Da “Epica dello spreco”

30 aprile 2016
Pubblicato da

di Laura di Corcia

 

3.

Che cosa si prova a non avere

più una mammella

da succhiare,

che cosa si prova a scoprire

che l’asfalto brucia la pelle?

Ricordo il mio stupore, da bambina,

che la bicicletta era una scuola dura.

Rimanevo a bocca aperta

sotto il cielo

prima ancora che nascesse la paura.

Le ginocchia sanno tutto,

conservano i segni, le scorticature.

Bisogna starle a guardare

con pazienza,

capirle a suon di carezze.

Che cos’è un ginocchio?

Un osso a punta,

che ti ricorda quel cielo

e tutto il resto che andava avanti

mentre tu eri ferma, infiammata.

Sappiamo tutti cosa c’è

sotto la pelle:

sputi e grida

Caravaggio e santi.

 *

 

4.

Il lago ha questo vizio del colore pieno

(e del bosco; e del tonfo)

ha l’allegria attonita di una mosca contro il vetro.

Non è orizzontale,

ma di una verticalità che piomba, che srotola verso

lo zolfo, il terrigno del profondo nulla

che ci contiene e ci origina.

Così, in silenzio, ci dicevamo queste storie

contro le montagne alte, e molte altre

che erano diverse, ma consustanziate al lago.

 È di queste appartenenze lontane

che si riempiono le cose.

 *

 

10.

Lombardia è come un sogno di Purgatorio eterno

che a saperlo prima avresti scelto il male e l’Inferno

è un fiume che non vuole saperne di arrivare al mare.

Viviamo una storia inutile, senza sbocco:

è una ruota bucata che non si rompe mai

una preda che non hai voglia di inseguire.

Non è la fine che spaventa

ma la radura, il girotondo di certi sentieri.

 *

 

24.

Non puoi pensare di averci capito qualcosa

se non ti rendi conto che sei vittima almeno di due vettori

che sei incastrata in un gioco di forze

e sei il risultato di un’osmosi, di un equilibrio

momentaneo, già pronto a tradirsi:

sei vissuta da fili opposti, catene

che tirano ognuna verso una specie di redenzione.

C’è da sperare con tutte le forze nel suicidio volontario (a volte capita)

o che uno diventi gregario, o ancora che quell’altro

muova un passo verso il primo (e idem il primo verso l’altro).

La cosa veramente importante è vedere questo gioco,

rifletterlo in trasparenza ed evitare di usare la parte per il tutto

nella guerra del mondo, non trasformare il vettore in persona:

non soccombere alla sineddoche, ma vivere tutto come riflesso

(sopportare il gioco degli opposti).

 *

 

26.

So scavare negli scantinati a lungo con rigore e tenacia

e se ti dico che eh, sembra che faccia altro, tu non crederci:

sappi che questa che scava e scova sono io, è un’altra

che mi fa da contorno e non posso mai definire

ed è una specie di Laura sbrindellata che scava e scava finché non trova un mostro

a cui dire, dai fai schifo, dai faccio schifo:

(ma chissà perché non riusciamo a levarci dalla melma)

(che è coazione a ripetere, alchemica ossessione di trasformazione)

(ma che, intendiamoci, prima che il piombo si indori ne deve passare)

(non possiamo perdere tutto questo tempo con i perfezionismi)

(l’Inferno è il risultato del Paradiso, direi)

 

*

Laura Di Corcia, Epica dello spreco, Dot.com Press, Milano 2015.

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4 Responses to Da “Epica dello spreco”

  1. véronique vergé il 30 aprile 2016 alle 20:21

    Mi incanta la poesia 1 la sua forma leggera, una corsa nel mondo,
    un piacere e un dolore,
    un avventura nell’infanzia.

    Una cicatrice.

    ho una minuscola cicatrice sulla ginochia in forma di luna
    quasi invisibile con gli anni
    so che è li.

  2. Valeria F. il 3 maggio 2016 alle 15:26

    I versi più belli per me questi:

    “Non è la fine che spaventa
    ma la radura, il girotondo di certi sentieri”

    V.

  3. natàlia castaldi il 4 maggio 2016 alle 15:52

    belle, Laura, belle dense di vita e riflessioni.

  4. Vincenzo Frungillo il 4 maggio 2016 alle 17:26

    Gran bella poesia. Una voce autonoma, testimoniata da immagini originali e sempre potenti. Di questi tempi non è poco.



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