Congiungimenti

29 aprile 2016
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hervé bordas 2di Domenico Brancale / Hervé Bordas

da CONGIUNGIMENTI

 

I primi cinque anni della pubblicazione Congiungimenti (2010-2015) raccolti in un unico volume.
Testi di Domenico Brancale, 32 disegni di Hervé Bordas. A cura di Silvia Soliani, con  una nota di Vito M. Bonito. Tiratura di 200 esemplari.
Edizioni Prova d’Artista, Venezia, Galerie Bordas, 2016

 

 

ESECUZIONE 1

in te riposto il segreto… non una nudità
se non ci fosse la parola che costringe
al silenzio… in te seppellito il seme…nel
nome la carne… ora non siamo più noi
se non è l’altro che comincia a parlare…
riconsegnati a un volto che fa fede al
sangue… in te respirato lo sperma… c’è
ancora aria da scavare in questo profondo
distante esserci accanto… non bastano
più le linee alle nostre mani… all’altezza
del tuo orecchio nessun eco c’inganna…
al presente ama… al presente alle voci non
lasciare lore brancolare… non smettono
di uccidere il vivente… una chiusa di te
lasciaci entrare… lascia sia luce di
solstizio ogni cosa che vuoi respirare…
le reti gettate a largo dell’amare…

ESECUZIONE 2

messo a dimora nessuna voce franca…
per credere al sale degli occhi di chi deve
restare bisogna voltarsi… tu ripetuto a
mente per confondere io… qui avanza
la persona che sta dietro il volto…
qui risuona attraverso questo essere
irrimediabilmente traccia fossile d’istante…
lungosenna… sarà sempre questa la notte
in cui il volto della poesia annega…
vivendo accanto alle proprie rovine…
ognuno parla con la colpa dell’amore…
pietre piangenti non sono che pallori in
fondo alla tua gola… avevo appena versato
le mie prime lacrime nere… il muco che mi
colava dal naso era nero… anche lo sputo
era nero… pisciavo nero e non avrei mai
voluto imparare a parlare…

*

coloro che s’incontrano. sono l’incontro già avvenuto.
le stelle lo provano. brillano. brillano accanto nella notte
dell’occhio che non può aspettare. la notte cieca domanda
il cammino. tu lo conosci. percorso e ripercorso da una
lingua all’altra. abbiamo morso la mela. sono andato di
nuovo sul Ticino. cercavo un arbusto cui aggrapparmi.
la chioma di Berenice. cercavo e non trovavo. fino a
quando rimase solo una sponda di fronte al canto del
naufragio. e nessuno s’infrange più nell’altro.
nessuno intravisto.

*

Fino a che punto stare accanto al ronzio delle api.
Nello sciame del sangue. Assediato.
Fino a che punto non dimenticare la parola.
Quella per cui si fece avanti il respiro
ammaestrando il silenzio. Fino all’ultima stilla.
Alla certezza di essere nessuno. Come qualcuno sempre.

*

impenetrabile spessore sull’anima
dev’essere qui

la nudità

quella che tu parli

e il vento il vento ma avvento che soffia da dentro
dentro canna dentro ossa
ovunque corpo dovunque senza

« e tutto il resto
ma il resto è cronaca che si consuma »

dove non essere stati era il sogno che non conosce
luogo per morire

se solo anch’io trovassi un orecchio per terra
« e ancora non fosse morte lo spazio bianco che segue »

*

se bastasse l’oblio… se almeno bastasse per mettere
a fuoco quell’unico punto dove il luogo non ha più
dimora, dove il verso non dichiara direzione…
nel vicinato nulla… presso quel sempre cominciamento…
a finire… in cui fiato e sangue impastano lo scafo
del nostro avvenuto… in quella periferia lontana
indiscriminata anima al largo di ogni possibile incontro…

se solo ci fosse nell’oblio un solo spiraglio per la
memoria… di cedere… di cedere… di cedere…

se solo bastasse la cancellatura di ogni debita distanza…
se tu fossi qui e io smettessi di dire tu… qui immediatamente… portando ogni mio arto dentro il tuo…
ognuno alle prese con le proprie giunture…
a farsi innesti… essendo illimiti… avverandosi al di là
della pietanza… e tu smettessi di essere qui…
dove saprei solo… essere diverso dove…
ora voltarti… ora prenderti… ora stretta…
ora scavi… ora vene…

e poi tacere fino al prossimo sussurro di ogni attimo
vivo… l’orizzonte in luogo di noi… Eufrasia…

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