Reperti

12 maggio 2016
Pubblicato da

calderon

di Davide Orecchio

Adesso non lo so se questo possa interessare ma lui e lei poco prima che iniziasse il Calderón di Pasolini s’appassionavano a tutto un loro discorso sulle mozzarelle, che lei preferiva a treccia, non di bufala decisamente, “le migliori sono le pugliesi”, lui pochi istanti prima che si alzasse il sipario la informava che ne aveva ordinato un chilo, di mozzarelle cosiffatte, nel negozio di leccornie di X, e adesso che il sipario si alza sul Calderón e il buio ci prende tutti nella sala e azzittiamo, lui fa in tempo a sussurrarle: “ho comprato anche due soppressate”, poi due ore e mezzo di sogni, fascisti, franchisti, anarchici, borghesi, puttane, operai, padri madri e figlie, studenti, potere, fino all’ultimo risveglio di Rosaura nel lager dove ha sognato gli operai di Barcellona nell’atto di liberare il mondo con le bandiere rosse e urlare a tutti: siete liberi, ma Basilio, il marito, di nuovo a correggerla: “Un bellissimo sogno, Rosaura, davvero / un bellissimo sogno. Ma io penso / (ed è mio dovere dirtelo) che proprio / in questo momento comincia la vera tragedia./ Perché di tutti i sogni che hai fatto o che farai / si può dire che potrebbero essere anche realtà. / Ma, quanto a questo degli operai, non c’è dubbio: / esso è un sogno, niente altro che un sogno”, giù il sipario, addio Pasolini e, una fila dietro, lei, senza applaudire, prende a gridare quanto le sia piaciuto questo spettacolo “perché – spiega a lui – tutte le donne hanno un sogno, capisci? Lei aveva il sogno degli operai, l’altra aveva il sogno del figlio”, senza applaudire escono, c’è un episodio del film I mostri, i nazisti fucilano uomini, donne e bambini contro un muro che lui, spettatore nella sala del cinema (l’attore era Tognazzi), fumando col disincanto mostra alla moglie e le dice: “ecco, vedi, per la villa in campagna dovremmo costruire un muro così”, c’è una classe esistenziale, invincibile, attraversa la vita e la storia con la flemma subacquea di un sottomarino Seawolf, di ottusità inossidabile, cinismo e indifferenza extraduri, ha la coscienza inattaccabile inox, la sua resistenza al tempo fu forgiata negli altiforni di Martin Siemens, viaggia sotto il tempo, sotto la storia, ha il privilegio di possedere la coscienza che possiede la forma di un corpo, spesso quando emerge essa è un mammut calcarenitico, non friabile, forse di nichel, dopo la cementificazione, eppure elastico e invulnerabile, senza talloni, talmente elastico e invulnerabile da imporre il proprio senso al mondo che, poverino, vorrebbe avere altri significati, ma questo ceto esistenziale ha già i propri e, quando emerge nella storia, nella vita, impermeabile, idrorepellente alla storia, alla vita degli altri, esso getta i propri siluri con propulsione ammirevole, con cinismo incantevole sul mondo che ha guardato distrattamente, cinicamente dal periscopio, dando al mondo le forme che già conosce, e quindi il muro nazista per la villa in campagna, non ha la malizia o la conoscenza dei borghesi di Pasolini eppure, forte di una coscienza mammut che ha il privilegio di avere persino un corpo, la classe esistenziale è la più forte perché, unica al mondo, dura nel tempo e nella storia senza comprenderli, senz’averne bisogno, essa è nata probabilmente in una fonderia dove Efesto la combinò da due elementi, l’umano e il geologico, oppure bruciando alberi e terra in una melma che partorì questo Uruk-hai che non è scalfito dal mondo, dalle parole di Pasolini, dal petrolio che contamina il Mediterraneo, dalle case di cartapesta che cadono nel nostro Paese, dalla migliore gioventù massacrata in Egitto, dall’olocausto che avviene nel Mediterraneo, questa classe esistenziale è la sola al mondo che abbia la resistenza, è quasi immortale, geologica, chimica, metallurgica, il più delle ore è sommersa ma quando emerge il sottomarino, e proietta la sua coscienza in forma mammut, essa ribadisce che ha vinto, vince e vincerà sempre.

Immagine da:
Calderón
di Pier Paolo Pasolini
regia Federico Tiezzi
drammaturgia di Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi
http://www.teatrodiroma.net/doc/3612/calderón

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Quando muore un’artista, un artista muore

reperti 4

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«Infine, la sepoltura»

molotov

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Bauhaus
Ha quasi un secolo, il nonno materno mai conosciuto alla fine degli anni Venti la comprò sul modello Bauhaus per le sue natiche giovani, sode, per studiare, studiare, studiare ingegneria e laurearsi, fu ingegnere ferroviario trasmise la sedia alle due figlie per le natiche giovani loro, sode, per studiare, studiare, studiare una lettere e filosofia l’altra biologia e laurearsi, il nonno materno mai conosciuto morì su una via consolare in auto contro un pino, Barbalbero fermò la vita del nonno materno, la velocità dell’homo faber ingegnere uomo del treno volse all’epicedio, il legno del tergale è spesso un centimetro e mezzo, la seduta ha due centimetri e mezzo, la sedia la costruì a Roma la ditta Cova che aveva uno studio pure a Milano, nello studio e camera da letto della casa paterna, materna, le figlie crebbero, poi se ne andarono, la nonna materna rimase sola non usava la sedia non studiava aveva una consolle di mogano per il trucco e cento cassetti dove riponeva gli anni passati e scatole di cucito e fotografie, un ripostiglio dove stendeva i panni issandoli in alto su per un’architettura di spago e plastica come bandiere, la nonna materna viveva da sola, vedova temeva i furfanti senza immaginare la visita del ladro singolare che le entrò in casa un giorno non per rubarle i soldi e neppure un oggetto ma tutti i significati, i valori, ogni storia che animava gli oggetti, il ladro singolare portò via tutte le anime alla nonna materna, in seguito identificato nelle generalità del signor Alzheimer il ladro non è mai stato preso, la refurtiva mai recuperata, la nonna materna nel suo ultimo anno di vita siede con me al tavolo da pranzo e offrì la mano: Piacere, mi chiamo B., ho un nipote della sua età, a diciott’anni rincontro la nonna materna versata nella bara candida circondata da fiori, il suo naso limpido sale dal bordo, supera le ghirlande, quasi la punta di una freccia incoccata e tesa e pensai: morire non le ha cambiato la vita, ma non sempre è così, mi fu trasmessa la sedia in stile Bauhaus e negli anni dell’università la usai per studiare, studiare, studiare come morì Trockij, per dire, e i suoi figli e come morì il figlio di Wilhelm von Humboldt di malaria a Roma, per dire, come morivano i nobili in Francia quando la rivoluzione dilania i corpi, squartano il corpo del nobile, sradicano gli organi al nobile, presero il cuore e lo sollevano per una processione nel recinto del feudo, come morivano i commissari bolscevichi nei primi anni della rivoluzione, per dire, nella carestia, affamati, requisitori del comunismo di guerra, spediti dalle città a prendere l’eccedenza di grano dai contadini, il commissario bolscevico ritrovato ai piedi dell’albero col ventre aperto, le viscere esposte, strangolato nel suo intestino, studiai anche quello, per dire, mi laureai in storia della morte, la sedia in stile Bauhaus serve tutt’ora in questa postazione dove sono le grammatiche del tempo, della storia, un po’ della carta che serve per trattenere la storia, memorie e conoscere, conoscere, conoscere, connettere, imparare, ricordare, capire, questi sono i libri e c’è la sedia per leggerli, lo studio è l’arma contro il signor Alzheimer che si aggira qua intorno nel suo potere osceno di istupidirti, derubarti del significato, della historia, l’unica anima è connettere, conoscere, ricordare, conoscere connettere ricordare sono i tesori che ruba il signor Alzheimer, degno patologico figlio del secolo, la sedia ha quasi cent’anni, è ancora comoda, nidi di tarlo, orme di ruggine, impronte di natiche di nonni, figlie, nipoti, sullo schienale una targa di latta e un messaggio inciso: “Si accomodi, signor Alzheimer. Siamo pronti a sfidarla, noialtri istoriatori di fossili”.

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