Diritto d’asilo: cosa stiamo aspettando ?

6 luglio 2016
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il 18 ottobre 2013 pubblicavamo qui su Nazione Indiana un post, firmato da tutta la redazione, intitolato Diritto d’asilo: una proposta politica. Al quale rispondeva dopo sei giorni il diplomatico Domenico Fornara, spiegando in qualche modo cosa può fare la diplomazia internazionale e cosa non può.

Adesso è sotto gli occhi di tutti quello che accade: centinaia e centinaia di morti, e morte, in Mediterraneo, il “Nostro mare”. Noi ci chiediamo ogni giorno che passa: cosa stiamo ancora aspettando? Cosa aspettiamo per superare le ragioni dell’ufficialità diplomatica e ascoltare quelle di una ragione più alta, e in ogni caso, da ogni punto di vista, migliore?
È stata riferita in questi giorni la notizia, ancora non ufficialmente confermata, che i cosiddetti scafisti ammazzano chi non può pagare e vendono i suoi organi al mercato nero relativo.
Che cosa aspettiamo ad organizzare un trasporto legale, sicuro e gratuito per chi si affolla sulle coste nordafricane, con le nostre navi, visto che l’Europa sembra sempre più in altre faccende affaccendata; le nostre navi che, comunque e sacrosantamente, sono tutto il giorno in mare a recuperare corpi vivi e corpi morti, tutti i giorni e tutte le notti a rispondere alla disperazione e alla sofferenza. Noi crediamo che spenderemmo anche di meno ad istituire un simile servizio legale ed efficiente, metteremmo fuori gioco i sempre più ignobili scafisti (invece di arrestarli in Italia e poi subito rilasciarli che vadano a continuare il loro sporco lavoro), daremmo la possibilità a esseri umani, che fuggono dalla guerra e dagli orrori, di arrivare da noi con la certezza di non lasciare la pelle in mare. Cosa stiamo aspettando? Quanti morti e quante morte, uomini, donne e bambini dobbiamo ancora sacrificare sull’altare della ragione diplomatica?

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One Response to Diritto d’asilo: cosa stiamo aspettando ?

  1. Marco il 8 luglio 2016 alle 18:40

    Appello sacrosanto. Però è bene sapere che ormai, almeno per quanto riguarda la rotta d’immigrazione mediterranea, i migranti compiono soltanto il primo tratto del viaggio sulle imbarcazioni dei trafficanti. Gli scafisti a bordo non ci sono più: non appena abbandonate le acque territoriali libiche, gli stessi organizzatori consigliano ai migranti di contattare la missione militare di pace che pattuglia il limite delle acque internazionali, dotando i trasportati anche dei mezzi tecnici per chiedere soccorso. È la missione “Sophia”, a guida italiana (nota come EU-NAV for Med) composta da un numero (variabile) di navi militari che, appena contattate dai migranti, si occupa di localizzare i natanti, di abbordare le imbarcazioni e di salvare le persone, spesso, affondando i mezzi (poco più che rottami), su cui sono stipati i migranti. Ormai i trafficanti strumentalizzano la missione per evitare di essere coinvolti nelle azioni di contrasto. Lo Stato italiano prende in carico i migranti, nonostante le navi che partecipano alla missione siano appartenenti a vari Stati europei, sull’accordo – per la verità non scritto – che la gestione umana e “giudiziaria” dei casi sia assunta dalle nostre autorità. Una condizione, se si vuole, ancora più contraddittoria, ma che sembra l’unica per coinvolgere nella missione il resto d’Europa.
    Il passo successivo è certamente quello di rendere trasparente e lecito questo trasporto. Ma come? Un interlocutore libico affidabile ancora non esiste. Ma la partenza avviene sempre dalle coste della Libia, Stato sovrano che non può essere coinvolto in una simile operazione senza un consenso espresso.
    Da parte di chi? Una condivisione politica europea sul punto è al momento impensabile.
    Con quali risorse? Solo il nostro paese ha istituito e mantiene centri di accoglienza: per quanto simili alle carceri essi possano essere, rappresentano un luogo in cui tentare una regolamentazione dell’ingresso. Altrove non solo non esistono luoghi simili, ma sarebbe vano pensare ad una loro istituzione.
    Il tutto nella certezza che la destinazione finale dei viaggi non è, se non in minima parte, il nostro paese.



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