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	Commenti a: Diritto d&#8217;asilo: cosa stiamo aspettando ?	</title>
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		Di: Marco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jul 2016 16:40:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Appello sacrosanto. Però è bene sapere che ormai, almeno per quanto riguarda la rotta d&#039;immigrazione mediterranea, i migranti compiono soltanto il primo tratto del viaggio sulle imbarcazioni dei trafficanti. Gli scafisti a bordo non ci sono più: non appena abbandonate le acque territoriali libiche, gli stessi organizzatori consigliano ai migranti di contattare la missione militare di pace che pattuglia il limite delle acque internazionali, dotando i trasportati anche dei mezzi tecnici per chiedere soccorso. È la missione &quot;Sophia&quot;, a guida italiana (nota come EU-NAV for Med) composta da un numero (variabile) di navi militari che, appena contattate dai migranti, si occupa di localizzare i natanti, di abbordare le imbarcazioni e di salvare le persone, spesso, affondando i mezzi (poco più che rottami), su cui sono stipati i migranti. Ormai i trafficanti strumentalizzano la missione per evitare di essere coinvolti nelle azioni di contrasto. Lo Stato italiano prende in carico i migranti, nonostante le navi che partecipano alla missione siano appartenenti a vari Stati europei, sull&#039;accordo - per la verità non scritto - che la gestione umana e &quot;giudiziaria&quot; dei casi sia assunta dalle nostre autorità. Una condizione, se si vuole, ancora più contraddittoria, ma che sembra l&#039;unica per coinvolgere nella missione il resto d&#039;Europa. 
Il passo successivo è certamente quello di rendere trasparente e lecito questo trasporto. Ma come? Un interlocutore libico affidabile ancora non esiste. Ma la partenza avviene sempre dalle coste della Libia, Stato sovrano che non può essere coinvolto in una simile operazione senza un consenso espresso.
Da parte di chi? Una condivisione politica europea sul punto è al momento impensabile.
Con quali risorse? Solo il nostro paese ha istituito e mantiene centri di accoglienza: per quanto simili alle carceri essi possano essere, rappresentano un luogo in cui tentare una regolamentazione dell&#039;ingresso. Altrove non solo non esistono luoghi simili, ma sarebbe vano pensare ad una loro istituzione. 
Il tutto nella certezza che la destinazione finale dei viaggi non è, se non in minima parte, il nostro paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appello sacrosanto. Però è bene sapere che ormai, almeno per quanto riguarda la rotta d&#8217;immigrazione mediterranea, i migranti compiono soltanto il primo tratto del viaggio sulle imbarcazioni dei trafficanti. Gli scafisti a bordo non ci sono più: non appena abbandonate le acque territoriali libiche, gli stessi organizzatori consigliano ai migranti di contattare la missione militare di pace che pattuglia il limite delle acque internazionali, dotando i trasportati anche dei mezzi tecnici per chiedere soccorso. È la missione &#8220;Sophia&#8221;, a guida italiana (nota come EU-NAV for Med) composta da un numero (variabile) di navi militari che, appena contattate dai migranti, si occupa di localizzare i natanti, di abbordare le imbarcazioni e di salvare le persone, spesso, affondando i mezzi (poco più che rottami), su cui sono stipati i migranti. Ormai i trafficanti strumentalizzano la missione per evitare di essere coinvolti nelle azioni di contrasto. Lo Stato italiano prende in carico i migranti, nonostante le navi che partecipano alla missione siano appartenenti a vari Stati europei, sull&#8217;accordo &#8211; per la verità non scritto &#8211; che la gestione umana e &#8220;giudiziaria&#8221; dei casi sia assunta dalle nostre autorità. Una condizione, se si vuole, ancora più contraddittoria, ma che sembra l&#8217;unica per coinvolgere nella missione il resto d&#8217;Europa.<br />
Il passo successivo è certamente quello di rendere trasparente e lecito questo trasporto. Ma come? Un interlocutore libico affidabile ancora non esiste. Ma la partenza avviene sempre dalle coste della Libia, Stato sovrano che non può essere coinvolto in una simile operazione senza un consenso espresso.<br />
Da parte di chi? Una condivisione politica europea sul punto è al momento impensabile.<br />
Con quali risorse? Solo il nostro paese ha istituito e mantiene centri di accoglienza: per quanto simili alle carceri essi possano essere, rappresentano un luogo in cui tentare una regolamentazione dell&#8217;ingresso. Altrove non solo non esistono luoghi simili, ma sarebbe vano pensare ad una loro istituzione.<br />
Il tutto nella certezza che la destinazione finale dei viaggi non è, se non in minima parte, il nostro paese.</p>
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