Bracciate #2- Dario De Marco

22 aprile 2016
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Il secondo racconto della rubrica Bracciate è « Il triangolo del crimine », raccolto da Dario De Marco. Costui ha fatto il giornalista per quindici anni, collaborando con prestigiose testate (Repubblica, Sole24ore, Mattino, Blow up…) e contribuendo a fondare il compianto mensile Giudizio Universale; poi si è disintossicato e oggi lavora in una pizzeria in provincia di Torino. De Marco ha pubblicato finora due autobiografie, una in forma di romanzo (Non siamo mai abbastanza, 66thand2nd, 2011) e una in forma di saggio (Mia figlia spiegata a mia figlia, LiberAria, 2014). Aristide Maselli è suo cugino.

IL TRIANGOLO DEL CRIMINE

un finto noir di Aristide Maselli

Ponte Estaiada

 

Destino paradossale quello di Aristide Maselli. Brasiliano puro, ma con un nome-e-cognome che ne denuncia le chiare origini italiane, eppure pressoché sconosciuto qui da noi. Nato e cresciuto nello Stato di Minas Gerais, e quindi mineiro, che alla lettera vuol dire minatore, è invece di famiglia tanto ricca che non ha mai dovuto lavorare per vivere. Tessitore di trame linguistiche complesse, che ibridano il portoghese letterario con localismi dialettali e perfino inserti di lingue indie, è inedito in patria e pubblicato solo in Argentina, quindi in traduzione spagnola; beffa suprema, la sua gauchissima casa editrice ha un nome brasiliano, Grande do Sul.

È uscito l’anno scorso il suo secondo o forse terzo libro, che l’editore ha con scarsa originalità intitolato El triàngulo criminoso (nel risvolto di copertina si lascia intendere che il titolo caldeggiato dall’autore fosse un altro, senza però rivelare quale). È una storia la cui geometrica semplicità sfiora i limiti del didascalico.

[Attenzione: spoiler. Nelle righe seguenti viene rivelata in tutto o in parte la trama dell’opera]

Guilherme Blanco detto Billy, investigatore privato alla fine di una carriera che non è mai iniziata davvero, riceve un incarico inaspettatamente prestigioso, da parte dell’industriale Arnaldo Antunes. È lo stesso Antunes che piomba personalmente a chiedergli aiuto (non ci viene risparmiato il topos del noir vecchio stile, l’incipit con il cliente che entra nell’ufficetto mentre l’eroe indolente fuma e beve con i piedi sul tavolo: ironia metaletteraria? Speriamo), e Billy accetta anche se il compito gli sembra subito superiore alle proprie capacità. Sostiene Antunes che tale Francisco “Chico” César (l’azione si svolge tra i sobborghi e la City di una São Paulo irreale) si è messo in testa, chissà perché, di ucciderlo. Ma siccome appunto le motivazioni sono oscure e gli indizi labili, l’industriale teme che a proteggerlo siano insufficienti i gorilla di cui dispone a iosa, e tanto più l’intervento delle forze di polizia. Blanco dovrebbe seguire i movimenti di César, carpirne il movente e nel caso prevenire gli attentati alla vita di Antunes. L’investigatore si mette all’opera.

Man mano che l’indagine va avanti e gli elementi di prova si accumulano, Billy Blanco si imbatte in luoghi circostanze e persone che gli ricordano i vari episodi di una carriera costellata di insuccessi: delitti irrisolti, omicidi non evitati, tradimenti rimasti nascosti, fughe di notizie non arginate. Si inseriscono quindi nel romanzo tanti segmenti narrativi autonomi, a volte brevi, a volte invece brevissimi; un espediente che ci piacerebbe definire postmoderno, ma che alla fine è antico almeno come Boccaccio o le Mille e una notte. Questo procedere per frammenti ha però l’effetto, non si sa quanto voluto, di distogliere il lettore da un fatto rilevante. Prima ho scritto: man mano che l’indagine va avanti, che gli elementi di prova si accumulano. Avrei dovuto scrivere: man mano che l’indagine non va avanti e gli elementi di prova non si accumulano. Quasi subito infatti Billy scopre l’essenziale su Chico César: passa quattordici ore al giorno nel suo negozio di ferramenta, uscendo solo per tornare a casa; all’apparenza è una persona pacifica e fisicamente è tutt’altro che un energumeno; non sembra figurare tra le conoscenze, presenti o passate, di Arnaldo Antunes, né vengono a galla collegamenti anche indiretti tra le vite dei due. Con un ritardo esasperante, quasi surreale (d’altra parte il fatto che i protagonisti abbiano tutti e tre il nome e il cognome che iniziano con la stessa lettera, come i personaggi dei cartoni animati; il fatto che queste lettere siano A, B e C, proprio come gli angoli di un triangolo; il fatto infine che tutti e tre si chiamino come famosi cantanti brasiliani: sono cose che non contribuiscono certo al realismo del libro), finalmente Billy capisce che c’è qualcosa di losco, e che è su Antunes che dovrebbe indagare. In un lungo e appassionante capitolo il detective scava a fondo nel passato del capitano d’industria, gettando luce sulla sua misteriosa ascesa nel panorama della capitale economica, e scopre legami imbarazzanti, corruzione, sfruttamento di minori e altre efferatezze; è al fine in grado di mettere a frutto le sue capacità investigative, sente che la sua mediocre vita è riscattata; purtroppo nell’ultima riga del capitolo si capisce che è solo un programma, meglio una fantasia, un sogno a occhi aperti di Blanco.

Il giorno dopo, mentre per l’ennesima volta parla con Chico fingendo di essere un cliente, Billy ha l’illuminazione: non è César che vuole uccidere Antunes, ma Antunes che vuole morto César; e il braccio armato, tanto più efficace in quanto non consapevole, il killer designato sarebbe proprio lui, l’investigatore. Billy interrompe la conversazione e si precipita verso la porta, deciso a uscire per sempre da quel negozio, e da quella storia, quando l’anziano ferramenta che già era sospettoso (non si entra più di due volte in un negozio semideserto della periferia, facendo domande da inetto al lavoro manuale, senza farsi notare) lo aggredisce con una chiave inglese. Segue l’unica scena veramente d’azione di quello che pretenderebbe di essere un noir: la colluttazione è lunga e patetica, Billy cerca di difendersi con un trapano spento, ma senza troppa convinzione, sembra quasi che preferirebbe morire piuttosto che assecondare il piano diabolico di Antunes. Mentre César sta per sferrare il colpo decisivo, Blanco ha un’altra intuizione, che capovolge nuovamente la lettura della trama: il regista malintenzionato è sempre Antunes, ma la vittima predestinata non è il commerciante, bensì lui stesso; è l’investigatore che deve morire. E muore, perché quando cerca di sottrarsi (per salvarsi la vita, ma anche per sventare la trama del criminale, per non morire da marionetta com’è vissuto), è troppo tardi.

A questo punto avvengono ben due colpi di scena, uno stilistico e uno propriamente di intreccio. Bisogna premettere che il Triàngulo è scritto tutto in seconda persona, cioè al protagonista Billy Blanco lo scrittore dà del tu, oppure, specularmente, il lettore viene chiamato Billy, identificato con lui. È una scelta stilistica non frequente, ma neppure del tutto inedita, e nel caso di Maselli addirittura ripercorre la strada seguita nel suo romanzo d’esordio, Stringiamoci a corte: che è una finta autobiografia del suo alter ego italiano – della persona che Aristide avrebbe potuto essere se i suoi avi non fossero in massa emigrati nel nuovo mondo – e contemporaneamente una storia moderna d’Italia vista attraverso la lente del calcio, delle partite della nazionale ai mondiali. Diciamo che lì il “tu” aveva una ragione anche in relazione al contenuto, mentre qui può sembrare un semplice artificio. Fino alla fine del penultimo capitolo, che termina così: “Lo capisti solo allora, lo intuisti in che senso girava quel perverso triangolo virtuale, proprio un attimo prima che quell’esagono (un esagono! Quell’inutile superfetazione d’infiniti triangoli) fin troppo reale, fatto di inossidabile acciaio, entrasse dalla tempia sinistra nel tuo cervello, ponendo fine al suo incessante montaggio e smontaggio della realtà. E un attimo prima di perdere, per una volta vincesti. O almeno, questo è quanto piace pensare a me”.

Si gira pagina e si scopre che la voce narrante, la mai esplicitata prima persona, appartiene a Eliane Elias, la fidanzata del detective. Che ricostruisce a posteriori tutta la vicenda; e nell’ultimo capitolo vi entra in prima persona, diventando protagonista, anzi deus ex machina. La sua azione decisa ci riserva infatti un altro colpo di scena sicuro, e forse uno ulteriore ancora nelle ultime righe: pur non essendoci un vero e proprio “finale aperto” (quest’altro parassita del postmodernismo), Maselli affaccia un sospetto, e quasi con sprezzo l’abbandona alla malizia del lettore, ne faccia egli quel che vuole. A questo punto, però, raccontare oltre è davvero impossibile.



 

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