Pistoia è sul mare. Lo stupore e il rischio della proposta

20 maggio 2016
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L’articolo è uscito, sia in forma cartacea che online, sul secondo numero del giornale bimestrale dell’Associazione Palomar. Qui il sito dell’Associazione politico-culturale, che ha sede a Pistoia, dove sono reperibili tutti i numeri del giornale, gli eventi e l’archivio delle attività (ndf).

di Nicola Ruganti

Pistoia è Capitale italiana della cultura 2017. Con l’assegnazione di questo riconoscimento è stata premiata la connessione tra storia della città e progetto di governo votato nel 2012. Il silenzio operoso dell’amministrazione ha dato i suoi frutti; il risultato è evidente e conferma che il lavoro sui pensieri lunghi è attuale ed ha senso. A pranzo di lunedì 25 gennaio ero con un amico alla trattoria San Vitale; ci interrogavamo su quale sarebbe stata la città designata; abbiamo commentato che Ercolano tra le candidate fosse molto esposta mediaticamente. Poco dopo, in consiglio comunale, il sindaco ha raggiunto la sala di Grandonio e ha annunciato il riconoscimento all’assemblea cittadina: emozione e tra i presenti anche qualche lacrima. Perché siamo stati colti dallo stupore? Perché tutti abbiamo festeggiato e tutti eravamo increduli? Che c’entra Pistoia Capitale della cultura se in Italia ci sono Firenze o Venezia? Prima informazione necessaria: non si partecipava alla selezione inviando una cartolina. Così l’incipit del bando per la Capitale italiana della cultura: “L’iniziativa di selezionare ogni anno la ‘Capitale italiana della cultura’ è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la conservazione delle identità, la creatività, l’innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo.” Insomma si premiava il progetto e la capacità della città di sostenerlo. Quando queste informazioni si sono diffuse capillarmente la città si è attivata ma al tempo stesso non si è discostata dalla meraviglia unita all’atteggiamento brusco e guardingo che abbiamo mantenuto nel tempo. Un po’ come se ci avessero detto, e ce lo avessero detto da Roma, a Pistoia c’è il mare. Mi sono, così, ricordato di una bella poesia di Ingeborg Bachmann: La Boemia è sul mare.

[…]

Venite boemi voi tutti, gente del mare, puttane dei
porti e navi
disancorate. Non volete essere boemi, illiri, veronesi,
e veneziani voi tutti. Le commedie recitate che son
fatte per ridere
e inducono al pianto e cento e più volte sbagliate,
come me che tanto ho sbagliato e prove mai ho
superato
sì, l’una e l’altra volta le ho superate.
Come la Boemia le ha superate e un bellissimo giorno
il mare le fu donato e adesso è sul mare.
Io confino ancora con una parola e con una terra
diversa,
io confino, anche se poco, sempre più con tutto,
un boemo, un errante, che nulla ha, nulla trattiene,
capace ancora soltanto di vedere dal mare, che è
controverso, la terra della mia Elezione.

 

Pistoia è sul mare, dobbiamo prendere consapevolezza di ciò che è successo in questi anni: sono ormai in atto progetti che trasformano la città in modo radicale: la trasformazione dell’area del Ceppo e la Capitale della cultura fanno già parte della storia della città di oggi e di quella che sarà. E per quanto riguarda la parte economica? Con i finanziamenti si aggiusteranno le buche? Certo che sì; dovrà essere così. Tutto, in una città che si aggiudica un riconoscimento così importante e storico, deve tendere a far sì che Pistoia sia pronta anche dal punto di vista infrastrutturale, in centro, ma soprattutto in periferia, nella piana, in collina e in montagna. Il milione di euro di contributo per le attività del dossier Capitale 2017 era già finanziato dunque avremo soldi in più nelle casse del Comune, ed un milione in più, per gli enti locali di questi anni dieci, significa respirare. Quel milione attrarrà altri finanziamenti e parteciperanno molte persone: alle mostre, alle iniziative, alle manifestazioni. È importante leggere il dossier: rispecchia la città, è un modo per ritrovare ciò che si conosce e scoprire ciò che in città non si è mai incontrato. Guardandosi allo specchio ci poniamo alcune domande: cosa genera la cultura? Di quale cultura stiamo parlando? Negli anni novanta (gli anni sessanta, settanta e ottanta appartengono a un’epoca e a un’Europa troppo diverse) siamo stati governati da assessori alla cultura con notevole disponibilità di denaro per i progetti più variegati: da quelli che leggevano “la Repubblica” e pensavano fosse il modo per capire il mondo, a quelli più antagonisti che riciclavano estetiche degli anni, perduti e soffocanti, dell’orda d’oro del sessantotto eccetera. I finanziamenti di quel periodo e possibilità culturali più ampie hanno, però, reso possibile anche la nascita di realtà artistiche molto interessanti: compagnie teatrali, gruppi di cinema sperimentale, donne e uomini di letteratura, illustratori e fumettisti, fotografi… hanno trovato la strada, in alcuni casi anche recuperando le briciole, per veder sostenuta sia la propria poetica, sia il proprio lavoro culturale. Queste occasioni sono state rese possibili anche grazie a quegli assessorati. La Capitale italiana della cultura ci offre un’occasione: chiedere – all’amministrazione comunale e non alle fondazioni e neppure all’Europa – di essere il soggetto pubblico che dà alla cultura giovanile e ai progetti culturali e artistici non mainstream, nascosti, ma presenti nella nostra città, l’occasione per rappresentare il proprio pensiero le proprie idee e opere. Il progetto della Capitale fa e farà il suo corso ma può fare di più, può essere aggiornato alla luce di una possibilità economica superiore, sensibilmente, a tutti gli investimenti fatti negli ultimi anni in città. Uno dei tanti progetti dunque? No. Si tratta di aprire un concorso di idee e di prevedere, concretamente, la fattibilità economica di quei progetti, di quelle idee che risulteranno essere le migliori. Dobbiamo accorgerci prima, e non dopo, di ciò che possiamo fare, di quali condizioni possiamo creare perché in tutte le discipline artistiche si possa determinare la possibilità di vedere che cosa la città è in grado di proporre, trasversalmente; e tutto ciò riguarda, dal punto di vista artistico, sia chi sta crescendo, sia chi inizia adesso, sia chi lavora da tempo. In questo frangente si può cogliere l’occasione per costruire una commissione di artisti, critici, curatori e intellettuali che hanno lavorato tanto in questi anni affinché la cultura fosse la cultura della sperimentazione, che l’arte fosse l’arte che porta turbamento e non consolazione.

L’amministrazione potrebbe chiedere alla città, scrivendo un bando per l’occasione, progetti di interpretazione e trasformazione della città, chiarendo di non aspettare idee affette dal gigantismo, ma proposte che abbiano la possibilità di far respirare un’aria diversa da quella che si respira in tante città d’Italia. Sarebbe un segnale molto rilevante in un momento Pistoia è sul mare lo stupore e il rischio della proposta in cui l’artista Blu decide, con una scelta sofferta e spiazzante, di cancellare tutte i suoi disegni murali dagli edifici di Bologna. È da cogliere la sfida di far emergere alcuni progetti, almeno una decina, sostenuti economicamente e che si misurino con la città. Perché è una priorità? Perché siamo in una temperie culturale generale in cui sono rare le emersioni di diversità creative? In un periodo di omologazione forte e imperante la funzione pubblica, il Comune, deve cogliere il proprio compito nella produzione artistico culturale. Accade già per esempio nel caso dell’area ex ospedaliera del Ceppo, nelle scelte di politica urbanistica, di intraprendere la scelta di infrastrutturare con soldi pubblici: possiamo farlo anche nelle politiche culturali. Siegfried Kracauer in La fabbrica del disimpegno definisce l’importanza delle idee e del loro concretizzarsi, sono riflessioni che innescano la consapevolezza della necessità di essere conseguenti in ragione di ciò che viene stabilito come prioritario. “Il mondo sociale è sempre colmo di un numero incredibile di forze spirituali o idee che si possono definire brevemente idee. Movimenti politici, sociali, artistici, nei quali si incarnano alcuni determinati contenuti, un bel giorno si svegliano e imboccano il loro corso. Una caratteristica comune alle idee è che cercano di impregnare l’esistente, cercano di diventare esse stesse realtà; come un dovere materiale e concreto, spuntano all’interno della società umana con l’innata intenzione di realizzarsi. Ma solo quando cominciano ad agire nel mondo sociale mettendolo in subbuglio, invece di restare semplici chimere senza influenza sulla realtà, possono essere prese in considerazione da un punto di vista sociologico. Tutte le idee che crescono così nel mondo sociale per riscattarlo dalla sua rigidità, attraversano alcuni processi che si presentano non solo come fatti storici, ma sono caratterizzati anche dal loro aspetto formale e sociologico. Come il sasso lanciato in acqua produce cerchi di un genere di una grandezza legati non tanto alla sua forma e qualità specifiche, quanto piuttosto alla forza e alla direzione del lancio, così ogni idea che urta contro l’elemento sociale esistente suscita in esso uno stimolo il cui sviluppo è condizionato da fattori di ordine generale. Per comprenderli nella loro necessità, questi fattori dovranno essere dedotti dalla struttura dello spirito esaminata da una prospettiva fenomenologica.” Che cosa è la nostra cultura oggi? Quale arte è all’altezza dei conflitti e del confronto con la povertà? Che forza e che direzione diamo al nostro sasso lanciato in acqua? Che forza e che direzione diamo all’intenzione di aprire un concorso di idee, finanziato, per coloro che hanno visioni della città, di ciò che è o non è mainstream, delle contraddizioni del contemporaneo? L’istituzione ha il dovere di cimentarsi con la mutazione delle culture e delle arti: c’è uno spazio di azione possibile, c’è bisogno di discuterne a fondo e poi, di fare cultura dando spazio a ciò che dell’arte è contemporaneo; è un compito per Pistoia, è un compito per una città che sa prendersi la responsabilità di formulare una proposta che non serva solo qua. Ciò che la città è va connesso con ciò che la città può essere. Il compito che possiamo prenderci è quello di non perpetrare lo status quo ante perché in ciò che siamo stati, in ciò che siamo, si anima l’inizio della trasformazione in una città che non possiamo sapere. In una città con cui dobbiamo prenderci dei rischi e che dobbiamo mettere nella condizione di stupirci.

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One Response to Pistoia è sul mare. Lo stupore e il rischio della proposta

  1. Simone il 25 maggio 2016 alle 15:07

    Un consiglio di lettura per approfondire la storia cultural-letteraria pistoiese: http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846735119
    w Pistoia!



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