Auto-antologie-3. Viola Amarelli

9 aprile 2016
Pubblicato da

di Viola Amarelli

campagna d’inverno

La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie

dei sempreverdi

i tronchi con i rami pazienti di vento

questa immane stanchezza di

nuvole in corsa, riepilogo di temporali,

spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca

restano, eroi, i cani randagi e le code di uccelli

ci vorrebbe un riposo incessante

un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa,

il latte che è inacidito l’hanno

buttato nel pozzo, gli sciocchi.

 

com’è

Persone con cui più nulla a vedere, liberi loro i cieli, com’è

avviene. Lasciar andare, ai lazzi sfiorando lazzari

perduti tra trippe e foie, analità di sogni come banale è

 

un sospiro trattenuto e poi di slancio espunto dal petto che la tisi ora risparmia

risparmierà il coltello l’uomo incappucciato, il macellaio che attento alle dita sega e

ritaglia ad arte cappelli a prete, pezzi di cannella e rosoni barocchi per le panze

 

laddove l’acqua manca e gli occhi appannano i deserti, così è

fresca la risata nella risaia allagata, verdi piantine, chicchi da sgranare

mala e rosari per contare tempo e mielina calma, piatta

 

alle navi fameliche corsari ricomparsi dai libri, pescecani, occorrerà pure mangiare

sputo e scorbuto, ostaggi e soldi per tirare avanti alla campata di ponti sbertucciati

c’erano scimmie sì snodate e buffe, vecchie cugine, zie dai peli torti,

 

torcia le bocche degli amanti nell’amplesso per i bambini

con i pastelli rotti lacrimando fino a sorridere alle bolle colorate

di un clown dal naso rosso raffreddato.

 

Collassava di torrido e stupore quel pinguino dirottato su spiagge tropicali

asino in mezzo ai suoni di ghiacci liquefatti tra vortici e turbine così è

azione atto indizio traccia, scalfisce sabbie e piogge,

 

enorme dirupo alla montagna, l’erosione,

daccapo, nuovamente, l’incessante, forma su forma

riposa, mia madre chiuse gli occhi dicendo ora di andare

 

così è come, non trattenere, sparse, macchie

di ossa ormai cristallo sfaccettato,

il tempo, una bolla ora di andare, così come il blu di prussia

 

avvolge nel velluto tutti i regnanti, mia imperatrice

guerriera abbandonata, così è, chiudendo gli occhi la gioia

della bambina, la bocca estenuata nei silenzi,

 

lontano strilla la neonata tra i leoni, spaventati.

 

Giacomo a Fontanelle

L’acqua e il tufo alle cave

nell’ombra delle Vergini, quelle che tutto accolgono

lumini per le offerte, preghiere di promesse,

sonde degli operai in gruppo come oranti

su nove metri d’ossa, nette di

teschi e tibie

l’anime pezzentelle scorrono senza affanno.

L’acqua sulle pareti scandisce respirando

calcare d’algoritmo, gioco sacro d’istante

quello che disperavi, tocco di solo affetto,

stretto ora insieme agli altri

corpo vivo silenzio

anonimo finalmente.

 

* il “Cimitero delle Fontanelle” nelle cave di tufo delle “Vergini” a Napoli, fu luogo di

sepoltura di massa sin dal 1500 e sede del culto devozionale alle “anime pezzentelle”.

Secondo un’ipotesi plausibile qui sarebbe stato in realta interrato, anonimamente, anche

il corpo di Giacomo Leopardi .

 

 

prendi un coltello

 Prendi un coltello-bambina.

Attenta ai mostri. Ai lupi. Ad amici e parenti.

E sconosciuti.

Prendi le forbici – gioia.

C’è il male e c’è la pazzia.

Attenta a non incontrarli, per ora, ora che è

troppo presta.

Diventa tu folle, affonda le lame,

dentro più dentro coi denti.

C’è la paura e c’è l’orrore. Umano.

Carezza le bestie.

Tua madre ti ama.

 

fluxus

Il fascio in flusso sforma pensieri come papere

celiando, in gran silenzio, sembra, un segreto inesistente:

l’urlo affocato e ruvido del male

tramente giù gloglotta limpido l’accade

che ripassa, vecchio scherzo, il tempo

lascia la presa e nuota, più veloce,

come la tartaruga quando ad Achille

brontola il fiato.

(da Le nudecrude cose e altre faccende, L’arcolaio, 2011)


 

pater

Questo vecchio che sta per morire

dietro il vetro del tubo catodico

grigio cenere nel blu del tracciato

lontanato il pensiero e il dolore

è stato suo padre, stupito e a disagio.

Può durare a lungo, avverte il dottore

di turno, non credo – ribatte la figlia,

probabile l’unica che l’abbia mai amato –

ha sempre cercato di non dare fastidio.

 

e saettante

strido rime petrose

sillabe atonali degne di un’orfana sibilla

a mille a mille i giri della

mente, pure endorfine

ah, fossi buio

rifugio numinoso e saettante.

(da L’ambasciatrice , autoprodotto con Sartoria Utopia, ora in e-book, 2015)

 

naviga

naviga, nevica,

sul mare? aurora boreale

 

l’illusionismo il magico, la voglia di

 

da fuori molto,

tutto, normale

 

démoni

Nessuno mai si impadronì di me
salvo i miei demoni
oscuri e privatissimi,
le lunghe sigarette
prima, prima
prima che scoprissero
la rima.

(su “viomarelli.it”, 2015)


 

I – Vocazione della Pizia

L’unica volta ch’era stata al mare

bambina, il padre con l’asino,

frogi nella brina,

vento di sale e turchese a chiazze lo stupore

immenso, pari al cuore senza linea,

il sole di rincorsa nuvole e spuma

ballerina,

nel balzo il muso e pinna cresta all’onda

Febo delfinio, all’unisono apertura

d’istinto scelta, l’aria nitore cristallino.

Un pesce e una bambina

scesa da collina

dove il salmastro s’addolciva a olivo,

gaudiosi l’uno all’altro fuori dal tempio

era – è – mattina.

 

(da Notizie dalla Pizia Lietocolle, 2009)

 

la candida, l’intatta

 Cuore bambino dove

la briciola diventa meraviglia

e l’orco resta ucciso grasso

e sciocco

la candida, l’intatta

noncuranza.

 

terragna

 Movendo, metamorfosi di muta,

serpe terragna fra pietre e polvere

la cerca di

gradienti verde.

Tutto dovrebbe essere

alberi ed erbe.

(da L’ambasciatrice, cit.)

 


glosse

Lunghissimo e prolissimo quel metro d’indicibile

dubbioso d’ineffabile non trova mai

l’a capo.

Breve. Bene, elimina il superfluo:

l’io e il verso.

Sono tre gatti, nessuno li ascolta

pure si azzuffano come dannati.

Non fate caso, nulla di grave,

solo poeti, ovviamente italiani.

Recensioni:

-“dio quanto sei bravo”

-“grazie, sapessi tu”

(da Le nudecrude cose, cit)

 

notarelle

Chiedono che ne pensi di uno, come tanti,

uno che già è famoso, gentile, diaristico.

Uno che va a capo.

L’alfabetizzazione – di massa – comporta

che tutti i logorroici ora siano grafomani.

Spacciano; altro aduso adatto setaccio: noi si tu no

appoltigliano in mixer. mode d’emploi.

feticcio la ricetta.

Sfortuna. Non sono andata a letto con Verlaine.

 

melassa per formicole*

queste

scialbe

pallide

arrese

respirazioni artificiose

 

*verso di Jolanda Insana

 

# poeti

tutti questi esseri luminosi, puntiformi, umbratili, lievi, sfioranti,

carezzevoli costantemente volti ai propri affari

 

 

io scrivo te

io scrivo te che prefazi me che pubblico il tuo amico che plaude i miei

interventi critici che insieme organizziamo algidi evenenziali ostensioni

di tosti testi nostri diffondendo asemantiche endovene, sintassi

scarrupate, lacerti necrofori. Amen.

(da L’ambasciatrice, cit.)

 

fermo posta

 poi,

poi non arrivò mai a nessuna parte:

un piccolo codazzo di

discepoli,  qualche lettura, un libro,

inferno-fermo posta

(su viomarelli.it, cit)

 

metafisiche

 metafisicizzando

la trascendenza un blu scuro luminoso

l’immanenza un grigio perla chiaro

senza più un granello di polvere,

comunque.

 

tre cose

 tre cose mai capite:

me, la matematica e gli umani

(da L’ambasciatrice, cit.)

 

sull’orlo della fine

Sull’orlo della fine la pioggia fitta sottile, le tre del pomeriggio la

domenica nell’aria grigia e umida, l’acqua

che scorre

silenziosa su cianfrusaglie stese su stracci di un

mercatino d’usato, improvvisato, scolora plastica

e scarpe e maglioni già

fossili ora petrolio. In un silenzio clamoroso scivolano

ragazzi neri, vecchie badanti dai capelli tinti masticano

panini, chi

baderà loro, i ragazzi neri scivolano tra buche e

cedimenti, l’acqua che stinge, infreddoliti in cappotti,

giacche a vento

sciarpe nere e grigie e bianche, nessuno di loro con un

ombrello. Una luce purissima traslucida scandisce ogni

dettaglio,

lo dilata sull’orlo della fine la piazza enorme, cantiere

eterno già caduto a pezzi, cammini su basalto, passi

sull’asfalto roso

da ruote e acqua, freddo d’umido. Tra un po’ – quando –

non ci saremo più, noi, la pioggia, la piazza enfia e

ansimante, gli

esseri umani tutti, tra un po’, non tanto. Sta attento a non

bagnarsi le scarpe, slalom e rally, attento alle auto, ai

vecchi

travestiti da nipoti, alle vecchie spedite a morire affianco

ad altri vecchi, sta attento ai ragazzi ninja spaesati senza

sole, qui, che ci sarebbe, ma devi pensarci, il mare, tra

un poco scoppia, lo sente, tutto e giustamente. Non più

occhi né

gambe, né idee né pozze né fiati. Niente di niente, per

noi, tutti, ovviamente. Meglio così, ci sarà qualcosa

d’altro e chi

dice che non sia meglio. Arriva quasi alla fermata, di

fronte alla stazione, non c’è mare non c’è sole solo acqua

incolore,

sta per salire sul pullman, quando inciampa inzuppa

infradicia le scarpe, gomma e pelle, il piede la sua pelle,

come accade,

frequente, quando pensi che sia finito e tu, almeno, in

salvo e allenti la tensione e sei finito. Un pezzo di strada

e di

giornata. Una vita di viaggi. Sull’orlo della fine, degli

umani. Peccato, resta sospesa l’aria, non che non possa,

non deve

farci niente.

(da Le nudecrude cose, cit)

 

orifiamma

 Ora che il giglio più non segna i giorni

e  l’ombra dello sguardo nella notte

è come quel portone chiuso alle spalle,

ora frantuma la linea del crinale,

la piazza vuota, la notte di cristallo

 

( da La deriva del continente, Transeuropa, 2014)

 

innominata

sordida morte, re
pellente, ti ho amato

(da viomarelli.it, cit)

 

recherche

 Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza,

reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. il

mondo è  parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è

una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. e risana.

(da L’ambasciatrice, cit.)

 

polvere

 le parole sono pietre.

tu scheggiale

fino a che non diventano sabbia, polvere.

fine.

(da viomarelli.it,  cit)

 


 

“ Non si sviluppa tempo nel tempo della poesia. La poesia resta ferma”  (Corrado Costa)

La poesia può essere uno strumento del/sul linguaggio estremamente preciso e affilato, il che le consente di arrivare veloce come freccia al nucleo di un logos. Brodskij la riteneva, giustamente, un “corto circuito” cerebrale, che la rende, quindi, un potente mezzo euristico per indagare, e, come ogni espressione artistica, una forma di conoscenza. Noi lavoriamo con una lingua ereditata, su un palcoscenico già allestito da millenni: proviamo a piegare le parole ma molto probabilmente sono loro che piegano noi in un flusso bidirezionale.. Ci illudiamo di dar voce – o sguardo – a un picciolo, a un incubo, a un progetto, in realtà i versi sono immersi in un processo che si schiarisce, o complica, nel formarli e le forme si rivelano innumeri. Da questo punto di vista sono polifonica, la monodia di ascendenza petrarchesca non mi ha mai molto interessato  e indubbiamente l’imprinting infantile di filastrocche si è coniugato alle letture di Marco Valerio Marziale e al futurismo russo e poi a Caproni e Porta. La scrittura è una spugna: quello che hai, ridai, per questo ogni poesia è sempre dannatamente, anche nolente, politica. (Viola Amarelli)

Nota

I testi che precedono sono tratti da varie pubblicazioni e seguono un disordine che vorrebbe dar conto delle varie forme che provano e scoloriscono, sono mere esemplificazioni di lavoro e non rientrano in una qualsivoglia  tassonomia di  maggiore efficacia o qualità. (V.A.)

 


Viola Amarelli, campana, ha esordito con la raccolta di poesie Fuorigioco (Joker, 2007), seguita  dal  monologo Morgana, (e-book, 2008 ),  dal poemetto Notizie dalla Pizia (Lietocolle, 2009), Le nudecrude cose e altre faccende (L’arcolaio, 2011),  dai racconti di Cartografie (Zona, 2013),  L’ambasciatrice (autoprodotto con Sartoria Utopia, ora in e-book.  2015) e, in veste di co-autrice,  La deriva del continente (Transeuropa, 2014)  e  La disarmata (CFR, 2014). E’ presente in numerose antologie,  riviste cartacee e on line, è stata tradotta in Germania.


 

Auto-antologie prosegue con Viola Amarelli e  il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a Francesco Tomada , a Vincenzo Frungillo e a Francesco Filìa . Sul lavoro di Viola Amarelli è possibile leggere un mio intervento qui.

L’idea di curare delle micro-auto-antologie risponde al desiderio di tratteggiare una direzione, un possibile senso -anche solo accennato-del percorso di autori che hanno raggiunto, a mio avviso, una prima maturità letteraria. L’autore è invitato a guardarsi indietro e a ricostruire emblematicamente le fasi del suo lavoro, proponendo a tal fine anche una pagina di auto-presentazione e una scheda bio-bibliografica. Nel flusso incessante spesso vitale ma anche caotico della rete credo che siano utili dei momenti come questo di coagulo, di rallentamento.

Continuo in altra forma il lavoro iniziato con  la rivista on line Poesia da fare (2005-2007)  insistendo ancora sul rallentamento e sulla sedimentazione. Gli autori che invito ad auto-antologizzarsi sono poeti che, per il mio gusto, illuminano , da particolarissime prospettive, il nostro tempo, individuando, spesso con spietatezza, i rapporti di potere nei quali siamo invischiati o quelle semplici evidenze esistenziali che si tendono a rimuovere.

Qui il lavoro sul linguaggio poetico non è fine a se stesso ma è teso a rendere più efficace la configurazione intensa di un’esperienza umana ed estetica radicata in realtà per lo più condivise, comuni. Questo è anche ciò che intendo, almeno ora e provvisoriamente, per “poesia di ricerca”.
In un’epoca in cui sembra che le soggettività reali perdano sempre più la possibilità (e anche il sogno) di decidere del proprio destino, in una generalizzata precarietà e ricattabilità,  l’espressione poetica pare moltiplicarsi, anche grazie alla rete, e offrirsi come un luogo speciale di pensiero, di creazione e di relativa socializzazione.

Moltissimi scrivono ciò che ritengono in buona fede “poesia” e la “postano”  anche per questo, cercando e spesso trovando il consenso e la reazione dei propri “amici” di rete.
La valutazione dei risultati estetici poi dipende ovviamente dal gusto, dalle esperienze e dagli orientamenti culturali del lettore. B.C.]

 

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5 Responses to Auto-antologie-3. Viola Amarelli

  1. rmorresi il 11 aprile 2016 alle 21:11

    a me piace tanto dove spezza tutto – o rimane sospesa

  2. daniele ventre il 12 aprile 2016 alle 14:52

    a me piace tanto e punto :)

  3. natàlia castaldi il 12 aprile 2016 alle 23:57

    a me Le nudecrude cose ha detto tante verità che intuivo senza riuscire a dare loro ordine. In un certo senso quel libro copertinaverdeacqua mi ha fatto trovare una chiave di lettura, non alla letteratura, ma al dolore, alla gioia, alla vita.

  4. Vincenzo Frungillo il 13 aprile 2016 alle 10:26

    Condivido l’apprezzamento di chi mi precede nei commenti, gran bella poesia quella di Viola!

  5. eugenio lucrezi il 20 maggio 2016 alle 11:35

    V.A. è una fortuna non solo che ci sia e ti parli e ti sorrida, è una fortuna anche che scriva poesia. che non solo è molteplice nei registri e polifonica ed disfonica q.b.: è poesia di voce che fuoriesce da bocca che sbrana i cretini.
    sull’orlo della fine fuoriuscite, siate gentili (amelia-amelia).



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