Essendo il dentro un fuori infinito #9

15 aprile 2016
Pubblicato da

di Mariasole Ariot

Alessia cammina al rallentatore, ha un buco sulla schiena, tutto l’indicibile sofferto nella rotellina che l’accompagna. Gira a destra, si velocizza, gira a sinistra, si rallenta, la rotellina non gira mai, Alessia non cammina, muove piccoli passi come una tartaruga senza guscio.

Madre : della tartaruga che hanno mangiato i cani hai sepolto solo la corazza.

Ci ritroviamo nella zona scura del corridoio, Alessia mastica lentamente il pasto minore, si confonde con la lentezza dei tramonti che da quassù non servono a niente se non a mostrarci un cuore bollente nel cielo, un polmone agitato come noi lo vediamo : Alessia non ha gli occhi lenti : il mondo si muove velocemente, scosse telluriche sugli scogli, sulle mani, sulla testa. Alessia vede soli in movimento costante, soli che girano che vorticano impazziti come animali dalla testa troppo grande per essere afferrati.

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La messa a nudo è irrimediabile. La ragazza tartaruga si trascina lasciando la bava di lumaca fuoriuscirle dalla schiena

Hai una rotellina : girala

La rotellina è arruginita

Girala, fanne un cortocircuito

E così Alessia cortocircuita con il mondo, accompagnata dall’uomo zoppo che ha trovato nel campo aperto. Alessia ha messo radici come una pianta innaffiata per errore, dalla testa ai piedi è incistata nel pianto del prato, Alessia non vive, una vegetazione scomposta.

Alle due di notte ci ritroviamo nella zona dell’asimmetrie ordinate. Lei predica la notte, io le dipingo unghie nere sugli scogli : le sue mani sono rocce, diventano il tutto che non è dato scoprire, Alessia muove dieci passi e si ferma. Immobile, roccia come sono roccia io, nello stare accovacciata a due metri dal terreno. E la guardo.

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Cara S., il mio dolore è quantificabile con una manciata di terra caduta dalla luna. Ho un corpo al centro del corpo che continua a scalpitare, muove i primi passi poi demorde. Da fuori mi vedono ferma ma io dentro sto correndo, rischio un tribunale di incidenti, rischio di arrivare alla meta, ma la meta è sempre la metà di un’altra menzogna. Io non mi muovo, resto ferma nell’azzurro di questo cielo torbido quando c’è nebbia, aperto quando si spalanca. Cara S., mi cadono fiori nella bocca : ho le labbra accese aspettando un bacio. Dice una lingua per i benvenuti, dice una stretta, dice una rabbia. Qui nessuno la vede : sono invisibile, con l’elmo di Wagner sulla testa, una piccola presa in giro all’indecenza. A volte smetto di sforzare, mi siedo sulla grata e aspetto che qualcuno mi porti un caffé : fa male a dirsi, fa male a farsi, fa male il continuo rigirarmi lenta sul letto. Non servono i nastri di contenzione : sono già contenuta : il mio corpo è fermo.

Cara A., ti ho vista ridere la tua voce liberata, quando il tempo è fermo come il tuo corpo e noi sgattaioliamo tra le aiuole, nella sala dall’odore acre del giallo, ti ho vista chinarti per raccogliere una lingua, ti ho vista piangere come solo tu sai fare : in silenzio, con le lacrime all’indietro, acqua che entra dalle pupille e ricade sulla gola, ti ho vista baciare l’uomo azzurro, la promessa di un volto.
Qui, nella casa delle tre porte tendo l’orecchio per sentirti ancora cantare – una canzone metallica, vecchia di eroi e di nient’altro, una copia di un desiderio proibito, e mentre tendo l’orecchio si spezza, mi frantuma la testa in pezzi sconosciuti. Ho ancora una madre, le guardo gli occhi prima che cadano, e i miei, ferite sulle sue aperture. Ricordi il giorno dell’incontro? La rotellina girata a sinistra, il caffè scivolato per la rabbia sulla schiena?
Cara A., il dolore si lega ai nomi, ha un nome proprio : il tuo, il nostro. Scriviamoci come se non ci fosse il tempo per farlo.

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Mi hai raccontato la teoria del fratello sulla mela marcia. Tu – dice, sei la mela che si dilata per mangiucchiare le altre del cesto. Il padre è caduto, la madre è caduta, il fratello è uscito dalla cesta.
Sulla scia limpida di vecchiaia noi parliamo lingue dei disperati, armiamo le cellule più deboli per farne una spina : abbiamo gabbie nella retina e gabbie al centro della testa. Di tutto quello che possiamo dirci resta una figura cava, che torna come torna la dimenticanza. Tutto si accosta al divenire, io mi accosto, ti aspetto. Non arriverai mai : ti aspetto comunque. Arriverai comunque.

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6 Responses to Essendo il dentro un fuori infinito #9

  1. iole il 15 aprile 2016 alle 12:12

    avevo già letto qualcosa qui di Mariasole Ariot ( che ora andrò a cercare cercare cercare ) e come allora la sua scrittura mi aveva mangiata.

  2. AF il 15 aprile 2016 alle 15:09

    “Il mio dolore è quantificabile con una manciata di terra caduta dalla luna”.. Meraviglioso!

  3. n.a. il 17 aprile 2016 alle 08:37

    “ma la meta è sempre la metà di un’altra menzogna”

    E saperlo significa molto. Induce a un altro pensare/pensarsi.
    Un testo doloroso ma anche di sfida: alla vita in gabbia per dire magari che dai vuoti a volte guardiamo nascere altre parole.

  4. orsola puecher il 17 aprile 2016 alle 09:46

     

    fleurs

     
    Cara S., mi cadono fiori nella bocca : ho le labbra accese aspettando un bacio.
     

    Quand’ebbe bevuto, disse la nonnina: “Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino, fligliuola mia, che non posso fare a meno di lasciarti un dono […] Ti do per dono che ad ogni parola che pronunzierai ti esca di bocca un fiore o una pietra preziosa.”
    La ragazza arrivò a casa con la brocca piena, qualche minuto più tardi; la mamma le fece un baccano del diavolo per quel piccolo ritardo.
    «Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa…» disse la figliuola tutta umile, e intanto che parlava le uscirono di bocca due rose, due perle e due brillanti grossi.
    «Ma che roba è questa!» esclamò la madre stupefatta. «Sbaglio o tu sputi perle e brillanti! O come mai, figlia mia?» Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così, e in tono affettuoso.

    Charles Perrault LE FATE
    traduzione di Carlo Collodi
    da “I racconti delle fate

     
    “Arriverai comunque.”
     
    ,\\’

    • mariasole ariot il 17 aprile 2016 alle 16:36

      Ma che bello, Orosola! Grazie del rimando: coordinate geografiche della parola.

  5. sparz il 18 aprile 2016 alle 16:10

    “ti ho vista ridere la tua voce liberata”, ma che meraviglia, Maria Sole, grazie di questi testi. Ciao.



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