I Pallidi

8 aprile 2016
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di Giovanni De Feo

Il racconto è apparso sul numero 5 della rivista Hypnos.

La sera, seduti a bere ai tavolini sul Gran Corso, li vediamo entrare circospetti nei bar eleganti e specchiati con fare mesto, da cani bastonati. Appena uno di noi se ne accorge fa gomito agli altri; al tavolo si quietano le risate, zittiscono le battute, ci giriamo unisoni a fissare i nostri nemici con occhi di profonda foresta.

Ancora prima di scorgere il Pallido che quelli si nascondono ben bene addosso –nelle maniche, nei taschini, nei tascapani– ancora più delle camicie lise, rovinate sui colletti, ma che pure mantengono un’aria di dignità surrogata; ancora meglio degli occhi disperati, che dardeggiano paurosi in faccia alla folla, a tradirli è la loro camminata da cani stanchi, randagi nel passo e nell’anima. Sono uomini e donne, giovani e meno giovani, ma hanno sempre quel modo guardingo di guatare fino al bancone del caffè, la testa come in ascolto del rombo lontano del pericolo.

E noi, noi siamo per loro quel rombo, e quel pericolo. Subito, come per ordine convenuto, ci alziamo, sorridendoci negli occhi scintillanti e duri, pregustiamo a labbra strette l’umiliazione loro e la nostra profonda soddisfazione. Già il ramingo –così li chiamiamo tra noi– s’è accostato a una signorina che sorseggia lenta un Campari. Col suo librettino aperto costui cerca di imbastire il suo discorso. Lo fa anzi con subdola abilità, da raffinato imbonitore; prima un complimento sulla sua stola di visone, poi sulla bellezza degli orecchini di giada, e il suo buon gusto in fatto di scarpe. Infine produce qualcosa, un oggetto, che attragga su di sé la prima domanda. Può essere un disegno, un quadernetto scritto, una mappa, un piccolo congegno meccanico, qualcosa che egli possa far scivolare sul bancone come per caso, malaccorto. Appena la ragazza cede alla curiosità e chiede, ecco che parte la confessione.

 Egli è poeta, o inventore, o artista, o attore, oppure qualcosa di così assurdo e originale che non può avere nome. Quante ne abbiamo udite negli anni! I creatori di rotte transmondiane, i linguisti di idiomi che esistono solo nei mondi sovralunari, i cartografi di isole di Mezzanotte, i cacciatori di bestie bifronti che vivono in vette remote e il cui corno –assicurano– curerebbe la tubercolosi e le febbri tifoidi.  E anche gli artisti, in fondo i più modesti tra quelli, non si arrabattano dietro a un traguardo comune, i poeti non scrivono liriche d’amore, i pittori non dipingono affreschi nelle chiese o quadri per i committenti, gli attori non cercano la gloria dei teatri alla moda; no, per essi questi sarebbero scopi mondani e quindi disprezzabili. Allora si scopre che il poeta ramingo sta completando un’epopea in centomila versi sulla nascita di una galassia, che il pittore dipinge un affresco di battaglia usando per colori i fosfemi dei pesci abissali, che l’attore si è scritto la parte di un dio-pantera e che recita senza battute, gettando fiori e quarzi colorati dalla bocca, invece di parole. Gli scienziati poi sono i peggiori. Ci sono gli scopritori di nuove pseudo-scienze, gli oneiromanti, i criptomorfi, i necroloquii, gli inventori di macchine che trascrivono le parole non-dette dei neonati, di biciclette-dinamo che si caricano a luce lunare, di occhiali che leggono i giornali nel futuro, e poi i chiropratici degli arti fantasma, gli psicologi dei gatti-mannari, gli ematologi dei vurdalak d’Alsazia.

Farebbero quasi pena, se non fosse per l’onta che lasciano nel nostro mondo, l’orrore profondo della loro stessa esistenza. Tutti però sono accumunati da una sola necessità. Il vil denaro, che a parole essi disprezzano perché li stornerebbe dai loro ideali, ma che poi è il solo scopo dei loro raggiri da bar. Se la signorina volesse un assaggio della loro arte ­– ecco, uno schizzo– se si pregiasse di lasciar come pegno della futura riuscita, ormai sicura, anzi imminente, un piccolo obolo, un’offerta, un pegno al futuro radioso…

Quello è il momento in cui non riusciamo più a star fermi, il disgusto vince il fascino con cui da tempo osserviamo la nostra preda. Allora i più spigliati tra noi si fanno vicino al bancone fingendo di ignorarli, gli altri che osservano la scena dalle specchiere rabescate.

Non c’è un solo modo per smascherarli. Negli anni ne abbiamo ideati tanti che non li ricordiamo più. Non per amor di originalità, sia inteso, ma perché il godimento della loro umiliazione sia sempre nuovo e fresco, una primizia da spezzare cruda tra i denti.

Il modo più ovvio è quello di ordinare una brioche e di sbocconcellarla su un piatto, proprio di fianco al ramingo. Ma non è la sua fame che ci interessa, quanto quella del Pallido che egli nasconde. Appena infatti la creatura sente quell’odore zuccherino si affaccia dalla tasca della giacca, allunga zampette anelanti. Basta che la ragazza lo scorga che si alza l’urlo, subito ripetuto da venti bocche. Urla di scandalo, che un Pallido è vista appena sopportabile su un bambino, visto addosso a un adulto è un abominio.

Alle volte ci accorgiamo di primo acchito dove il ramingo tiene il suo genio tutelare, vediamo il tascapane o la borsa smuoversi di rigonfiamenti sospetti. Allora uno di noi si fa sotto come ubriaco, colpendo repentino con il gomito. Uno squittio. Subito il ramingo è costretto a scostarsi, a frugare, per sincerarsi che il suo Pallido stia bene. Non appena il mostro è fuori uno di noi si fa sotto, lo pesca per la coda mostrandolo allo sgomento degli altri avventori.

E come grida, come supplica il ramingo che gli si restituisca il suo tenero orrore! Ridiamo. Eccolo smascherato, sotto gli occhi di tutti. E noi ne godiamo, ebbri di gioia profonda. Ancora più grande è la nostra soddisfazione quando riconosciamo in quel supplicante un antico compagno di collegio. Allora attacchiamo con lo scherno feroce dei nostri sedici anni, rivanghiamo aneddoti o ne inventiamo di nuovi, gli altri avventori che ridono, il barista ammicca anche lui dal bancone.

Certo, in questo accanimento c’è l’ombra azzurra della nostra nostalgia. In fondo lo facciamo anche per loro, nella tenue speranza che essi rinsaviscano e si sbarazzino dei loro impresentabili compari, che come noi entrino a testa alta nel mondo. Forse non ci sono tra noi scrittori premiati, galleristi affermati, attori di indiscutibile talento, redattori di importanti giornali, critici, direttori di banca, architetti, biologi? Quante volte abbiamo offerto ai nostri antichi compagni un posto nei nostri giornali, un impiego nelle nostre banche, una critica benevola in un settimanale importante, purché essi si sbarazzino dei loro mostri? E a che serve? A nulla. Pare quasi che la loro condizione di emarginati sia per essi un vanto, che più grande è il loro degrado e lo sprezzo degli altri, più alta è la stima che hanno di se stessi. Dicono che con le nostre meschine offerte li vogliamo comprare, che vogliamo corrompere la loro purezza, come se di questa purezza non avessero fatto scempio compromettendosi con le più putride elemosine. Ad ogni modo, è fiato sprecato. Una volta che si è salvato un Pallido dal Grande Esame se ne resta schiavi a vita. Pure, bonari come siamo, non riusciamo a staccarci del tutto dal nostro antico affetto.

È che ce li ricordiamo ancora bene quegli anni, gli anni delle aule alte e profonde, dei refettori infiniti, delle scale labirintine, dei dormitori fiochi e senza fondo, gli anni del Collegio. Anche dei nostri Pallidi ci rammentiamo, sebbene più vagamente, come un sogno appena sfumato dall’alba. A dirli i loro nomi assurdi ci fanno sorridere d’imbarazzo: Pirchio, Cecio, Saramello, Bui-Bui, Tindaro, Sam’r.

Ricordiamo però bene la notte in cui fummo svegliati dalle suore nel dormitorio e venimmo condotti alla segreta Vasca d’Innesto. E la nostra meraviglia –ingenua, certo– davanti a quel brulichio guizzante e proteiforme, l’invito a immergervi il braccio, a “farsi scegliere”, e poi quel zampettio sulla mano, il Pallido che con la sua testolina di vecchio amoroso, e il ritorno, barcollanti come sonnambuli, ognuno con il suo Pallido abbrancato sulla spalla, e poi sotto le coperte, incapaci di dormire per la felicità, tutti con le lenzuola tirate sulla testa, ogni biancore acceso del fioco luccichio dei Pallidi, e non un solo colore uguale.

Avevamo otto anni. Che ne potevamo sapere del mondo? Per noi la vita era quella; le lezioni al mattino nelle aule decrepite, i Pallidi che –accoccolati sulle spalle– mormoreggiavano nelle nostre orecchie; e allora le prime idee improvvise, ci incendiavano come nembi ardenti di luna, idee frettolosamente scritte in disegni e scarabocchi, e i preti che sfilavano tra i banchi, annuivano seri quando requisivano i nostri fogli, li impacchettavano in quei grandi faldoni gialli. E quando chiedevamo perplessi perché gli adulti non avessero anche loro dei Pallidi, ci veniva data la stessa risposta: che li avevano, ma per gli adulti non stava bene mostrarli, solo noi bambini potevamo, e di questo eravamo fieri, ci sentivamo il petto scintillare di felicità argentina.

Così per anni, di anno in anno, di esame in esame, sempre più complessi. Ai disegni liberi dei primi anni si sostituirono le lezioni di prospettiva, i temi letterari, le equazioni, i compiti di geometria, le dissertazioni di storia. E sempre di più i Pallidi agivano sul nostro spirito, soffiavano in noi la fiamma del loro genio.

 Simbionti, questa era la parola che imparammo, i Pallidi erano i simbionti della nostra anima. Vivevano in totale comunione con noi, spilluzzicavano dai nostri pasti al refettorio, si svegliavano di soprassalto ai nostri incubi, voltolavano con noi nei medesimi accessi di risa alle battute dei compagni più arguti.

Man mano che crescevano le nostre conoscenze imparammo che non c’erano risposte giuste, e che anzi quelle più originali, talvolta le più assurde, venivano premiate dalla suore con solenni sorrisi e un piatto in più di dolce al refettorio. Incoraggiati ci scatenavamo a inventare problemi di cui fornire le soluzioni più assurde e divertenti. Quale era la distanza più breve tra due punti? Una retta. Ma se invece di una retta ci fosse stato un arabesco, che però agiva in uno spazio quadridimensionale? Non sarebbe stato meglio? E giù risate.

Ma non sempre le nostre soluzioni erano fatte a ridere. A volte le prendevamo maledettamente sul serio, ci sfidavamo a duelli di trigonometria, di letteratura comparata, di modellizzazione storio-geografica. Le nozioni di base le davamo per scontate, d’altronde se eravamo entrati nel Real Collegio memoria e intelligenza non ci difettavano. No, la vera difficoltà era elaborare problemi che fossero insolubili, di cui nessuno potesse avere la risposta.

Era questo che facevano davvero i Pallidi: non trovavano per noi le risposte, quanto domande che riformulassero il problema in modo del tutto nuovo. Era quello che amavamo fare di più. Non studiavamo per avere buoni voti, o perché volevamo far bella figura ai nostri genitori, e nemmeno perché volevamo capire. In quegli anni ci sembrava che il mondo più che scoperto andasse reinventato, e che studiandolo noi potessimo non solo capirlo, ma ricrearlo daccapo nelle nostre menti.

Man mano che proseguivamo nella gerarchia scolastica i nostri duelli diventavano ufficiali, monitorati da occhi severi. Dal primo liceo divenne proibito, pena l’espulsione, tenersi qualsiasi idea ottenuta attraverso i Pallidi. Tutti i nostri schizzi, tutte le nostre equazioni, i nostri componimenti letterari finivano in quei faldoni gialli. Talvolta nel Collegio venivano professori importanti di università e accademie, ci ponevano problemi sempre più difficili, che pure noi risolvevamo con furia geniale. Bruciavamo, e tutto ciò che toccavamo diventava fiamma.

La notte, nei dormitori dei più grandi, i Pallidi si arrampicavano sul soffitto e facevano strane evoluzioni, intrecci di luce che ci incantavamo a fissare, e a seguito dei quali facevamo sogni straordinari, che spesso ci fornivano la soluzione di compiti dalla consegna imminente. Perfino i nostri sogni erano monitorati, registrati con scrupolo dalle oneiro-scriventi ad aghi che le suore tenevano sotto i nostri letti. Anche quell’invenzione –non ci stupimmo di scoprire– era stata ideata da un vecchio studente del Real Collegio.

Intanto il Grande Esame si avvicinava. Nessuno di noi sapeva in cosa consistesse, né era possibile che ne trapelasse il segreto, dal momento che gli ultimi test si tenevano in una torre-guglia distaccata dal nostro comprensorio. Inoltre, tutti quelli che passavano l’esame non rientravano più nel Collegio. Anno dopo anno avevamo visto gli studenti delle ultime classi prepararsi con giubilo all’esame, marciare verso la torre-guglia e di lì guadagnarsi l’uscita per il mondo. Naturalmente tutti gli adulti lì dentro avevano passato quell’esame. Ma la reticenza dei professori su quell’iniziazione era totale. Interrogati sui suoi misteri, rispondevano con un mutismo assoluto, parete liscia e dura su cui non trovavamo appigli.

Solo due cose sapevamo per certo, sebbene nessuno ce le avesse dette. La prima era che, per quanto difficile fosse, al Grande Esame nessuno veniva bocciato. Non si sapeva infatti mai di uno studente che lo avesse dovuto ripetere. La seconda era che ­–da quel momento in poi– non avremmo più avuto il permesso di mostrare i Pallidi alla luce del giorno. Questo era un problema sul quale avevamo ragionato a lungo negli interminabili pomeriggi del dopo-mensa.

Molti di noi non potevano nemmeno concepire di dover nascondere il proprio simbionte a vita; sarebbe stato come celare il proprio viso fino alla morte. Peggiore ancora era l’idea doversene separare, anche per un breve periodo. Eravamo infatti certi che il Grande Esame avrebbe coinvolto non solo lo studente, ma anche il suo Pallido. Un esame dell’anima, oltre che della mente. Per questo, ragionavamo, saremmo stati separati per un breve periodo dal nostro compagno. Quell’idea ci atterriva. Eravamo ormai talmente assuefatti a loro da non riuscire a staccarcene se non per pochi istanti. Bastava lo perdessimo di vista che subito i pensieri ci si confondevano, il cuore diveniva un morso amaro, finché non potevamo toccarlo nuovamente.

Così nei mesi che precedettero la grande prova ci esercitammo, nottetempo, nel gioco atroce del distacco. Lasciavamo il nostro Pallido nelle mani del nostro più fidato compagno e poi, le lacrime agli occhi, ci lanciavamo di corsa fino all’estremità del corridoio che dal refettorio dava ai dormitori. Già dopo i primi passi sentivamo la nostra anima tirare allo spasimo. Anche il Pallido gemeva, si contorceva nella presa del compagno, la sua luce pulsava furiosa di dolore. Molti svenivano a metà corridoio. Altri si fermavano subito, ansimanti, stremati. Solo pochi arrivavano fino alla fine. E quando alla fine tornavano, e il nostro compagno lasciava il Pallido correrci incontro, quanti pianti, quante risate! Ci sembrava come ci avessero restituito la parte più preziosa di noi stessi, il posto segreto dove risiedevano tutti i nostri entusiasmi.

Fu in quei giorni, una settimana prima del Grande Esame, che vedemmo il nostro primo ramingo. Stavamo facendo ginnastica nel gran cortile quando un uomo brizzolato dai vestiti dimessi, gli occhi iniettati di sangue, irruppe in mezzo a noi urlando, gemendo, piangendo che dovevamo scappare tutti, subito, prima che …

Una torma di preti gli saltò addosso, costringendolo a terra con la pura forza del numero. Non abbastanza in fretta però. Avevamo visto tutti: l’uomo aveva un Pallido sulla spalla. Era la prima volta che vedevamo il simbionte di un adulto. Immediatamente collegammo la pazzia dell’uomo a quella stranezza. Doveva essere così. Per qualche misteriosa alchimia dello spirito chi oltre una certa età mostrava il proprio Pallido finiva per perdere la ragione. Da quel giorno l’obbligo di nascondere il proprio simbionte non ci parve più così arbitrario ma al contrario, sacrosanto. Ancora di più stimammo la saggezza dei nostri maestri e ci pacificammo con la durezza di quel comandamento che finora avevamo ritenuto ingiusto.

La notte prima del Grande Esame la passammo per la maggior parte insonni, ognuno con la testa sotto il lenzuolo, a bisbigliare al proprio Pallido. Visto dal di fuori, il dormitorio pareva la fantasmagoria di un accampamento, di quella prima notte, quando le suore ci avevano condotto a conoscere i nostri eterni compagni. Cosa dicemmo loro in quelle ore frenetiche non lo ricordiamo. Rammentiamo invece l’odore caldo di quei corpi splendenti, un profumo di lampada accesa. Ancora oggi, anche se molti di noi hanno dimenticato i loro nomi, ricordiamo il profumo che avevano quella notte: pungente, aspro, splendente.

La mattina seguente ci trovò a marciare in lunghe file verso la guglia oltre le mura del Collegio, nera e dritta come un dito arcano sulla bocca del sole. In file di due entrammo nelle grandi sale, rintronavano dei nostri passi. I preti e le suore ci sorridevano di una felicità elettrica. Uno a uno venimmo istradati verso un corridoio di porte grigie. Nel momento di separarci i nostri sguardi lampeggiarono disperati. Pochi di noi sorridevano, sicuri. Ci saremmo rivisti fuori, non c’era da aver paura. Poi le porte spalancarono, si chiusero alle nostre spalle.

Questo è il momento dove i nostri comuni ricordi iniziano a divergere. Giacché il Grande Esame fu esperienza così personale che è difficile farne una media valida per tutti. Grossomodo fu la medesima ordalia, se non in certi dettagli. Proprio in quei dettagli sta la perfezione gloriosa del Real Collegio.

Finora avevamo vissuto in uno stato di beata ignoranza, una semiveglia cui ci eravamo assuefatti. Il Grande Esame consisteva appunto in questo, nel risveglio. Ci rivelava qual era stato lo scopo della nostra educazione e ci permetteva di ritornare nel grande mondo, dove avremmo condotto un’esistenza degna e felice.

Dietro ogni porta grigia c’era una stanza.

Piccola, dal soffitto basso, la stanza era arredata da un unico tavolo, due sedie, e da una grande specchiera che copriva la gran parte del muro di fronte. Sul tavolo c’era una grande scatola, lunga come un braccio, fatta di un materiale azzurro e trasparente. Sulla parte alta della scatola un foro circolare della grandezza di una mano.

Seduto dall’altra parte del tavolo un uomo in completo scuro ci fissava con un sorriso serio e le punte delle dita bianche unite alle punte.  L’uomo ci fece segno di sedersi, chiese se volevamo un bicchier d’acqua –no grazie, dicemmo tutti­­– poi aprì davanti a noi un faldone giallo. Lo riconoscemmo. Era l’incarto nel quale, per quasi dieci anni, erano state conservate le nostri migliori idee.

Tutta la nostra vita scolastica, persino i nostri sogni, erano lì, registrati con assoluta acribia, classe dopo classe. Man mano che andavano avanti gli anni la documentazione diventava sempre più consistente. Allora l’uomo con le mani bianche ci sorrise e disse che avevamo fatto molto bene; uno a uno elencò quali erano state le nostre idee migliori, quali le applicazioni pratiche che si stavano studiando in quel momento nelle università, a quali intuizioni erano seguiti dei brevetti, a quanto ammontava la nostra percentuale dei diritti.

Naturalmente credemmo tutti si trattasse di uno scherzo. La nostra incredulità era però già prevista nel sorriso dell’uomo con le mani bianche. Subito questi produsse dalla sua cartellina una serie di foto e di documenti.

Mostravano i titoli degli studi di storia, di critica letteraria, di economia comparativa, nonché delle raccolte di poesia, dei romanzi, dei drammi teatrali che erano ispirati alle nostre intuizioni. Gli autori di quei titoli erano professori dell’Accademia, poeti e drammaturghi laureati i cui nomi noi stessi citavamo nei nostri esami con timore riverenziale. Per ognuno di quei libri ci spettava una percentuale nei diritti d’autore. La metà sarebbe andata al Collegio, il resto a noi. E non era finita. La parte scientifica del faldone era la più consistente. Farmaci sperimentali, nuovi composti chimici, metodologie innovative per i trapianti di organi, teorie di micro-biologia le cui applicazioni si stavano studiando in migliaia di laboratori. E poi le invenzioni: radio che captavano le voci del passato, lampadine che si ricaricano con il calore di una mano, un’acqua sintetica che si ghiacciava a un preciso comando sonoro, scatole-quadridimensionali capaci di contenere vaste quantità di spazio.

Ne avremmo riso, se non avessimo riconosciuto in quelle pagine  i sogni ad occhi aperti di tutta una vita. L’uomo dalle mani bianche non la smetteva di sorridere. Disse che in molti casi le applicazioni industriali delle nostre idee si stavano appena testando, che i diritti sarebbero durati per anni a venire. E non solo; gli istituti di ricerca, le accademie, le banche che avevano impiegato le nostre idee ci offrivano già un lavoro ben remunerato. Noi stessi avremmo aiutato a sviluppare le nostre intuizioni. Dovevamo solo scegliere quali e con chi.

D’altronde una cosa era avere un’intuizione –per quanto geniale– altro era trovarne gli sbocchi pratici, introdurli sul mercato. Per quello bisognava diventare dei cittadini responsabili. Era questo tipo di cittadini che il Real Collegio formava da settecento anni. Da quando le suore dell’ordine avevano scoperto le Vasche di Innesto questa era la regola: tutto ciò che veniva dal Collegio doveva restare lì. Loro ci avevano dato i Pallidi perché accrescessero le nostre capacità ai limiti dell’umano. I nostri familiari si erano sottoposti a un infinito, decennale salasso per pagare la nostra retta. Ora toccava a noi. O restituivamo ciò che apparteneva loro, o tutti i diritti derivati dai nostri brevetti sarebbero andati interamente alla scuola. Non solo, anche ogni possibilità d’impiego sarebbe stata revocata. Non avremmo mai trovato lavoro in nessun istituto, in nessuna organizzazione statale o privata che aveva avuto a che fare con il Real Collegio. Vale a dire, tutte.

Toccava a noi scegliere.

L’uomo dalle mani bianche continuava a sorridere, fissava la scatola sul tavolo. Non capivamo. Cosa dovevamo restituire? Il braccialetto con il nostro nome? La tessera della mensa? Poi il Pallido sulla nostra spalla si mosse e diede il suo primo gemito. Come sempre, c’era arrivato per primo.

Appena iniziammo a spingere via il tavolo l’uomo dalle mani bianche schiacciò un tasto invisibile. Subito la stanza si rabbuiò e partì il filmato. Da dentro la parete specchiata venivano proiettati immagini di repertorio. Dapprima antiche, pre-guerra, poi sempre più recenti. Mostravano uomini e donne, giovani e meno giovani. Erano come l’uomo del cortile, squallidi, sporchi, segnati dalla pazzia e dall’abbandono. Vivevano in case occupate, lerciai pieni di topi e di blatte, sopravvivevano a bustine di tè e scatolette di tonno. Li vedemmo stazionare davanti ai caffè del centro, affamati, chiedere l’elemosina ai passanti, pontificare sulle bizzarre teorie cui stavano lavorando. Testimoniammo la solitudine delle loro miserande vite, senza amici, senza famiglia, soli nelle loro stanze clandestine a lavorare a progetti incomprensibili, ognuno ispirato dal mormorio del proprio Pallido. Li seguimmo nei loro giri alcolici, per i locali dove ancora si tollerava la loro presenza, marci di assenzio a farneticare di nuove teorie che –dicevano– avrebbero cambiato il mondo. Infine li scortammo nei loro ultimi spaventosi giorni, di ospedale in ospedale, gonfi di alcol e pazzia, negli stanzoni nudi dove le unghie scarnivano scie di intonaco e le urla non cessavano mai.

Quando tornò la luce avevamo le lacrime agli occhi.

Non era tanto ciò che avevamo visto, quanto quello che avevano intuito dal nostro simbionte. Lui stesso ce lo confermava. Era tutto assolutamente vero. Sarebbe andata proprio così.

Ancora però non era abbastanza per mettere la nostra mano nella scatola trasparente. Ma l’uomo dalle mani bianche lo sapeva; e prima che potessimo riprenderci, con abilità perfetta, disse che non eravamo del tutto soli in quella difficile scelta. Altri erano con noi in quel momento, altri che ci avevano osservato da quando eravamo entrati in quella stanza. La parete specchiata ebbe un brivido, e l’argentatura sparì, rivelando oltre di essa una stanza impiegatizia, nella quale stavano i nostri familiari. Non li vedevamo da quasi dieci anni. Fatta eccezione per le lettere che ricevevamo a fine mese, non avevamo avuto più alcun rapporto con loro. Inevitabilmente li trovammo invecchiati, i capelli di nostra madre ingrigiti a ciocche, il fratello maggiore si era fatto uomo, nostro padre arcigno e severo, dimagrato in viso. Ai nostri occhi erano raggrinziti, rinsecchiti, imbruttiti. Tangibile intorno a loro un’aura di tetra miseria, tanto più grande quanto essi cercavano di nasconderla. E ancora di più nei loro occhi. La disperazione era tutta lì, accovacciata in quegli sguardi di pietra. Per la prima volta capivamo il significato della frase “retta ingente”. Per pagare il Real Collegio nostra madre s’era messa a cucire, nostro padre aveva perso il negozio, nostro fratello vendeva in strada, nostra sorella aveva abbandonato il sogno di suonare in conservatorio e faceva le pulizie in un ospedale. Nulla di questo fu detto, ma lo capimmo lo stesso, il Pallido traduceva per noi gli impercettibili indizi dei loro corpi in prove inoppugnabili.

Sarebbe bastato che nostro padre ci pregasse di restituire il Pallido che certo avremmo resistito, ci saremmo opposti con l’ultimo anelito della nostra volontà. Invece –parlando all’interfono– i nostri genitori dissero che avrebbero accettato qualsiasi cosa avremmo scelto, che ci avrebbero sostenuto in ogni caso. Gli occhi dei nostri fratelli però, lucidi di rabbia, ci raccontavano un’altra storia. Disobbedire era l’ignominia; non solo per noi, per tutta la famiglia. Nostra madre sarebbe finita a fare le pulizie nella stessa banca nella quale, col tempo, saremmo potuti diventare direttori.

Non tutti cedemmo nello stesso modo o nello stesso momento. Alcuni ci misero più tempo, altri meno. Alla fine fu la lucidità dei nostri Pallidi a darci la misura della realtà. Questo era il paradosso: proprio l’intuizione sovraumana dei simbionti confermava ogni congettura. La miseria, l’ignominia sociale, la solitudine, erano reali, anzi, inevitabili. Eppure, ancora non cedevamo. Sapevamo tutti che nel momento in cui avremmo reso il Pallido la nostra mente sarebbe cambiata per sempre. Mai più avremmo intuito la struttura proteica di una foglia guardandone le venature. Mai più avremmo sognato ad occhi aperti inventando soluzioni a problemi ancora non posti. Mai più avremmo sentito i lampi della nostra immaginazione sfondare il nero muro del possibile.

La voce dell’uomo con le mani bianche seguitava implacabile. Diceva che da secoli si era capito che solo i ragazzi sono davvero in grado di oltrepassare il noto e introdursi nell’ignoto. Ma la stessa capacità di dar vita all’irreale estranea, senza possibilità di ritorno, dalla vita sociale. Per questo separarsi dai propri Pallidi era l’unica strada possibile. C’è un tempo per seguire i sentieri dell’incanto; e un tempo per tornare e vivere del quotidiano, senza il quale l’immaginazione è solo un dono vuoto. Ora dovevamo scegliere.

Cosa potevamo fare? Nostra madre era lì, il viso rigato di lacrime e disperazione. Dietro di lei scorgevamo un deserto di passi perduti e strade miserevoli; e soprattutto, l’odore acre della pazzia. Ognuno trovò una sua ragione. Alcuni lo fecero per i genitori. Altri per la fame di onori. Altri per le ricchezze future. Altri ancora per la paura di diventare come il ramingo che avevamo visto in cortile. Alla fine però mettemmo tutti la mano dentro la scatola trasparente. Il Pallido non protestava, non ci supplicava, non gemeva nemmeno più. Lo sapeva, sapeva fin dall’inizio cosa avremmo scelto.

Stavamo per ritrarre la mano dalla scatola quando il buco si richiuse intorno al nostro polso. D’istinto provammo a liberarci, la sedia cadde con un tonfo alle nostre spalle. L’uomo dalle mani bianche aveva smesso di sorridere. Ci fissava con occhi duri.

“Non basta” disse “per rientrare nel mondo dovete sciogliere il nodo che vi lega. Fin quando la luce del Pallido splende vi resterà  una parte di lui, anche a distanza, anche dopo anni e anni. Se non volete diventare come quelli, dovete spezzarne il legame”.

Di nuovo non capivamo. E di nuovo –implacabile– il Pallido ci mostrò l’immagine di ciò che andava fatto. Scoppiammo in singhiozzi. Dei nostri diciassette anni, nove li avevamo trascorsi con quelli al nostro fianco, non ci si poteva chiedere una cosa simile.

Ma non c’era scelta. Così stringemmo il pugno. Prima piano, delicatamente, poi forte da schioccare le nocche. Quando il Pallido cominciò a urlare fu come se il suo grido ci si conficcasse nel petto e ci scoppiasse le vene. Qualcosa di caldo colava tra le nostre dita. L’interno della scatola s’era lordata di un sangue fosforeo, un icore denso la cui luminescenza conoscevamo come il sapore dei nostri sogni.

Il resto lo ricordiamo in modo confuso, immagini una sull’altra come un mazzo di vecchie foto. L’infermeria, i lunghi discorsi con il prete-psicologo, le visite mediche, e poi il rilascio, l’abbraccio con i familiari, la lunga strada del ritorno, il lento riadattamento al mondo di fuori, i primi colloqui di lavoro, la soddisfazione crescente per l’utile dei nostri sforzi, la lenta certezza di aver fatto la scelta giusta.

Fu pressappoco in quel periodo, un paio d’anni dopo il Grande Esame, che ci rincontrammo, noi vecchi compagni del Real Collegio. Quante risate al ricordo dei nostri scherzi, alle fughe proibite nelle dispense dei preti, alla paura degli esami sempre vicini!

Da allora non ci siamo più lasciati. Ci vediamo spesso, anche una volta alla settimana, nonostante gli impegni familiari e di lavoro. Amiamo soprattutto venire qui, in quei bar specchiati del centro dove tutti ci riconoscono per quelli che siamo: cittadini rispettati, amati, nomi che a dirli le donne si girano, gli uomini sollevano le falde dei loro cappelli. Nostri sono i progetti delle macchine che essi usano quotidianamente, nostri i drammi di grido, i manuali su cui le matricole studiano, nostri gli atenei, gli ospedali, gli istituti di ricerca, i teatri. E non ci importa più se da anni non abbiamo avuto una sola idea originale. Lasciatele ai ragazzi quelle, lasciate a loro la gioia infantile dell’invenzione! Ormai lo sappiamo: creare è un gioco per bambini. A noi basta far fruttare le intuizioni altrui, le nostre fin quando sono bastate, quelle degli altri quando essi non sanno come utilizzarle. In questo siamo diventati maestri, abbiamo imparato bene la nostra lezione. D’altronde, non abbiamo rimpianti. Conduciamo un’esistenza felice, al riparo dalle privazioni che colpiscono i meno fortunati. I nostri mariti, le nostre mogli, ci amano, e così i nostri figli, i nostri colleghi,  i nostri impiegati. Sappiamo esser generosi, magnanimi, giusti.

L’unica crudeltà che ci permettiamo è quella –una volta alla settimana– di riunirci in un bar del centro e stuzzicare quei poveri derelitti dei nostri ex-compagni, i raminghi. In fondo lo facciamo per loro. Se vedessero, se capissero l’abisso in cui sono finiti, forse tornerebbero alla luce della ragione. Ma è proprio questa caparbietà a non voler capire che ci incattivisce. Li odiamo, li odiamo con un odio che solo un ragazzo capirebbe. Eppure, non li si può uccidere. Essi devono rimanere un monito, segno vivente per tutti quelli che sono tentati di prendere la strada sbagliata.

Così quando li trasciniamo fuori dal bar specchiato, sotto al dileggio urlante della folla, ci tratteniamo a stento dal prenderli a calci, da riempirli anche noi di pugni e di tetre insolenze. Invece restiamo impassibili, sorridenti e distaccati, limitandoci ad assaporare il trionfo della loro mortificazione, la paura sulle loro facce rattrappite. Vederli a terra, madidi di terrore, è per noi gioia condivisa, balsamo miracoloso per la fatica delle nostre giornate.

Solo quando infine si rialzano non riusciamo a trattenere un brivido di disgusto. Sulla loro spalla freme la luce del Pallido. Costui ci fissa con i suoi occhi di insetto, muto, le antenne fosforee tese come braccia. Non dice nulla, eppure per un attimo abbiamo l’impressione che parli, che sussurri a un angolo morto di noi.

Ritto sulle sue zampe il Pallido ci scruta con sguardo fisso, senza accusare, senza rabbia, limpido nella sua luce, pura come un ricordo che non possediamo più.

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2 Responses to I Pallidi

  1. Eclaro il 8 aprile 2016 alle 11:54

    Un piccolo capolavoro.

  2. Angelo il 9 aprile 2016 alle 15:47

    Uno spettacolare racconto. Grazie



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