Collana Croma K (Oèdipus): un’anticipazione + un programma minimo

18 aprile 2016
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[Proponiamo un’anticipazione delle prossime uscite (Durante, Frungillo, Scaramuccia, Padua, Sirente) della collana Croma K (Oèdipus) curata da Ivan Schiavone, con un testo programmatico del curatore]

 

da Quarantore di Lorenzo Durante – Croma k 1

 

[1]

 

A chi il Nostro Figlio, il Nostro Ideale, il Nostro Cammino?

A Noi. Ti sopravviviamo, estremi, postremi, mal congiunti…

 

[121]

 

Morte corporale Sorella feroce;

Ne lasci un soffio in Noi, una traccia sulla lapide.

 

[157]

 

la Stanza del Figlio.

Assenza aperta/chiusa.

 

[167]

 

Sei morto, ma Ti sentiamo in Noi.

Non vuoi andare in Paradiso, vuoi ancora combattere.

 

 [197]

 

Interstizi tra Grida.

Fratture. Sussurri. Schegge.

 *

 

da Le pause della serie evolutiva di Vincenzo Frungillo – Croma k 2

 

S’ arriva ad invocare la propria parte di pena

quando in casa, l’ennesima,

si confonde la manopola dell’acqua calda

con la manopola dell’acqua fredda,

quando la città volteggia libera nell’aria,

polline di questi pioppi in primavera.

 

Si cerca la parola stretta nella storia

quando la società crolla

nel tutto si deve perché si può fare.

Si resta da soli a fermare la morte

mentre la si guarda arrivare,

come una funzione del nostro atto vitale.

 

Ci si ripete, tutta qui

la scienza appresa ad arte

dalla vecchia classe materiale,

quella d’un padre che s’inabissa

mentre il mondo straripa.

 

Ed ora vorresti una colpa tutta tua,

vorresti vederla fare ombra,

vorresti stanare i nomi dalla loro piega,

vorresti chiamarli fino a svanire

nel nucleo scintillante e parziale

della loro natura mortale.

 *

 

da Canto del rivolgimento di Federico Scaramuccia – Croma k 3

 

tra miraggi e clamori mire ed urla

un tanfo torpido le carni al macero

lungo l’errore cieco il labirinto

 

di sbieco un recinto

i corpi scarni in pace

e fuori a file chi crolla

 

*

 

a guardia delle rovine i randagi

dello strazio ficcato tra le crepe

la tenebra sepolta nella tenebra

 

mai ebbra rinvenne

dall’agguato la sete

tacita tarda la fine 

*

 

da Still life di Adriano Padua – Croma k 4

 

Scarnificare a segni il vuoto d’ogni inizio, marchiando imprimerne la superficie,

agire sull’esterno senza riempire, per fasi e pause aritmeticamente, nel ritmo

obliquo, declinato a contrarsi in assenza di suono, come fosse possibile davvero,

accumulando sottrazioni e linee, un logico non distinguere, istituire destabilizzati

nuovi processi privi di ogni ordine, svolti in devianza, ribaltamenti ai punti cardinali,

imprecisioni delle strategie, in direzioni buie, su strade dalle trame indistricate,

che vanno diramandosi a tornare, non arrivate ancora, improprie nel progetto

e proiettate altrove, percorse da silenzi, da polveri piovute a soffocare fuochi,

in mari dirompenti di mancanze, assidue e assuefacenti, che annegano se stesse

e annullano di sillabe la notte, scrivendola con simboli invisibili, per vanificazione.

 *

 

da L’ampiezza dello spettro di Ada Sirente – Croma k 5

 

18/05

 

Le luci che si spengono si accendono

sopra le pietre inutili del pavimento finto

marmo, il bianco, intorno biascica un

lamento iscritto in un pentagono

di plastica fino al silenzio

delle crepe rotte dell’intonaco

fino alle rughe delle vecchie

stese sull’attesa –

 

le luci si concedono alla resa

del buio in ogni casa, non, qui dentro

 

il tempo è inutile

come le pietre

stanno al finto marmo

*

 

Programma minimo per Croma K di Ivan Schiavone

Sappiamo sin troppo bene che qualsivoglia verità non è che lo strumento attraverso cui una cultura si dota delle basi per la costituzione di un identità normativa e disciplinante, a partire dalla fase postcoloniale novecentesca è divenuto via via sempre più manifesto come cultura e identità non siano che categorie concettuali attraverso cui, l’Europa prima e gli U.S.A. poi, sono riusciti a giustificare il proprio progetto di imperialismo culturale parallelo e, forse, più devastante di quello politico-economico. Nonostante ciò è impossibile non ricorrere a diverse verità nella costruzione e nella gestione delle nostre vite, tra questa serie infinita di atti di fede che puntellano la nostra esistenza vi è l’arte.

 

Mi è difficile considerare l’arte come qualcosa di diverso da una macchina da pensiero che agisce per tramite estetico, uno strumento, tra i diversi che ogni cultura possiede, di propriocezione di una determinata comunità in un dato momento storico. L’immaginario in cui ci troviamo a vivere è scisso: da una parte colonizzato dal capitalismo avanzato che attraverso i riti dell’informazione, della moda, del consumo e della pubblicità ci immerge in una presentificazione in cui il nuovo non è che la ripetizione costante dell’identico, dall’altro i residui disorganizzati di identità arcaiche passate al vaglio della destrutturazione avvenuta nell’ultimo secolo, ibridate nell’entropia indotta dalla migrazione generale. L’arte si trova a dover scegliere dunque tra la testimonianza di un immaginario colonizzato e il tentativo di rappresentare la complessità culturale in atto, complessità che se da una lato ingenera l’angoscia dell’insensatezza, dall’altro suscita l’ebbrezza della confusione tra le culture del mondo, in un processo di autodefinizione che si va svincolando da qualsiasi identità monolitica. Il fatto d’esser partigiani di un immaginario o dell’altro sarà questione di posizionamento politico o, al minimo, d’organicità alla classe sociale d’appartenenza.

 

Un’arte postidentitaria dunque, una poesia nello specifico, la quale dovrà fare i conti però con i paradigmi culturali da cui proviene, non potendosi aggirare le possibilità reali di comprensione di una comunità che non è mai una comunità che viene ma è sempre, spesso malgrado noi, una comunità vivente. Paradigmi che, per quanto riguarda la poesia, concernono lingua, organizzazione formale, contenuto.

 

La questione della lingua, dopo essersi posta l’ultima volta in Italia negli anni ’90 del novecento, sembra essere una questione superata da un’accettazione irriflessa e diffusa della lingua dei media, quando non direttamente progettata come standard dall’industria culturale, caratterizzata per lo più da povertà lessematica e prestiti dall’inglese, ibridata in poesia con un lessico ricercato, ma di provenienza letteraria, o desunto da linguaggi tecnici, a secondo delle tendenze neoliriche o sperimentali dei diversi autori, lingua che dà la strana sensazione d’essere in presenza di una sorta di esotismo linguistico intraculturale. Lingua poetica che mette in luce lo stato attuale di malattia linguistica in cui versa l’italiano, lingua impraticabile olisticamente a causa della settorializzazione dei vissuti e delle esperienze, che ben descrive la coazione linguistica, esperienziale ed esistenziale che caratterizza le nostre vite.

 

L’organizzazione formale dopo la rivoluzione totale operata dalle esperienze poetiche più alte del novecento sembra essersi risolta in una polarità convergente tra l’indifferenza formale più rozza e la riproposizione di esperienze pregresse pubblicizzate, in linea con la presentificazione di mercato, come novità assolute. Ciò risulta vero a tutti i livelli organizzativi: sintassi, metro o processo, singolo testo, libro. I poeti ultimi sembrerebbero avere la pretesa di rifondare con ogni nuova opera la grammatica della poesia ma si risolvono infine in ben meno pretenziosi idioletti che solo ci dicono del solipsismo delle medesime operazioni del tutto ignare del rapporto con la tradizione che ha qualsivoglia organizzazione formale sia in termini di continuazione che di opposizione, idioletti che rivelano l’ignoranza dei mezzi attraverso cui comunica il testo poetico che è approcciato con lo sguardo riduzionistico di chi nel discorso poetico è in grado solo di valutare un contenutismo di superficie legato a un organizzazione grafica, versale, stereotipa e immotivata. Lasciando poi correre la questione dell’organizzazione retorica, nuova o vecchia che sia, del testo, questione quanto mai fraintesa e ignorata con unanimità dal nostro panorama.

 

Se in ultimo ci soffermiamo sui contenuti della scritture attuali ci si offre una congerie variegata in cui convivono poesia confessionale, realismo liricizzato o straniato, paesaggismo linguistico o descrittivo, poesia morale passata al vaglio delle pratiche più alla moda, fantasmaticità desunta per riciclaggio delle nuove retoriche elaborate dalle avanguardie. Realismo e fantasmaticità, confessione e straniamento, moralismo e riciclaggio  sono tutte conseguenze, facili quando non problematizzate o considerate sino alle estreme implicazioni, del collasso identitario su cui siamo strutturati. Interpretazioni valide dunque, sebbene corticali, che rispondono all’opacità della situazione in atto a partire dalla semplice testimonianza della realtà esperita, esperienza interiore, realtà oggettiva o oggettivata che sia, interpretazioni nelle quali abitano soluzioni di comodo ad un problema collettivo, soluzioni consolatorie che alla radicale messa in discussione a cui ci costringe il momento rispondono con la voce del rifugio, voce che predilige la riproduzione all’interpretazione, senza essere in grado di comprendere che ogni riproduzione è interpretazione, asserzione, manipolazione, cultura.

 

È per la necessità di testimoniare ciò che eccede l’esotismo e la povertà linguistici, l’ignoranza e il riciclaggio formali, il rifugio, il consolatorio e la sciocca riproduzione, che si è sentita la necessità di dar vita ad una nuova collana di poesia, nella speranza di riuscire a dar conto di quelle esperienze che sulla consapevolezza della stratigrafia dei livelli di significazione su cui si costruisce il testo poetico, e quindi sulla progettazione dell’opera quale significazione complessa, han fondato il proprio operare estetico. È curioso quanto appaia povero questo programma minimo, povertà che ben ci dice della volgarità a cui si è ridotto il panorama intellettuale che pur tuttavia è il nostro, che dobbiamo sperare non sia consegnato in eredità alle generazioni che vengono.

 

Una poesia come macchina da pensiero, una poesia tesa alla costruzione di un’immagine del mondo, una poesia conscia della propria artificialità in contrasto con qualsivoglia naturalità inesistente e impraticabile, una poesia fondata su una tradizione vissuta dialetticamente, in cui la relazione tra l’ora e l’allora ci racconti le identità delle comunità viventi, una poesia che abbia la sfrontatezza di dire questo mondo, nel suo essere tragico, estatico o gioioso che sia, una poesia attuale, che non abbia paura del proprio essere politico, e che non lo sia per consuetudine, per interessi di parte e di partito, una poesia psicoattiva, una poesia che si regga su allegorie indeterminate dal gioco di rifrazione infinita dei sensi figurali nell’attrito tra  le culture del mondo, una poesia d’archetipi, di sincronie, una poesia basata sul montaggio, sulla sedimentazione di materiali eterogenei, sul processo, sulla costruzione, sul precipitato semantico, sulla consapevolezza metrica, una poesia ibrida e ibridata a partire dalle arti, ma che non giustifichi con tale ibridazione la propria miseria, una poesia disinibita che non si conformi ai paradigmi dell’ora, che costruisca le proprie genealogie altre, una poesia sintetica, fecondata dalla tecnica in avvenirismi scevri di rozze nostalgie e che tenti il primitivismo più violento, chiamando in causa il processo di artificializzazione totale in atto, una poesia come traccia del passaggio di energie, forze e intensità, una poesia come secolarizzazione del rito, ultima forma di sacralità concessa a questo tempo vinto dalla religione della tecnica e della scienza, una poesia come mistero, come eccedenza, come mito in cui la zona d’ombra tracimi oltre il chiaro, una poesia aperta al dialogo e che rigetti la partigianeria sterile in nome della convivenza dell’alterità in un progetto di testimonianza complesso. Una poesia come menzogna, per parossismo e consustanzialità al processo di falsificazione insito nel linguaggio, una poesia come verità, quindi. Una poesia che preferisca essere invece che rappresentare.

 

Questo programma minimo sarà adempiuto con la parzialità di chi è implicato in prima persona nella costruzione dell’immaginario poetico attuale, nella speranza di riuscire a tracciare i profili incongrui della bellezza barbarica che sta mutando questa terra sin troppo prosastica, nella convinzione che spetti anche alla poesia il compito di chiarire il senso di questa nostra minima avventura umana ponendo il lettore d’innanzi a un’evidenza, l’evidenza del reale.

 

 

(Croma k, collana di poesia diretta da Ivan Schiavone, Oèdipus edizioni)

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