“Dispatrio” e altre rubriche. Uno scorcio sulla traduzione di poesia in rete

21 giugno 2016
Pubblicato da

(Questo intervento doveva far parte di un dossier sulla traduzione di poesia, curato dalla rivista  “Tradurre”. Per disaccordi intervenuti con la redazione, lo pubblico qui come pezzo autonomo. Mi sono basato soprattutto sul lavoro realizzato su Nazione Indiana, perché offre un materiale ricco e pertinente, ma anche perché è un materiale che “avevo sotto mano” e che mi è stato quindi facile raccogliere e organizzare. Mi pare evidente, però, che il tema della traduzione di poesia in rete sia, per la vastità e per la dispersione inerente ai materiali della blogsfera, in gran parte ancora inesplorato.)

 

di Andrea Inglese

 

Per parlare a ragion veduta della traduzione di poesia in rete, bisognerebbe fare un censimento accurato di tutti i blog letterari, di gruppo e individuali, verificare che spazio dedicano alla traduzione di poesia, e naturalmente alla traduzione “inedita” di poesia, ossia non già uscita su carta, in qualche rivista o collana di poesia. Si potrebbe così constatare quali siano le aree linguistiche più frequentate dai traduttori di poesia in rete, che rapporto essi hanno con la contemporaneità o il secolo scorso, se non si spingano, persino, in un passato più lontano, facendo scorribande nelle letterature medievali o antiche. Non parlerò quindi a ragion veduta di traduzione di poesia in rete, perché non sono in grado di realizzare un lavoro di ricerca simile. La cosa più ragionevole che possa fare è portare qualche testimonianza, in virtù del fatto che sono uno dei membri più vecchi di “Nazione Indiana” (www.nazioneindiana.com”), uno dei primi e dei più longevi blog letterari italiani. Muovendo dalla mia esperienza di blogger militante, cercherò poi, seppure in modo rapido, di considerare la presenza della traduzione in quattro altri blog letterari, “GAMMM”, “Le parole e le cose”, “Poetarum Silva” e “Carteggi letterari”. L’intento è puramente esplorativo, e vuole limitarsi a cogliere in forma ancora approssimativa e parziale la varietà di atteggiamenti che si rileva in coloro che traducono poesia o propongono traduzioni di poesia in rete.

Quando nel 2003 “Nazione Indiana” è nata per iniziativa di Antonio Moresco, Carla Benedetti e Tiziano Scarpa, per l’ambiente letterario italiano il funzionamento di un blog in rete animato da scrittori affermati era qualcosa di esotico e incongruente. All’ambiente letterario italiano di inizio secolo, la rete pareva un luogo anarchico e poco serio, soprattutto per via di una strana consuetudine, che consisteva nella presa di parola immediata e spesso anonima da parte dei lettori “comuni”. Uno degli aspetti che immediatamente caratterizzò la vita di un blog letterario collettivo come “Nazione Indiana” fu la scelta di tenere aperti i commenti, ossia di consentire al nostro pubblico d’intervenire liberamente in coda a una pezzo pubblicato, saggio di critica, testo letterario o articolo politico che fosse. Può sembrare che l’esistenza o meno di commenti all’interno di un blog, e di commenti che siano tendenzialmente aperti, sia un aspetto secondario, dal momento che ciò che davvero dovrebbe contare è semmai il lavoro di redazione, la sua qualità, i criteri politici o poetici che lo animano, le forme organizzative rigide o lasche che si dà. In realtà alle sue origini, ma anche per diversi anni a venire, “Nazione Indiana” ha mostrato di funzionare differentemente da una semplice rivista che avesse abbandonato la carta per le pagine web. Uno degli elementi che hanno determinato questa differenza è stata appunto l’esistenza dei commenti, ossia la diretta risposta dei lettori ai contenuti che venivano loro proposti. E naturalmente proprio questa diretta e non selezionata risposta del pubblico costituiva per l’ambiente letterario il dato più negativo dell’attività letteraria in rete. Questo è stato vero soprattutto per i custodi ufficiali del dibattito letterario: critici letterari e giornalisti culturali. D’altra parte, sia i critici che i giornalisti culturali si trovavano in qualche modo in competizione con il medium informatico. Essi animavano il dibattito dagli organi istituzionali dell’ambiente letterario: le riviste di tipo universitario, nel caso dei critici, le pagine culturali dei quotidiani o dei settimanali nazionali, nel caso dei giornalisti culturali.

All’interno di questo scenario, noi scrittori di “Nazione Indiana” – e ciò vale ovviamente per tutti quegli autori che animarono i primi blog letterari, puntando al coinvolgimento e allo scambio con il lettore – ci sentivamo una sorta di spina del fianco della scena letteraria ufficiale o ci sembrava almeno di aver guadagnato una certa esteriorità rispetto ad essa. Oggi le cose sono ben diverse. Tutto l’ambiente letterario, anche quello con più legami con il mondo accademico, si è trasferito sulla rete, e quindi questa posizione di esteriorità è venuta meno. Inoltre, quelle bizzarre comunità spesso rissose di lettori, che per diversi anni hanno animato i commenti di “Nazione Indiana” e di blog consimili, si sono progressivamente dissolte, sparpagliandosi per una rete sempre più ricca di proposte letterarie, e soprattutto trincerandosi dentro le cerchie ristrette e consensuali di Facebook. Non credo che si possa ipotizzare un calo delle frequentazioni dei blog letterari, ma anche i più seguiti oggi non suscitano più quel gran numero di commenti, a volte dell’ordine delle centinaia, che per anni sono stati un dato stabile.

Questi aspetti della storia di “Nazione Indiana” e del suo funzionamento sono importanti, nel momento in cui si voglia ragionare sulla presenza della traduzione di poesia in rete. Una delle miei prime iniziative, come membro del blog, è stata la creazione di una rubrica intitolata “dispatrio” –un prestito da Luigi Meneghello –, che sarebbe stata espressamente dedicata alle traduzioni inedite, con un’attenzione preponderante per la poesia. Già nel marzo 2004, a un anno esatto dalla nascita del blog, inauguravo la rubrica pubblicando (con testo a fronte) tre sonetti mai prima apparsi in Italia del poeta francese Jacques Roubaud, tradotti da Andrea Raos. Al pubblico, presentavo il progetto in questi termini: “Dispatrio è una rubrica dedicata a prime traduzioni di autori stranieri non ancora pubblicate in Italia né su rivista né su volume; consideriamo prime traduzioni anche nuove e inedite traduzioni di testi già apparsi in italiano”.

Le traduzioni di Raos suscitarono subito una discussione pertinente sulle scelte lessicali realizzate dal traduttore, e una lettrice (Emma) propose una sua versione, che lei stessa definì “dilettantesca”, di uno dei testi di Roubaud. Raos spiegò come mai si era scostato da una traduzione “più fedele” in certi punti, e altri interlocutori intervennero successivamente, esaminando con grande cura le possibili varianti, le conseguenze fonico-ritmiche di una certa scelta, e così via.

A distanza di anni, mi sembra che non si potesse pretendere migliore inizio per una rubrica dedicata alla traduzione di poesia in rete. Senza grande sforzo e in un colpo solo, eravamo riusciti a realizzare diversi obiettivi importanti. In un blog letterario che dedicava molto spazio alla narrativa, sollecitavamo un’attenzione per la poesia, ma non per la poesia italiana, che comunque aveva già un suo seguito e una sua visibilità. Proponevamo, invece, poeti stranieri, mai o pochissimo tradotti in Italia, e quindi praticamente sconosciuti. La presenza, in gran parte dei casi, del testo a fronte, provocava nel lettore minimamente competente della lingua d’origine un confronto spontaneo che in alcuni casi, come in quello citato, si esprimeva attraverso una controproposta o in suggerimenti o in semplici considerazioni sulle scelte ritmiche, metriche, lessicali.

Facciamo però un passo indietro e chiariamo innanzitutto un punto. Autori come me e Raos, e molti di coloro che negli anni hanno animato la rubrica “dispatrio” (Francesco Forlani, Massimo Rizzante, Gherardo Bortolotti, Francesca Matteoni, Renata Morresi, ecc.), sono dei poeti prima di essere traduttori e specialisti della traduzione. Nel caso mio e di Raos, come di diversi autori della mia generazione, fondamentale è stato l’incontro con Franco Buffoni e con la rivista “Testo a fronte”. Alcuni poeti, infatti, hanno abbordato le questioni pratiche e teoriche legate alla traduzione nel corso della loro formazione universitaria, ma altri no. Per tutti, però, anche per i più riluttanti al confronto diretto con altre lingue, “Testo a fronte” è stata un’esperienza importante di apprendistato. Nel mio caso personale, essendomi laureato in filosofia teoretica, consideravo le questioni di traduttologia tanto prossime ai miei interessi quanto le disquisizioni di paleografia greca. È stato davvero Franco Buffoni a farmi considerare la traduzione come una pratica in qualche modo inerente alla scrittura poetica e alle sue potenzialità inventive.

In ogni caso, nel momento in cui su “Nazione Indiana” inauguravamo una rubrica come “dispatrio” eravamo ben consapevoli di tutte le implicazioni insite nell’atto di tradurre testi di poesia moderna e contemporanea. Vi era anche presente, in molti dei partecipanti, uno spirito partigiano e polemico, che andava oltre le considerazioni di carattere più “accademico” e “specialistico”. Valga come esempio ciò che scrivevo in uno dei commenti dedicati al post di Roubaud. “‘Dispatrio’ dovrebbe fungere da vaso comunicante verso l’altrove letterario o, detto in un altro modo, da un’occasione di dispatrio linguistico, come ogni attività di traduzione è. Proporre in questa rubrica autori mai tradotti o nuove traduzioni non significa celebrare ovviamente la vitalità delle altre letterature a scapito della nostra. Significa sottolineare come la galassia letteraria non conosca, come i migranti odierni, frontiere di stato-nazione, ma solo archi più o meno ampi del desiderio, e potenza dei propri mezzi di ‘locomozione’ linguistica. Ogni volta insomma ci dovrebbero essere almeno due autori in gioco, due lingue e due scritture, che entrano in tensione. La letteratura vive al di là dei tempi editoriali, delle decisioni opportunistiche di tradurre o meno certi autori; noi traduciamo perché leggiamo, scriviamo e pensiamo. È una necessità fisiologica quella del dispatrio.”

Insomma, la circolazione di traduzioni inedite di poesia in rete soddisfaceva diverse esigenze. Una delle più importanti mi sembra, oggi, quella della divulgazione. Se molti di noi, per ragioni di formazione universitaria o per incontri legati all’ambito poetico, conoscevano riviste come “Testo a fronte”, “Semicerchio”, o altre simili, dove ampio spazio era dedicato alla pratica e alla teoria della traduzione, una certo numero di persone che ci seguiva sul web poteva scoprire per la prima volta, quali vasti problemi possa suscitare l’azione apparentemente semplice di tradurre quattordici versi dal francese all’italiano. Inoltre, coltivavamo ancora l’illusione a quel tempo di poter scuotere un poco il torpore degli editori di poesia, soprattutto quelli che si piccavano di avere una certa nobile storia, come Einaudi e Mondadori. Oggi, al limite, e non è neppure poco, possiamo incitare un piccolo editore a prendersi i rischi di pubblicare un autore straniero importante che ha scoperto in rete. Va, infine, ricordato un ulteriore aspetto, soprattutto per i poeti che traducono i poeti. Spesso, infatti, si sceglie di tradurre un testo di un autore straniero per non avere da scrivere un manifesto, o per evitare l’ennesimo proclama di poetica. I tempi e i modi di pubblicazione in rete rendono particolarmente facile questo tipo di espressioni, che hanno a volte anche natura umorale ed estemporanea. In tutti questi casi, la traduzione non è che una prosecuzione della propria opera con altri mezzi.

Con i suoi dodici anni di esistenza, e una programmazione assai anarchica, “dispatrio” ha costituito un quaderno aperto di traduzioni, in grado di rispecchiare la curiosità, le scoperte e anche l’evoluzione dei suoi autori-traduttori. L’atteggiamento che mi sembra sia stato dominante è comunque quello esplorativo, che al canone novecentesco più assodato – nell’ottica almeno dell’editoria italiana di poesia – ha anteposto quasi sempre sentieri poco battuti. Significativo è ancora l’esempio di Andrea Raos che, avendo vissuto tra Parigi, Chicago e Tokyo, ha presentato contributi in sintonia con la sua scoperta e frequentazione in lingua originale delle galassie della poesia francese, statunitense e giapponese. Troviamo così traduzioni da Danielle Collobert , Liliane GiraudonValère Novarina, Ghérasim Luca, sul versante francese e francofono, altre da Michael Palmer, Peter Gizzi, Leslie Scalapino, Andrew Zawacki, sul versante statunitense, e infine da Yoshioka Minoru, su quello giapponese. Pur non essendo un traduttore professionista, Raos si è poi distinto per la curatela di due libri importanti di poesia statunitense. Il primo, Dormendo con la luce accesa di Stephen Rodefer, è uscito per Murene, la collana di libri cartacei lanciata da “Nazione Indiana” e dedicata alle prime traduzioni di opere poetiche, saggistiche e di narrativa; il secondo libro, uscito per i tipi Benway Series, è Olocausto di Charles Reznikoff, libro e autore fondamentali, che rimangono ancora ignorati in Italia. Tra gli altri membri del blog che traducono dal francese in maniera continuativa c’è Francesco Forlani, residente per anni a Parigi e autore per Laterza di Parigi, senza passare dal via, oltre che animatore di varie riviste letterarie in Francia (Paso doble) e in Italia (Sud). Forlani traduce poesia, articoli di critica letteraria, pagine di romanzo e di saggio, e si muove disinvoltamente lungo tutto il novecento fino all’estrema contemporaneità letteraria. Tra le sue proposte più originali, segnalerei almeno la traduzione di L’étranger, uno dei poème en prose dei Fiori del male, in un pastiche napoletano e presentata in una bizzarra versione interlineare, di cui cito le frasi d’avvio:

–         « Qui aimes-tu le mieux, homme énigmatique, dis ? Ton père, ta mère, ta soeur ou ton frère ?

–         Qui tenes d’espirto en core, homo cruciverbo, dime? Pàtete, màtete, sòrete ou brò?

–         Je n’ai ni père, ni mère, ni soeur, ni frère.

–         No tengo pater, mater manco, et sora et brò nimmèn

–         Tes amis ?

–         Ei cumpari?

–         Vous vous servez là d’une parole dont le sens m’est restée jusqu’à ce jour inconnu.

–         Facite mode de l’use à la parole scanosciù come son sens ahora, mo e pemmìa.»

Il mondo anglosassone, con una predilezione per la poesia nordamericana, è esplorato da Renata Morresi, che è al contempo poetessa, traduttrice e anglista (sua la curatela, per l’editrice Arcipelago, di Dieci bozze di Rachel Blau Du Plessis). Possiamo leggere sue traduzioni di poesie inedite di Frank O’Hara – autore statunitense di cui esiste almeno un libro in Italia, ma fuori catalogo – oppure dello scozzese Edwin Morgan – di cui esiste un volumetto di poesie in italiano per le Edizioni del Bradipo – o di Lisa Robertson, autrice canadese del tutto inedita. C’è poi il caso di un traduttore massimalista come Daniele Ventre, già autore di una traduzione dell’Iliade e dell’Odissea per Mesogea. In “dispatrio” Ventre traduce dal greco e dal latino, passando disinvoltamente dagli Inni Orfici e Pindaro a Persio e Lucrezio.

Questa veloce ricognizione tra alcuni degli animatori più assidui della rubrica “dispatrio” mostra come vi sia continuità tra una pratica della traduzione che, pur non essendo sempre legata a una particolare formazione accademica, possiede una sua espressione nel mondo dell’editoria cartacea (libro, rivista specializzata o militante), senza limitarsi però ad esso, e utilizzando invece il web sia come un terreno di divulgazione sia come un laboratorio personale. Un altro punto, sui cui varrebbe la pena di soffermarsi più lungamente, e che qui potrò evocare solo di striscio, riguarda la varietà dei paratesti che i collaboratori di “dispatrio” elaborano. Da questo punto di vista il web offre al traduttore di poesia degli strumenti preziosi, che mancano alla rivista e al libro. Il link permette, infatti, di considerare il web nel suo insieme come una risorsa inesauribile di testi a fronte. Autori come Andrea Raos o Renata Morresi accompagnano le loro traduzioni di schede bio-bibliografiche acute e vivaci, e dense di rimandi a ulteriori materiali disponibili in rete. Abbiamo poi abbinamenti grafici e fotografici, come quelli realizzati da Ornella Tajani che, presentando delle traduzioni inedite di poesie di Robert Desnos, fa interagire la scrittura a schermo con la fotografia dei testi stampati su carta nell’edizione originale. Maestra degli ipertesti è però Orsola Puecher, che ha regalato a “Nazione Indiana” delle curatissime, animate e sorprendenti pagine web. In un post intitolato Francis Ponge [*ronron poétique], Puecher ci presenta due traduzioni inedite da La rage de l’expression, Argini della Loira e Il Garofano. Nel caso del primo testo, in prosa, abbiamo testo originale e italiano che si svolgono sue due colonne in verticale, nello spazio centrale della pagina web. Questa possibilità di lettura simultanea che si ottiene nei libri con il testo a fronte, non è quasi mai presente sul web, dove l’originale e la traduzione si susseguono verticalmente sulla pagina web. Il paratesto della Puecher comprende poi delle immagini televisive di Ponge durante una discussione, delle registrazioni audio di un’intervista sui metodi di lavoro dell’autore, registrazioni che possiedono anch’esse le loro traduzioni inserite sulla pagina web, degli inserti (commenti) della traduttrice, una sequenza di un video dedicato a Ponge del regista francese Jean-Daniel Pollett.

Nel caso di certi siti militanti, come “GAMMM” (gammm.org), che costituisce un punto di riferimento per le cosiddette “scritture di ricerca”, è evidente l’esigenza di presentare materiali che allarghino la visuale italiana, o che la mettano in crisi, e gli autori e i testi presentati in traduzione costituiscono una sorta di conferma, nel tempo e nello spazio, di prese di posizioni stilistiche, compositive e concettuali rivendicate dai redattori del sito. In altri casi, sempre rimanendo all’esempio di “GAMMM”, i testi di autori soprattutto statunitensi o francesi proposti sul sito non sono realmente inediti, in quanti già apparsi o in via di pubblicazione su una collana di poesia (“chapbooks”) del piccolo editore Arcipelago – collana diretta da due redattori, Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano. Conoscendo, però, la circolazione limitata di simili iniziative editoriali, la pubblicazione in rete non ha quasi mai un ruolo di “ridondanza” o di semplice annuncio. In “GAMMM” l’obiettivo divulgativo, che abbiamo visto essere importante in “Nazione Indiana”, è molto meno percepibile. Le traduzioni sono presentate sempre con il testo originale, ma quasi mai troviamo la ricchezza paratestuale presente in “dispatrio”, con notizie, commenti, rimandi, ecc. Il punto forte del lavoro realizzato negli anni dai redattori di “GAMMM” è semmai da vedere nella continuità e coerenza delle loro scelte, che si sono concentrate su delle specifiche aree poetiche francesi e statunitensi, con l’intento appunto di delineare delle tendenze a loro prossime per procedimenti e presupposti teorici.

Se diamo un’occhiata veloce a un sito che si situa per certi versi agli antipodi del militante “GAMMM”, ossia “Le parole e le cose” (www.leparoleelecose.it), sito costituito in gran parte da autori che sono anche docenti o ricercatori universitari, appare evidente un diverso rapporto alla traduzione. Sul piano della letteratura italiana, “Le parole e le cose” presta una grande attenzione all’attualità editoriale, ponendosi in qualche modo come uno degli osservatori della “scena ufficiale”. Questo posizionamento strategico dovrebbe rendere il sito meno attivo sul fronte del “dispatrio”, ossia delle traduzioni inedite o delle prime traduzioni che propongono anche autori del tutto sconosciuti al pubblico italiano. In realtà, la presenza tra i redattori di “Le parole e le cose” di Damiano Abeni, traduttore di lungo corso dall’inglese e in assoluto tra i migliori di poesia oggi in Italia, rivela uno scenario diverso. Abeni traduce spesso assieme a sua moglie, Moira Egan, che è poetessa statunitense. In coppia o da solo, egli ha proposto sul sito una notevole lista di autori editi e inediti soprattutto statunitensi, dai più noti John Ashbery, Charles Simic e Mark Strand ai meno noti – ma non meno importanti – James Merrill e Weldon Kees. Il caso Abeni e “Le parole e le cose” mostra come sia sufficiente anche la presenza di un solo traduttore appassionato e curioso per aprire uno spazio prezioso di confronto con paesaggi poetici moderni e contemporanei di straordinaria ricchezza, ma che la barriera linguistica rendono in gran parte opachi se non del tutto sconosciuti al lettore italiano. L’unica via alla traduzione in rete, dunque, non è quella del poeta-traduttore-militante. Le traduzioni di Abeni, per altro, sono state ospitate spesso anche su “GAMMM”, oltre che sulle riviste letterarie cartacee.

Anche in “Poetarum Silva” (poetarumsilva.com), un altro blog collettivo di letteratura che si presenta come “Nazione Indiana” e “Le parole e le cose” aperto a una varietà di generi e pratiche artistiche, constatiamo un interesse esplicito per la traduzione come pratica. Ne sono testimonianza, innanzitutto, due rubriche specifiche: “Tra le righe” e “Pas de deux”. La prima mette a confronto due o più traduzioni edite, spesso tratte da edizioni fuori commercio; la seconda, due o più traduzioni inedite di uno stesso testo realizzate da poeti italiani. “Poetarum Silva”, insomma, istituzionalizza il confronto tra diverse traduzioni, a partire dalla presenza costante del testo originale. La prima rubrica offre un panorama ben ancorato al canone ottocentesco e novecentesco, con traduzioni, ad esempio, da Charles Baudelaire, Georg Trakl, Rainer, Maria Rilke, Jorge Luis Borges, Paul Celan, William Carlos Williams. Vi si trovano, però, vere e proprie sorprese, come una traduzione da Joyce Mansour, scrittrice francofona d’origine egiziana, legata alla stagione del surrealismo. La rubrica “Pas de deux” appare, invece, ancora giovane e non conta per adesso di un gran numero di contributi, ma le scelte degli autori appaiono fin da subito più eclettiche: si spazia da John Donne a Paul Eluard, ma anche da Susana Araújo – una poetessa esordiente portoghese – a David Leo García, poeta spagnolo ventottenne.

Vorrei concludere panorama appena abbozzato con l’esempio di un altro blog collettivo, “Carteggi letterari” (http://www.carteggiletterari.it/) apparentemente più orientato al lavoro critico, che ha comunque deciso di dare un certo spazio alla traduzione di poesia. Anche qui due sono le rubriche che c’interessano. La prima, “Poeti tradotti da poeti”, presenta in gran parte autori canonici del Novecento – Philip Larkin, T. S. Eliot, René Char, Sylvia Plath – con qualche interessante eccezione, come il giovane e prolifico scrittore statunitense Lawrence Schimel tradotto da Sandro Pecchiari. Quasi sempre, in questa rubrica, le poesie proposte con testo a fronte, sono tratte da prime traduzioni edite in italiano, e riprese da collaboratori del sito. Marco Malvestio, ad esempio, presenta delle sue versioni di testi del poeta australiano Leslie Murray, già apparsi in un’edizione Adelphi, a cura di Gaetano Prampolini. Nella rubrica “Le altre lingue”, la proposta vorrebbe avere un carattere più sistematico. L’intento esplicito è l’esplorazione di un panorama poetico nazionale poco frequentato dal lettore italiano. Le prime undici puntate della rubrica hanno riguardato dei poeti francofoni del Québec. Suo curatore è stato Francis Catalano, che è un poeta francofono quebecchese, nonché traduttore dall’italiano, in quanto d’origini italiane da parte di padre. In questo caso, una selezione di tre o quattro testi è stata presentata nella sola lingua originale, con una breve nota bio-bibliografica in italiano. Di recente, invece, è stata inaugurata una nuova serie dedicata alla poesia polacca e curata da Paulina Malicka, un’italianista polacca dell’Università di Poznań. I poeti e le poetesse presentati sono poco noti al grande pubblico, ma le traduzioni sono quasi sempre edite. Abbiamo anche in questo caso, una effetto di rinforzo e di prolungamento di una traduzione già circolante su carta, ma spesso per piccoli editori, che scontano tutte le note difficoltà legate alla distribuzione.

Tirando le somme di questa panoramica molto parziale appaiono evidenti due cose. In una situazione di globale declino di iniziative editoriali legate alla traduzione di poesia straniera, la presenza di una varia e più o meno attrezzata pratica della traduzione che si manifesta in rete è un segnale importante e positivo di curiosità nei confronti di tradizioni poetiche – ma anche di percorsi più anomali e individuali – diversi da quelli che costituiscono il nostro orizzonte culturale e linguistico. D’altra parte, non è facile discernere in questa indubbia vitalità dei progetti culturali di ampio respiro, se non nel caso di “GAMMM”, e proprio in virtù del suo atteggiamento più militante, che gli ha permesso di esplorare con una certa continuità e coerenza delle aree ben determinate della poesia statunitense e francese, con un interesse spiccato per autori contemporanei. Appare, comunque, innegabile – e qui sta l’importanza di una rubrica apripista come “dispatrio” – che la rete permette di valorizzare una pratica della traduzione dove le libertà e le idiosincrasie degli autori (spesso poeti) possono persino vivificare e sollecitare l’ambito degli studi accademici e specialistici, strappandoli al rischio della routine e della (comoda) neutralità.

 

 

 

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , ,

5 Responses to “Dispatrio” e altre rubriche. Uno scorcio sulla traduzione di poesia in rete

  1. natalia castaldi il 21 giugno 2016 alle 13:46

    Grazie di cuore Andrea per aver menzionato il lavoro svolto dalla redazione di Carteggi Letterari, e colgo l’occasione di questa tua menzione, per ringraziare i redattori tutti che lavorano per presentare sul nostro sito sempre nuovi autori stranieri, traducendo con passione e dedizione assolutamente svincolate da qualunque fine economico o commerciale.
    Ci tengo a ricordare a questo proposito oltre ai bravissimi Marco Malvestio, Paulina Malicka e Francis Catalano, anche il lavoro svolto da Lorenzo Mari, Francesca Diano, Laura Liberale, Giovanna Zulian, sperando di non dimenticare nessuno.

    Un altro sito, però, che merita di essere citato per il prezioso lavoro di traduzione svolto da Francesco Marotta, è La (storica) dimora del tempo sospeso, che è da considerarsi un archivio di bellezza e ricchezza, e che ospita – tra l’altro – l’immenso lavoro di traduzione che Marotta negli anni ha svolto su Celan e, più recentemente, su Yves Bergeret.

    Grazie davvero per questo bel pezzo su questo mondo così “sotterraneo” e generoso (nonostante la la fruibilità gratuita della rete) che è la traduzione poetica.

    natàlia

  2. […] Letterari ha ricevuto un bel riconoscimento da Andrea Inglese su Nazione Indiana per il lavoro svolto nell’ambito della traduzione […]

  3. La traduzione di poesia in rete | bloc-notes il 22 giugno 2016 alle 09:48

    […] è stato ritirato l’articolo di Andrea Inglese sui blog letterari. Ora lo potete leggere su Nazione Indiana. Muovendo dalla propria esperienza, Inglese considera la presenza della traduzione in quattro altri […]

  4. Giulio Mozzi il 30 giugno 2016 alle 21:14

    Osservazione laterale. Leggo:

    Uno degli elementi che hanno determinato questa differenza è stata appunto l’esistenza dei commenti, ossia la diretta risposta dei lettori ai contenuti che venivano loro proposti. E naturalmente proprio questa diretta e non selezionata risposta del pubblico costituiva per l’ambiente letterario il dato più negativo dell’attività letteraria in rete. Questo è stato vero soprattutto per i custodi ufficiali del dibattito letterario: critici letterari e giornalisti culturali.

    Vorrei però ricordare che la possibilità di “commentare”, in Nazione indiana fu introdotta per errore.

    Giuseppe Genna, che realizza il template grafico del sito, cancella i riferimenti al motore CGI dei commenti sulle pagine, ma li lascia, forse per una svista, sugli archivi mensili dove i lettori ben presto li scoprono ed iniziano ad usarli.

    (Andrea Lombardi, L’esperienza di “Nazione indiana” nella storia del web letterario italiano.

    Ovviamente può essere molto saggio fare di necessità virtù, ovvero scoprire di aver fatto per errore la cosa giusta, eccetera.

    Tra l’altro, a un certo punto decisi di lasciare Nazione indiana proprio perché estenuato dalle ricorrenti discussioni interne (nella lista di discussione interna) attorno alla gestione dei commenti (come cercai di spiegare in un articolo ancora leggibile qui qui). Non mi infastidivano le discussioni in sé, quanto il fatto che la deprecazione degli aspetti negativi del libro commento superasse di molto, nella discussione, l’apprezzamento degli aspetti positivi.

    Allora: quando all’interno di un gruppo diventa così importante l’autodifesa, e per di più l’autodifesa da persone dalle quali non c’è nessun bisogno di difendersi, vuol dire che qualcosa non va. Vuol dire, in genere, che la sussistenza del gruppo in quanto tale sta diventando importante, molto importante. Un gruppo non esiste per sussistere in quanto tale, ma per fare delle cose.
    Questo, ripeto e ribadisco, è il mio vissuto della cosa.

    Ricordo queste cose solo per dire che, secondo me, l’impatto con il modo di funzionare della rete fu, per il gruppo di Nazione indiana, piuttosto complicato da digerire. Che poi, alla lunga, l’esito del processo di digestione sia stato positivo – è cosa che mi pare incontestabile.

    (Se ricordo male qualcosa, vi prego di correggermi).

  5. carlo carlucci il 3 luglio 2016 alle 04:54

    Concordo…E’ possibile che alla lunga e alla distanza le cose vadano avanti da sole ma anche per me sporadico collaboratore divenne impossibile continuare. Vi e’ nei padri fondatori in primis l’autore dellíntervento una sorta di autocompicimento spocchia non pesante ma spesso nocivo e noioso. Dispiace…Altra cosa sono certi interventi (O.Puecher) di humus fertile e dovizioso. Insomma e malgrado tutto non si cessa di seguire NI. Cosa positiva e incontestabile come dice Mozzi.



indiani