme le ragioni della poesia lirica con quelle della poesia epica. Mischiare un uso tradizionale dello strumento linguistico e un uso sperimentale dello stesso non è una passeggiata, è un percorso complesso e ha creato delle complicazioni, nel senso che i suoi libri potevano oscillare da una parte all’altra. Vi troviamo, unite insieme, immagini che hanno a che fare con la natura e altre legate al vivere metropolitano, e questo può essere una forza, ma anche una debolezza. Per Pagliarani la sperimentazione significava un uso libero dei materiali linguistici, prediligeva il montaggio di interi blocchi tematici, mentre Majorino tende a focalizzarsi sulla singola parola, risultando più microlinguistico che macrolinguistico: in questo senso è più vicino a Zanzotto, ma se per Zanzotto il motore è l’inconscio, per Majorino il motore è il mondo là fuori, la realtà, anche se avvicinata dal suo interno.

 

Tu hai conosciuto entrambi ed entrambi per te sono stato un esempio da seguire. Se dovessi paragonarli?

 

Pagliarani era un orso, umorale, molto tenero, ma anche selvaggio, mentre Majorino ha un’indole  molto milanese, è un signore educato, affabile, riesce a parlare con tutti. Pagliarani, per dire, non riusciva a parlare nemmeno con se stesso: se ne stava più in disparte, mentre Majorino ha sempre promosso molte cose e collegato le persone.

 

Ancora adesso si sente che tra voi c’è un legame molto forte, anche da un punto di vista affettivo.

 

Per me è stato come un padre. È stato presente sempre, anche durante i periodi più difficili. Ricordo che lo chiamai un po’ prima di separarmi, confessandogli di aver bisogno di trovare un secondo lavoro, di avere problemi economici. E lui mi mandò a fare le lezioni a una scuola privata. Ha avuto diversi problemi, durante la sua esistenza, e quindi è consapevole della concretezza della vita. Che non è fatta solo di poesia e di speculazioni teoriche, ma anche di mettere il cibo in tavola e queste cose qui.

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Incontro con Andrea Inglese

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Non hai confinato la tua mente al frammento,
al pezzo separato, al detrito d’immagine
posto come campo assoluto, sommario
di mondo.
...........Vedi che la pietra
apparente del reale, la città nostra,
filmata, contiene una segreta lotta
di viventi, fatiche per stringere l’entrata 
della luce, ferimenti per aprire…
 
E il monumento del visibile: il morente
chiamato al microfono, tirato in piedi
sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata,
è tagliato via dai suoi torturatori,
apparsi altrove, in altre ore, dentro camicie
fresche di lavaggio e stiratura,
usando penne su fogli e non uncini
su carni disarmate.
 .

Con questa poesia Andrea Inglese, nella Distrazione, rende omaggio a uno dei suoi padri putativi, nella poesia, Giancarlo Majorino, cui si è ispirato non tanto o non solo per l’elaborazione dei testi, ma soprattutto per la vitalità nell’affrontare le cose del mondo e quelle letterarie. Incontrato quasi subito, a inizio carriera, per il tramite di Giuseppe Genna, Inglese ha trovato nel nostro un punto di riferimento, attento e interessato alla lettura dei suoi testi. È stato Majorino a firmare la prefazione della sua prima pubblicazione, all’interno del sesto “Quaderno italiano” curato da Franco Buffoni. “E lui non è uno di quelli che ha scritto tremila introduzioni”, specifica Inglese. Da lì è nato un solido rapporto di amicizia e collaborazione.

 

A quell’altezza, avevi già letto e apprezzavi le sue cose?

 

Sì, lo conoscevo già, perché dopo i 20 anni ho iniziato a leggere molta poesia: uno dei primi libri che ho letto è Equilibrio in pezzi. Appena stabilito il contatto, si è accostato ai miei scritti e mi ha molto incoraggiato. Lui apprezza un numero limitati di giovani, ma ha questa curiosità che lo spinge a leggere fino in fondo le cose di chi stima. A partire dal 1997 si è stabilito un rapporto che è continuato nel tempo e che ha permesso anche a me di entrare maggiormente in confidenza con la sua scrittura, di capirne appieno l’importanza.

 

Tu sei anche un critico letterario, quindi ti chiedo lo sforzo di inquadrare il suo percorso nel più ampio contesto del secondo Novecento italiano. Mi sembra fondamentale il rapporto con la poesia di Pagliarani: come mai lui è entrato a far parte della Neoavanguardia, quindi del Gruppo 63, mentre Majorino è rimasto al di fuori?

 

In effetti i loro percorsi partono da un dato comune: La capitale del Nord si pone allo stesso livello della Ragazza Carla, in entrambe le opere è presente una dimensione narrativa e urbana preponderante. Poi si è verificato come uno snodo di passaggio, che ha portato Pagliarani a incanalarsi nella direzione della Neoavanguardia, mentre Majorino è rimasto sostanzialmente un cane sciolto. In fondo, il suo è un iter difficile da inquadrare. Lui faceva sempre questa battuta, io sono come un’Atalanta in serie A, alludendo al fatto che lui è sempre stato un autore Mondadori, per quanto sia rimasto al di fuori di certi giochi di potere. Non lavorava nell’editoria, per cui non aveva accessi facilitati. Non ha nemmeno avuto mai ruoli egemonici in ambito letterario e culturale, come invece è capitato a molti membri del Gruppo 63.

 

Un percorso singolare.

 

Assolutamente. Majorino, di libro in libro, ha sempre rimesso in discussione tante cose, sia sul piano formale che da un punto di vista delle modalità d’approccio. C’è in lui una dimensione di sperimentatore radicale, che poi il progetto del poema, Viaggio in presenza del tempo, ha mostrato con forza ancora maggiore.

 

Quale fra i suoi libri preferisci?

 

Equilibrio in pezzi, dicevo, è quello che mi ha avvicinato al suo percorso. Provvisorio è quello in cui si è si è reso più esplicito un gesto sperimentale e radicale. Gli alleati viaggiatori è forse il mio preferito, anche se quello che ho voglia di leggere e rileggere è il poema.

 

Nella Distrazione c’è una poesia dedicata a lui.

 

Sì, con quella poesia si celebra la capacità di tenere assieme due versanti della realtà. Il versante più distruttivo, più crudele, che però passa in lontananza rispetto alle nostre vite quotidiane. E poi la nostra vita di tutti i giorni in cui tutti i traumi e le violenze della realtà giungono attutite, dentro il conforto delle nostre esistenze. Nella poesia di Majorino queste due istanze sono presenti, quindi è limitante definirla una poesia politica, civile, perché è sempre presente un’esperienza diretta, quotidiana, una visione dal basso, che però è integrata da un pensiero sulla realtà che va al di là della propria esperienza personale. Lui costruisce un ponte fra quello che si sente e quello che si sa del mondo.

 

Chi è riuscito a coniugare queste due istanze, al pari di Majorino?

 

Probabilmente Pagliarani.

 

Si può dire che essi siano i tuoi maestri?

 

A dire il vero Majorino, almeno all’inizio, non era uno degli autori che mi affascinava di più.

 

I suoi non sono testi di facilissima fruizione.

 

Sì, lui dice che nei suoi testi è meno interessato all’immediata efficacità e fascinazione per il lettore, non va alla ricerca della formula sorprendente, accattivante. Però poi, superato lo scoglio iniziale, ci si trova dentro una gran quantità di cose. Sono testi molto densi, ricchissimi di elementi e spunti.

 

È stata una conquista, appropriarsi della sua scrittura.

 

Sì, non so dire se ci sia stata un’influenza diretta. Quando mi sono affacciato alla poesia, ho iniziato a leggerla e studiarla, da un lato c’era Milo de Angelis, un talento, senza nessun dubbio, ma completamente immerso nel suo ruolo di poeta e di talent scout, interessato a leggere i giovani (il suo primo libro, dal titolo Poesia e destino, racconta molto sul suo modo di intendere la poesia e il poeta), poi c’era la nuova avanguardia, il Gruppo 93, legato alla critica, con un grande desiderio di imporsi, di farsi vedere, e un importante senso del proprio ruolo. Rispetto a tutto questo Majorino presentava una scelta di maggiore ironia, di noncuranza. Non credo però che abbia avuto un’influenza su di me come poeta, ma più sul modo di approcciarmi alla dimensione letteraria e alla vita, intesa anche come politica. Questo in virtù dell’amicizia e del dialogo che si sono instaurati nel tempo.

 

Insieme avete sviluppato alcuni progetti, come la rivista «Manocomete».

 

Ci si ritrovava in uno spazio abbastanza ampio. C’erano dalle dieci, alle quindici persone, di cui una parte che faceva parte del mondo letterario e l’altra no: erano coinvolti filosofi, storici, persone legate alla scuola. L’atteggiamento di base era molto costruttivo, in primis ho trovato edificante l’idea di non rimanere confinati nell’ambito puramente letterario: Majorino ha sempre avuto l’esigenza di non isolarsi nella letteratura, ma di aprirsi, di imbastire una sorta di dialogo. «Manocomete», a ben pensarci, era fatta da una persona sola: da lui, che costituiva il punto di connessione fra tutti i partecipanti e si occupava di dare il taglio definitivo alla rivista. Per me è stata un’esperienza molto importante. Come il «Corpo», dove collaboravano diversi intellettuali, fra cui, per esempio, Elvio Fachinelli.

 

Sì, già allora si notava una grande apertura. Infatti la nostra biografia parla di quegli anni come di una zona centrale nel suo percorso formativo, non solo di poeta, ma anche di uomo.

 

Lui ha un rapporto forte con la vita, aspetto che non è così semplice e scontato da trovare in un letterato: ci sono ottimi scrittori che però hanno un rapporto molto più mediato con l’esperienza, hanno meno energie interiori per affrontarla e devono vivere in ritiro dall’esistenza e magari è proprio questa difficoltà che li spinge a scegliere la strada della scrittura. Majorino è sempre stato un irregolare, sotto tutti i punti di vista: a livello editoriale ha avuto tutto lo spazio che si meritava senza nessuna difficoltà, stessa cosa a Milano, sul piano delle iniziative culturali. Si è confrontato con i grandi autori europei, Beckett, Kafka, ma non in modo accademico, anzi, inventandosi un suo linguaggio. Tutti aspetti, questi, che mi hanno permesso di apprezzarlo, da un punto di vista intellettuale e umano.

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