La banca

10 aprile 2016
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di Massimo Parizzi

La banca c’era sempre stata. Non che fosse impossibile distinguerla dagli edifici adiacenti, lungo la via o il ricordo, ma quel giorno era diverso: il ragionier Bruni Carmelo vi entrava assunto. «Assunto» non poté fare a meno di pensare «come l’Assunta». E ricordò un quadro visto a Venezia, la Madonna in alto che ascende al Cielo, ma in basso cosa c’era?

Era una luminosa giornata dei primi di marzo, e l’edificio, cui sempre più s’avvicinava, era diviso in verticale tra ombra e luce: una linea retta che tuttavia, in un punto, si spezzava senza causa visibile, disegnando nella zona che, ormai, si sarebbe detta riservata all’ombra, una forma geometrica, irregolare di luce. Carmelo la notò. La sua causa non visibile era alle sue spalle, come quella della linea che spezzava, ma questa, che sembrava sufficiente a se stessa (che errore!), nemmeno faceva pensare, a una causa. Carmelo non si voltò.

Piacevano, al Bruni, le associazioni di idee o, come avrebbe detto, le società organizzazioni club cerchie conventicole sodalizi circoli gruppi di idee. Anche se a volte – o proprio perché – dal caso nascevano direzioni obbligate e quel primo, allegro senso di libertà diventava un comando che escludeva non meno di riunire, che escludeva più di riunire, poi, sempre di più, fino…

 

La banca c’è sempre stata. Più grande d’un negozio, ma come i negozi allineata. Il fronte dei palazzi. Ed è proprio la mia banca, quella che più assiduamente mi scrive. Le sue lettere che vedo in casella; e se è voltata all’insù, lo so: per l’intestazione, per il rettangolo trasparente con il mio nome e indirizzo. Sono contento lo stesso. Ma se è voltata all’ingiù lo immagino. Il lembo della busta che, incollato, la chiude… È stato il direttore, a venirmi incontro. «Il ragionier Bruni, immagino.» E subito al mio posto. «Imparerà presto.» La chiesa, invece, è in una rientranza: la scalinata, il sagrato…

 

La giornata era passata per Carmelo. Prima le presentazioni ai colleghi – uomo uomo uomo uomo donna donna uomo; vecchia, carina; formale formale sportivo sportiva sportivo sportivo sportivo – e con tutti del tu; e poi dietro a lui la più vecchia, avesse bisogno d’aiuto, al computer, non so, o con qualche cliente, noi li conosciamo tutti ormai, tutte le situazioni. Anch’io sono un cliente, è la mia banca questa. Ah sì? Non ricordo… Non ricordava. Questo l’aveva proprio seccato e a pranzo, a bella posta, s’era seduto a un altro tavolino, con quello là, quello insignificante, con la pancia.

 

La mia prima giornata di lavoro. Ho iniziato una nuova vita, che alla mia età…

 

Il ragionier Bruni viveva in un appartamento in affitto con la moglie e una figlia di sedici anni, che lo lasciavano rimuginare la sera, tornato dal lavoro – prima quell’altro, adesso questo – visto che in compenso lavava i piatti e aiutava sua figlia nei compiti. Quella sera a essere rimasto in sospeso era il perché una banca si distinguesse dagli altri edifici. Perché si distingueva, questo era chiaro, come una chiesa. Un paragone che non riusciva a togliersi di testa; e non gli piaceva. Non gli piaceva che si potesse pensare (che si potesse pensare che lui pensasse) al “dio denaro”. E poi le chiese erano edifici a sé, spesso in rientranze delle vie, mentre di solito le banche facevano parte dei palazzi, del fronte dei palazzi…

«Carmelo, è pronto!» Il grido risuonò improvviso, stupefacente. Sua madre gridava così, non sua moglie, non Francesca: sua madre, per chiamare il marito, suo padre, sempre in sala a leggere il giornale, e lui, in camera sua, e dopo, senza di lui, ancora adesso…

Infatti, quando non erano insieme in cucina, e all’ora dell’è pronto c’erano quasi sempre, a chiacchierare o star silenziosi, a lavare l’insalata lui, cosa che odiava, o grattare il formaggio, un po’ meglio, quando non erano lì Francesca arrivava, non un grido, gli diceva «vieni» e punto. C’era di che stupirsi anche senza essere nervosi, e Carmelo un po’ nervoso lo era.

Comunque ci andò, in cucina, e… dio! dio dio dio… una bottiglia di spumante, sul tavolo, e quella smorfiosa di sua figlia a dirgli «auguri!», con un bicchiere in mano, e quella fatale di sua moglie a dirgli «auguri per il nuovo lavoro!», con due bicchieri in mano. Auguri. Come quando aveva aperto il primo conto corrente della sua vita, in quella stessa banca, come quando aveva comprato la sua prima macchina nuova.

«Be’, non mi sembra proprio…» abbozzò un sorriso, corrugò la fronte, teatrale, d’un tratto primo attore d’uno sketch, prendendo il bicchiere dalla mano della moglie, che glielo porgeva, lì sulla scena, in primo piano. Dissimulò, simulò. Erano raggianti, quelle due.

«Papà, sei sempre il solito.» «No, sono cambiato. Impiegato di banca, da oggi. Da oggi faremo i conti, capisci?», ammiccò a Giuliana, l’adolescente. «Farai i conti.»

Sembrava non capire, e invece capiva. Sembrava sempre non capire, e invece capiva sempre. Neanche l’ironia era suo monopolio, di Carmelo, in famiglia. Era distribuita. Terreno comune, luogo comune che se stringeva gli affetti apriva alla comunicazione, al dialogo, alla discussione, al contraddittorio, alla polemica. Inquietante. «Mmhh…» Era raggiungibile anche lì.

«Farò i conti, va bene, farò i conti.» Se era questo che voleva, metterlo al suo posto, un posto suo, dove lui avrebbe fatto… «Volete smetterla, voi due?», intervenne sua moglie tornando dal forno con una teglia di cannelloni. Ma che cosa avrebbe fatto, non lo sapevano.

 

Giuliana vuol mettermi al mio posto. A volte mi tratta, me suo padre, come un figlio. Ma se sapesse come lo desidero, un posto mio! La notte in questa, nella mia casa silenziosa, mi sembra un furto. Il respiro di Francesca… il respiro di Giuliana… Ed io a rubare, di qua. Loro non lo sanno. Poi tornerò a letto, accanto a Francesca. Le ho detto: «Poi vengo». Non più il silenzio, ma il suo respiro. Dov’è più difficile rubare, quasi impossibile, ma di qua… Un posto in banca ora ce l’ho, ma non è mio.

Un computer a destra, uno a sinistra. Un impiegato a destra, uno a sinistra. In mezzo io. Una linea una fila un fronte. Tutti che parliamo ad alta voce. Ad alta voce? No. Il fronte dei palazzi… a destra… a sinistra… Comunque parliamo, parliamo comunque. E facciamo gesti visibili. Mai il silenzio che c’è in chiesa. La rientranza d’una chiesa. Io e Francesca a letto, tra poco, uno accanto all’altro. Lungo una linea. Ed anche mio padre che lavorava in banca…

Ecco perché c’è sempre stata. Ecco! La prima elementare, e lavorava in banca, la prima comunione, e lavorava in banca. Da quanto tempo ricevo i suoi estratti conto? Venti, trent’anni? Eppure, ogni volta, è qualcuno che m’ha scritto. Per finta, ma m’ha scritto. Non vale, ma m’ha scritto. Prima la casella era vuota, poi è piena. E io sono contento. E anche se la lettera è come se ci fosse sempre, in casella, ci fosse sempre stata come la banca: si distingue lo stesso. Bianca.

 

Carmelo si staccò dal tavolo di quella che chiamava la sua “stanza”, e se ne staccò scuotendosi: una decisione che s’impose. Era giunto il momento. Conosceva quello svolgersi di pensieri, le parole che portavano una all’altra, e se all’inizio poteva sembrargli non ci fosse niente, poi, quasi sempre… sì, un senso di libertà, nessuno intorno, nessun confine ma uno spazio che si riempiva. Non doveva, esserci niente: soltanto le parole, niente. Una parola e non un’altra, che a volte gli sembrava di capire, ed era contento per questo, ma spesso non per quello che capiva.

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