Un’altra scuola (un anno dopo)

25 maggio 2016
Pubblicato da

di Giovanni Accardo

Un_altra scuolaIl 5 maggio 2015, uno sciopero indetto da tutti i sindacati, dopo otto anni che non accadeva, ha fermato la scuola per protestare contro l’ennesima riforma, la cosiddetta “buona scuola”, che già dal nome sembra un’efficacissima trovata pubblicitaria. Chi è che potrebbe dirsi contrario alla buona scuola? Come ha scritto Walter Tocci, senatore del PD e membro della commissione che ha varato la riforma, nel libro La scuola, le api e le formiche (Donzelli): “Per coprire la mancanza di un progetto si è fatto ricorso alla comunicazione (…) gli stereotipi da talk-show applicati rozzamente all’ordinamento scolastico senza riguardo per la sua complessità.”
Il giorno successivo allo sciopero, per una curiosa coincidenza, Ediesse, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti e con prefazione di Eraldo Affinati, ha pubblicato il mio libro Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico. Il libro nasce dal desiderio di raccontare un’altra scuola, come recita il titolo, che non è solo quella dell’Alto Adige, provincia bilingue e autonoma, sempre più uno Stato nello Stato, con i suoi vantaggi (maggiori risorse) e i suoi svantaggi (isolamento, autoreferenzialità, un controllo politico più pressante), ma anche la scuola che viene narrata poco dai libri e dalle cronache dei giornali, ovvero quella che funziona, progetta, costruisce. Desideravo far conoscere una scuola diversa da quella sempre più stereotipata narrata da tanti libri e dalle cronache dei giornali, non la scuola degli insegnanti lavativi o psicopatici, e nemmeno quella degli studenti ignoranti, demotivati e bulli. Poiché la realtà comprende anche questa scuola, nel mio libro non mancano pagine in cui la metto in scena. Ma a me interessava raccontare la scuola degli insegnanti appassionati, quelli che progettano percorsi innovativi e che si sforzano in tutti i modi di coinvolgere gli studenti, che si mettono in gioco e che lottano per una scuola migliore, arrivando persino ad occupare il loro istituto (episodio realmente accaduto). E m’interessavano gli studenti autentici, non le caricature, coi loro problemi quotidiani, le loro solitudini, ma anche la loro energia, la loro vitalità e la loro intelligenza. Nel libro, infatti, ho dato la parola anche a loro, attraverso le lettere (tutte autentiche) che mi hanno scritto dieci ex studenti, ai quali ho chiesto di raccontare che ricordo conservavano di me, se ero stato un buon insegnante, se ero riuscito a lasciare un segno in loro, affinché mi dicessero anche cosa ho sbagliato e cosa posso migliorare nella mia professione. Ma di lettere, in questo diario che si può leggere come un romanzo, ce ne sono molte.
Ad un anno dall’uscita e dopo aver incontrato diversi insegnanti in giro per l’Italia, posso dire che lo stato d’animo più diffuso è la demotivazione, dovuta alle continue riforme che oramai si succedono da 25 anni. Ogni ministro, non fa neppure in tempo a prestare giuramento che annuncia la sua riforma epocale. Quasi sempre ignorando i problemi veri della scuola. Ecco perché una delle lettere l’ho indirizzata al futuro ministro dell’Istruzione.

Gentile signor Ministro,
quando sarà nominato responsabile della scuola, per prima cosa faccia dimostrazione di onestà e dica che le cosiddette riforme varate negli ultimi anni sono nate unicamente dalla mancanza di soldi e perciò altro non sono stati che tagli di spesa dettate dalla necessità di risparmiare. Solo se le parole saranno effettivamente collegate ai fatti potrà avere la fiducia degli insegnanti. Per troppo tempo l’inganno è stato alla base della politica scolastica.
Poi, prima di avanzare qualunque proposta, prima di annunciare riforme epocali e provvedimenti mirabolanti, prima di fare una brutta figura, proponendo soluzioni impossibili da realizzare o assolutamente inutili, si faccia un giro per le scuole d’Italia. Dedichi un anno ad incontrare insegnanti, studenti e dirigenti, assista alle lezioni, partecipi ai collegi docenti e ai consigli di classe, guardi gli spazi, soprattutto nelle scuole del Sud, in cui si svolgono le lezioni e in cui i ragazzi trascorrono ore della loro vita. Provi a sedersi nei banchi, ad andare in bagno, usi le palestre (dove ci sono) e i laboratori (quando ci sono). Controlli gli arredi, la loro funzionalità e la loro vetustà. E faccia tutto ciò in modo informale, senza scorta e giornalisti al seguito, lontano da fotografi e telecamere. Dopo, ma solo dopo, torni al Ministero, parli coi funzionari e i suoi collaboratori, riassuma problemi e proposte che ha ascoltato da chi a scuola ci vive tutti i giorni, confronti la loro concretezza con le teorie degli esperti di pedagogia e didattica che non mettono un piede in un’aula scolastica da decenni. Dopo, ma solo dopo, annunci le sue riforme. Vedrà che gli insegnanti e gli studenti le approveranno.

Gli insegnanti sono sfiniti dalle continue riforme. Credo non esista altra professione così pervicacemente sottoposta a continui cambiamenti, e spesso ogni riforma va in direzione opposta alla precedente. Il risultato sono infinite procedure burocratiche, inutili adeguamenti di norme e delibere, carte da compilare, circolari da leggere e inviare, sottraendo tempo prezioso allo studio, alla preparazione delle lezioni, alla correzione dei compiti. Tutto ciò è capace di annientare anche il più volenteroso degli insegnanti. Ho incontrato e incontro ogni giorno insegnanti che vorrebbero cambiar mestiere. E devo dire che anch’io in questi ultimi mesi ci ho pensato, per l’insensatezza delle norme che regolano e mutano ad ogni passo il nostro lavoro, scritte con quella che Claudio Giunta, su Internazionale del 23 dicembre, ha definito lingua disonesta [“è la lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto: a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud, cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di riempire con qualcosa lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè per codardia.”]
L’ufficio, scrive Kafka in una lettera a Milena, non è un’istituzione stupida, piuttosto appartiene al mondo del fantastico. Ecco cos’è la burocrazia: un mondo irreale, abitato dal non senso e amministrato da solerti funzionari che obbediscono ciecamente agli ordini superiori e non si pongono domande. E tutti noi siamo dei Josef K. in cerca di un giudice che ci spieghi qual è la nostra colpa.
Un insegnante di un liceo di Bologna ha definito mobbing le riforme scolastiche che si succedono con la stessa periodicità delle stagioni. Una collega di Padova mi ha detto che l’unica riforma che lei si auspica è la fine delle riforme per almeno un decennio. Un’altra insegnante, a Palermo, mi ha detto che l’unico modo per difendersi dalle riforme è continuare a fare il nostro lavoro in classe, ignorandole. Da cosa nasce questo rifiuto? Dal fatto che nessuna di queste riforme nasce dal basso, cioè da chi a scuola ci sta quotidianamente, ma nelle chiuse stanze del Ministero, da dove ogni giorno inondano le scuole di circolari, inviti e prescrizioni. Mariapia Veladiano, che oltre ad essere una scrittrice è una dirigente scolastica, in un suo articolo su Repubblica ha invitato il Ministero a ridurre la quantità di circolari che arrivano quotidianamente sui tavoli dei dirigenti e che rendono la scuola ingovernabile.
Dall’altra parte ho visto una gran quantità di insegnanti che costruiscono percorsi didattici innovativi, promuovono incontri con gli scrittori e la lettura di libri, invitano studiosi a scuola, progettano attività multidisciplinari, sperimentano e si mettono in gioco, si prendono cura dei loro studenti. Molti di questi insegnanti mi hanno scritto per ringraziarmi, dicendo che il mio libro ha spezzato la loro solitudine. Eccone una:

Gentile Prof., chi le scrive è una collega di Rimini.
Non voglio tediarla, né allarmarla: non sono una stolker, non ho MAI scritto ad alcuno scrittore, nemmeno ad un giornale, pur avendo dedicato alla lettura appassionata tutta una vita. Sono a tempo pieno una figlia, una sorella, una moglie, una mamma, ma soprattutto… una Prof.
Mi trovo a scriverle perché ieri sera ho finito, leggendolo di getto in due giorni, il suo diario Un’altra scuola (mi scuso, ma non trovo il corsivo per i titoli in questo vecchio tablet vintage).
Vorrei ringraziarla tanto per la sua testimonianza: l’ho letta con sincero trasporto e tanto piacere
e mi sono sentita in dovere di comunicarglielo, quasi come chi avesse raccolto un messaggio nella bottiglia.
Il messaggio é giunto forte e chiaro, e mi premeva dirglielo.
Grazie per lo stile asciutto e limpido, per le grandi e piccole verità quotidiane contenute nella sua testimonianza, per aver afferrato e fermato quei pensieri infiniti che vagolano nella mente di noi insegnanti durante tutto il giorno – e la notte!
Grazie per i numerosi spunti che mi ha fornito con la “Scuola d’autore”; grazie per aver dato corpo alle sensazioni, talvolta assurte a imperiosi sentimenti, di frustrazione e avvilimento che si provano di fronte ai colleghi enigmatici o esauriti; al ragazzo inadeguato; alla famiglia aggressiva; alla propria materia che sembra non “crescere”, non progredire per ore che a volte diventano giorni… Il tutto accanto agli entusiasmi ineffabili di quando certe tensioni si sciolgono, le applicazioni di un metodo danno risultati insperati persino a noi, i colleghi cooperano al bene comune, un progetto vince un concorso…
Solo a scuola (o nella buona letteratura) accadono queste cose. E intender non lo può chi non lo prova.

Una delle ragioni per cui ho scritto il libro era proprio il desiderio di incontrare insegnanti e studenti, confrontarmi, ascoltarli, imparare e magari riuscire a dar loro voce, rendendo visibili i risultati. Le loro lettere hanno dato senso al mio libro.
Ad un anno dallo sciopero generale, ad un anno dall’entrata in vigore della “buona scuola”, approvata dal Parlamento con una quantità enorme di deleghe in bianco al governo, molte questioni restano drammaticamente aperte. Ne elenco alcune.

  1. Il preside manager, ovvero il potere del dirigente scolastico di scegliere i docenti dagli ambiti territoriali e non più dalle graduatorie, dove ogni insegnante ha un punteggio che risulta dai titoli in suo possesso, dal superamento di un eventuale concorso e dagli anni di servizio. Con la nuova legge i dirigenti potranno conferire un incarico triennale sulla base del curriculum del docente. Con quali criteri di trasparenza e correttezza? Nessuno. Di fatto la scuola diventa un’azienda privata. E questo nel Paese con la più alta percentuale di corruzione e clientele. Tra l’altro il curriculum non dice nulla delle competenze didattiche: io posso avere tre lauree e non sapere insegnare. Insegnare non significa soltanto conoscere la propria disciplina, ma anche e soprattutto saperla trasmettere, saper costruire una relazione con gli studenti, saperli ascoltare e saper valorizzare ciascuna potenzialità, motivarli e appassionarli. Ma insegnare richiede anche una serie di competenze che nessuno insegna e nessuno valuta: saper lavorare in gruppo, avere creatività e curiosità, saper progettare percorsi didattici.
  2. E difatti nulla prevede la riforma riguardo alla formazione e alla selezione degli insegnanti. Ancora una volta si punta sulle conoscenze disciplinari, a cui il nuovo concorso aggiunge una minima conoscenza dell’inglese. Al concorso cui ho partecipato nel 1999, di italiano mi hanno chiesto la trama di Todo modo di Sciascia. Vi rendete conto? La trama! Come ad un qualunque studente di liceo. E di storia hanno voluto sapere soltanto come si chiamava il ministro del governo italiano che ha firmato il patto di Londra con cui l’Italia ha deciso l’ingresso nella Prima guerra mondiale a fianco delle forze dell’Intesa. Non mi è stato chiesto nulla che dimostrasse, sia pure minimamente, che io ero in possesso di competenze didattiche e pedagogiche.
  3. Altro tema fortemente dibattuto e ancora una volta usato strumentalmente dalla classe dirigente è quello della valutazione degli insegnanti. Il messaggio che il governo ha voluto trasmettere è stato: cari genitori, con la nostra riforma licenzieremo gli insegnanti incapaci. Cosa naturalmente difficilissima da fare se un insegnante è vincitore di pubblico concorso ed è tutelato dal diritto pubblico. Avrebbe potuto parlare di valutazione formativa, cioè di segnalare ai docenti i loro eventuali deficit da colmare con appositi corsi di aggiornamento, ma l’effetto mediatico non sarebbe stato lo stesso. In linea di principio non ho nulla contro la valutazione degli insegnanti (nel mio libro racconto un piccolo esperimento che ho fatto nelle mie classi), ma penso che la vera valutazione sia la selezione in ingresso, ovvero fare arrivare in classe docenti veramente capaci di insegnare e veramente motivati, perciò capaci di motivare e appassionare gli studenti. Il problema è stabilire obiettivi e criteri della valutazione, cosa non propriamente facile, visto che la scuola non produce beni materiali, ma a si occupa dell’istruzione di bambini e adolescenti. È più bravo un insegnante che boccia tanto o uno che promuove tanto? Si può bocciare per severità, ma anche per incapacità didattica. Allo stesso modo si può promuovere per generosità o perché l’insegnante ottiene ottimi risultati. La riforma Renzi, attraverso il Rapporto di Autovalutazione che ogni istituto è obbligato a fare, darà un voto e un finanziamento proporzionale al risultato. Centrale in tale valutazione sarà il risultato dei test Invalsi, che però sono contestati dalla quasi totalità degli insegnanti, e misurano (non valutano) soltanto l’apprendimento di italiano e matematica, dunque una porzione minima del lavoro didattico. Più la tua scuola otterrà un buon risultato, maggiori saranno i finanziamenti, col paradosso che saranno sostenute le scuole che già funzionano e abbandonate quelle in difficoltà. Il secondo problema è chi valuta. E qui sono assolutamente contrario all’intromissione dei genitori, sia perché non hanno l’obiettività per farlo, sia perché non è detto che ne abbiano gli strumenti. Spesso, in presenza di risultati negativi dei loro figli, i genitori si sentono valutati e tendono a reagire emotivamente, a difendersi, direbbe la psicanalisi. Mi fido di più del giudizio degli studenti, ho infatti sperimentato che alla fine sono molto più onesti dei loro genitori. Il problema della valutazione è stato usato strumentalmente dalla politica, per avere il facile consenso dei genitori.

Ci sono tante altre questioni aperte, ad esempio l’alternanza scuola-lavoro, la revisione dei programmi scolastici (siamo l’unica nazione d’Europa che fa studiare 10 e talvolta 12 materie agli studenti e di ogni materia il programma comprende tutto lo scibile umano), le attività di aggiornamento, i testi Invalsi. Avrei bisogno di scrivere un altro libro per poterne parlare in maniera sensata. E questo dà la misura della complessità dei problemi della scuola italiana, problemi evidentemente non riducibili a slogan pubblicitari. Concludo dicendo, come ha opportunamente ricordato Tullio de Mauro, che quando si parla di scuola ci si dimentica che essa si compone di tre segmenti completamente diverse: elementare, media e superiore, a cui, in un’ottica di educazione permanente, andrebbe aggiunta l’educazione degli adulti. Pensate a quanti adulti farebbe bene un ripasso di storia e geografia e magari qualche nozione di diritto in un’epoca segnata da imponenti migrazioni dai paesi poveri del mondo e da quelli dilaniati dalle guerre.

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