Tolleranti a tutto. Preparati a niente.

7 luglio 2016
Pubblicato da

chimiary brilli

di Alessandro Trevisani*

Ci vuole rabbia, ferocia, determinazione e probabilmente anche premeditazione. Ci vuole parecchio di tutto ciò per uccidere un uomo con le proprie mani. Pare che il colpo letale, a Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, sia stato dato con un palo della segnaletica stradale. Una botta alla nuca che gli avrebbe spappolato il cervelletto, riducendolo in coma irreversibile, nella serata di martedì. Fino alla morte, avvenuta ieri sera. Piange la compagna Chimiary, 24 anni, che nella colluttazione coi due “ultras” della Fermana le aveva prese anche lei. Piange l’anima di tutto il Paese, almeno quello che non si lascia abbrutire da sottilizzazioni e crudeltà che fanno gelare il sangue – per averne un saggio leggete i commenti a questo articolo del Giornale.

La storia di Emmanuel e Chimiary, poi, era già agghiacciante prima del fatto: avevano perso i genitori e una figlia di 2 anni in un attentato di Boko Haram a una chiesa, in Nigeria. Lei ha perso un altro figlio durante la traversata nel Mediterraneo, per raggiungere quell’Italia dove il marito ha trovato la morte. E mentre c’è un indagato – un fermano 38enne, tale Amedeo Mancini, stando a CM – la sola cosa certa è che è successo tutto qui da noi, nelle Marche, in un humus di razzismo e provincialismo nutrito a Facebook e Quinta colonna, dove un distinguo benaltrista (“E a casa loro, figurati, come fanno?”)  è la premessa di un sillogismo pratico che autorizza a tutto. E finisce con le botte che uccidono, senza che nessuno si accorga, prima, che c’è qualcosa che non va, in curva, a scuola, in palestra. Che c’è gente fuori controllo che si regola “per contro proprio”.

Intanto, però, diamo la parola a Don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, che da 8 mesi ospitava Emmanuel e quella che di fatto, pur non essendo sposati, era sua moglie. Prendiamo qualche frase da questa intervista telefonica a Radio Capital, pubblicata online da La Repubblica.

Sull’ambiente in cui si innesca l’episodio: “C’è un’arroganza gratuita nei confronti degli stranieri. Un mondo ristretto, ma violento, di una violenza gratuita”. 

Sugli autori del fatto: “Personaggi che si divertono a diventare coloro che salvano la patria, se la prendono coi preti che aiutano gli stranieri o fanno opera di accoglienza, approfittando della tolleranza che la gente ha. Teste calde che fanno una specie di circolo, coinvolgono i giovani…”.

Sulle Marche e il fermano: “Non è mai stata una terra di rifiuto e di razzismo. Chi sta al mare è sempre tollerante, ma questo fa da sostrato a questi picchi di arroganza che la passano liscia. Questa è gente conosciuta dalla polizia, condannata più volte. C’è una specie di sottovalutazione del fenomeno”.

Don Vinicio dice pure che gli autori del fatto sono del “giro delle bombe davanti alle chiese“. Noi ne avevamo scritto sulla nostra pagina Facebook: i luoghi di apostolato di Don Vinicio, da gennaio in qua, sono stati colpiti da quattro ordigni. Tre esplosi senza far vittime, davanti a tre chiese: Duomo, San Tommaso, San Marco alle Paludi, quella dove fa messa Don Vinicio. E un quarto inesploso, ma trovato sotto il portone della chiesa di San Gabriele dell’Addolorata a Campiglione di Fermo.

Partiamo da qui. Le bombe per Don Vinicio. Prete scomodo, criticato, prete dell’accoglienza. Prete che toglie le prostitute dalla strada, a Lido San Tommaso. Che organizza un’agenzia, Redattore Sociale, dedicata a emarginazione, handicap e integrazione, che ha fatto scuola nel mondo del giornalismo. Un prete che ricovera 124 profughi, tra cui 19 nigeriani, al seminario arcivescovile di Fermo (NB Emmanuel aspettava da almeno 7 mesi la risposta alla sua domanda di asilo – e fuggiva dagli islamisti tagliagole di Boko Haram, mica dalla Brexit, ne vogliamo parlare?). Ad ogni modo le bombe dirette a intimidire Don Vinicio avevano “conquistato” i titoli di apertura del Carlino, del Corriere Adriatico, dei nostri giornali. Ma questo sarebbe ovvio. E soprattutto non basta. Erano quattro bombe. QUATTRO. Sulle nostre chiese. Quanti, nelle Marche e fuori, conoscono questi fatti? Chi li ha messi a tema? Chi ci ha fatto un’inchiesta? 

Ma andiamo avanti. Noi Don Vinicio l’avevamo conosciuto due settimane fa, partecipando a un’affollata e bellissima serata de L’altro festival, alla terrazza di Capodarco. Si tratta di una kermesse di cinema condotta ogni anno dalla iena Andrea Pellizzari. Per farsi un’idea solo quest’anno c’erano ospiti Jasmine Trinca, la iena Pif, i Marlene Kuntz, in un pout pourri di lungometraggi, cortometraggi, degustazioni gratuite. Quella sera c’era Luca Marinelli, lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot, che in mezzo a 400 persone si è rivisto un altro suo bellissimo film, Non essere cattivo, per poi concedersi a una cinquantina di entusiasti “selfisti”.

Con Don Vinicio, invece, avevamo scambiato due parole a fine serata. “Io la tengo d’occhio, Don Vinicio, per la prossima intervista che faccio”, fu il nostro approccio, “a proposito, le indagini?”. E lui: “Mah, i carabinieri di qui non hanno la logistica, non hanno i mezzi. Non ce la fanno”. Poi Albanesi aveva imboccato l’ingresso della Comunità e noi l’avevamo congedato con una frase amara: “Bene. Anzi, male”. Una chiacchieretta rachitica, che dice molto del nostro essere marchigiani, tolleranti, morbidi, cinici, e perciò, volendo, inclini ad ingoiare di tutto.

Proprio così. Stavamo parlando di bombe, e abbiamo fatto cadere il discorso. Come se un’intervista con Don Vinicio, per essere fatta, debba aspettare la prossima bomba – cosa che però è parte del giornalismo, che batte il ferro caldo, non ragiona a freddo, né fa dibattito su una bomba di 2 mesi fa, 2 settimane, anche 2 giorni fa, ma scherzi?, e infatti un settimanale aveva già declinato una nostra proposta d’intervista, a maggio. Non solo, Marchebbello su quelle bombe aveva preparato un post, Bomba o non bomba, che faceva un mazzo solo con l’ordigno inesploso trovato davanti al Tribunale di Ancona il 28 aprile scorso. Un pezzo che giace da due mesi nelle nostre “bozze”.

Eh già. Perché noi di Marchebbello siamo marchigiani pure noi, cosa credete. Mica stiamo lì col taccuino aperto e la videocamera carica 24h. Macché. Anzi. Sentiamo il terremoto all’alba nel letto, al largo di Numana, e ci giriamo dall’altra parte. Picchiano una ragazza incinta mandata a prostituire in pineta, a Porto Recanati, e lo lasciamo scrivere agli altri. L’Hotel House, 3mila abitanti, quasi 4 d’estate, è senz’acqua potabile da 7 mesi, e lo diciamo “di sbiffo” in un post di campagna elettorale. Perché ci vuole una bella dose di paciosa, criminogena, autolesionistica tolleranza, per dirsi marchigiani, oggi. Si indigna poco, il marchigiano, fa l’uomo di mondo. C’è puzza di riciclaggio intorno ai soldi dell’operazione “turistica”? “Evabbeh, chissà come li faranno gli alberghi, al giorno d’oggi! Eddaje!”, ti risponde un compaesano. “Oh, sarà pure la mafia, nomme frega: se fanne el resort io vojo sapè, venno più pizze?“, ci chiede un altro baldo conterraneo, due anni fa. E via languendo, tollerando. Uniformandosi.

Quindi ha fatto centro Don Vinicio, parlando alla radio. La nostra “tolleranza” non è comprensione. Ma il “sostrato”, lo sfondo dove tutto sta bene, tutto si incastra e convive: picchi di talento, generosità, inventiva, coraggio sportivo, ma anche squallore, violenza, ferocia, intimidazione. Tamberi, Di Francisca, Vale Rossi. Delitto Sarchiè, Banca Marche, strage di Sambucheto. Il marchigiano vede ma non contempla, sbircia ma non giudica, valuta, ma non apprezza, né condanna. “Strozza” tutto con la Passerina, con la crema fritta, con la Vernaccia.

E non si lascia colpire, il marchigiano, sfuggendo così alla teoria dello “choc”, enunciata da Walter Benjamin 100 anni fa, e diventata da tempo il principio regolatore della nostra società: per l’uomo moderno ogni esperienza è un piccolo knock out, un urto senza il quale non ci accorgeremmo di nulla (da cui la cultura della discoteca, la società dello spettacolo, il culto del corpo e dell’immagine). Ma il marchigiano “medio” – similmente a tanti italiani, per carità – è già oltre: non va mai KO, non si impressiona, metabolizza senza crescere, diventa “grande” senza fare imprinting, quindi senza prepararsi. Ha il pentagramma “alto”. Mette tutto tra le righe. Perdona. Anzi, dimentica. Anzi, fa finta de gné, fin dall’inizio. Gli occhi a mezz’asta, il fare scocciato, non si compromette, non si manifesta, non si espone. Non critica, si adatta. Non vive, sopravvive. Si comporta ammodo. E mal sopporta chi diverge dall’andazzo generale, anzi lo bacchetta, lo avverte, lo biasima a forza di co’ te frega?

Così stamattina verrà Angelino Alfano a Fermo. E si farà un giro “riverginante” tra i profughi, per aggiustarsi l’immagine stropicciata dal caso delle “nomine” e farsi bello coi giornalisti “de sinistra” e i partner di governo. E con Alfano ci rivergineremo anche noi: gli indifferenti, i malavoglia, i lassa ‘ndà. Ci sarà un bel po’ di “cinema”, altro che Marinelli, e i giornali confezioneranno qualche reportage su “Fermo violenta”, sulle frange del tifo impazzito. Qualcuno si offenderà, obietterà che “non siamo così, è un’immagine distorta”. E poi via come prima. Duri di testa, come gli scogli. Morbidi di atteggiamenti, come il ciauscolo. Fino al prossimo Emmanuel.

 

 

*L’articolo di Alessandro Trevisani è apparso su Marchebbello https://frontedelportoblog.wordpress.com/
TOLLERANTI A TUTTO, PREPARATI A NIENTE. PRATICAMENTE MARCHIGIANI
(7 luglio 2016)

La foto di Chimiary è di Ennio Brilli.

 

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Commenti all'articolo

  1. Renata ha scritto:

    Spero che Alessandro Trevisani non me ne voglia se linko qui un'altra riflessione di oggi, di Carlo Maria Miele, che contesta la dicitura "ultras" (peraltro messa tra virgolette anche in quest'articolo): "Perché è così difficile dire che l'assassino di Fermo è un fascista?" http://www.glistatigenerali.com/media/perche-e-cosi-difficile-dire-che-lassassino-di-fermo-e-un-fascista/ - in realtà credo che vadano dette bene molte cose: l'assassino è un fascista, è un razzista, ed è conosciuto in città come un ultra. Va detto bene per ricordarci che ci sono zone franche ("in curva, a scuola, in palestra", e in altri posti 'insospettabili', tipo il nostro Parlamento), dove l'odio è la norma e il confine tra odio e morte assai più labile di quanto non si voglia credere.

  2. jan ha scritto:

    Brava Renata e Trevisani, grazie del veloce approfondimento.

  3. Grazie Renata, e grazie a Trevisani. (Anche se io mi trovo più a mio agio con i vecchi commenti direttamente sotto il post.) La questione "tolleranza" è fondamentale, una tolleranza fatta di cinismo e di realismo gretto, che tutti coltivano in Italia, mica solo i marchigiani. Cosi va' il mondo, checcivuoifà. Agli occhi degli Italiani, tutti gli altri, i francesi quando scendono in piazza - ad esempio -, sono "naif", idealisti. Qualsiasi persona che si batta contro l'indecenza ordinaria, è un "ingenuo".
    Altra questione importante quella del linguaggio. La battaglia contro il fascismo e il razzismo comincia anche con il chiamare le cose con il loro nome.

    Vorrei ricordarlo ancora. Oggi, nel nostro mondo, ben oltre i confini dell'Italia, la barbarie fascista cresce. C'è ancora chi per calcolo o ignoranza cerca di sistemarla in uno schema rassicurante, quella del fantomatico scontro di civiltà. Ogni civiltà produce la propria barbarie. L'Italia, paese europeo, a regime democratico e repubblicano, ottava potenza economica del mondo, produce ancora fascisti che ammazzano un rifugiato africano a mani nude, davanti a sua moglie, dove averlo coperta d'insulti razzisti. E come è importante ripetere, questa barbarie è alimentata da quotidiani, come il Giornale, venduti ogni giorno nel nostro paese.

  4. Renata ha scritto:

    Sì, hai ragione @andrea_inglese, ovviamente la questione è lungi dall'essere 'marchigiana', anche se qui Trevisani, scrivendo da un blog che si occupa molto di cronaca locale, e di smontare tanti di quei luoghi comuni riguardanti le "tranquille" Marche, le Marche "laboriose" ecc, inquadra il contesto e le reazioni in un atteggiamento regionale, che però mi pare rifletta benissimo il mortifero connubio di cinismo e indifferenza che uniforme aleggia sulla nazione. Sull'eredità storica del "Francia o Spagna basta che se magna" e su quella irrisolta del razzismo fascista si innesta il nichilismo contemporaneo, quello che si nutre di rancore sociale, guerra civile cellulare, individualismo del nulla, ottundimento affettivo. Fateci caso, le passioni degli assassini sono tutte volte a icone fittizie: una squadra di calcio di qualche infima categoria, gli insulti copiati dal balordo ministro Calderoli (peraltro bellamente assolto dal Parlamento), i soliti slogan insulsi (li cito dalle cose che ho letto su Facebook in queste ore), del tipo "Noi a Casa Nostra diciamo quello che ci pare", e riecheggianti le righe tendenziose e terribili de Il Giornale ("una reazione che gli è stata fatale", come a dire: faceva meglio a starsene zitto). Chi fomenta quest'odio è responsabile.

  5. ha scritto:

    Prima di tutto grazie per l'intervento a Trevisani. Si cerca di tenersi informati, ma come anche nel contributo si sottolinea, le vie ufficiali giornalistiche sono spesso imbarazzanti. Apprezzato quindi un contributo che spiega anche un contesto non visibile al di là dei confini regionali. In merito all'accaduto non posso aggiungere nulla a quanto detto. Lascio un commento allora solo perché ho avuto la sventurata idea di seguire il link all'articolo del Giornale e guardare i commenti (sì, sì, lo sapevo cosa mi aspettava, ma a volte la ragione e l'istinto di sopravvivenza - psichica - hanno falle tremende). Ne sono rimasta a tal punto disgustata che mi sono chiesta se non sia necessario riflettere anche su questa pancia italiana che si gonfia ogni giorno di più e che - ahinoi - trova sfogo in forme incontrollate. Temo che rispondere con ideali sacrosanti o belle parole sia inutile. E' un màntice che soffia venti pericolosi e ad ogni giro risucchia sempre più aria infettata da quella appena espulsa. E' un circolo nefasto e dice, mi pare, di una parte di società che si muove parallelamente a e indipendentemente da ogni ragionamento di senso. Mi chiedo che tenuta morale abbia il nostro Paese di fronte a queste realtà, che ormai hanno frantumato le vecchie briglie del pudore. Che resistenza - e resistenza è un termine che non uso a caso - si può esercitare? Come tiriamo le briglie? Quale via di confronto e educazione morale reciproca percorriamo o vogliamo percorrere? C'è rimasto un po' di coraggio almeno per esporci e dire dove stiamo e per cosa siamo disposti a impegnarci, un po' di coraggio per agire? Scusate la raffica di domande un po' naives, ma davvero certe cose appena oltralpe non sono concepibili (tanto meno tollerabili - manco l'AfD arriva a questi livelli di delirio), e lo auguro a me stessa in primis, spero domani, passato il disgusto e la rabbia, non si viri di nuovo all'indifferenza e al "sì, ma tanto son quattro razzisti o quattro pazzi senza peso, sono un'eccezione". Perché non lo sono, purtroppo, non sono più una semplice eccezione. Buona serata, Stefania (PostScriptum: se qualcuno è così temerario da gettare un occhio ai commenti dell'articolo su Il Giornale e, esperto in materia, può dirmi se ci sono i termini per una denuncia o qualche azione di sorta, io sono in ascolto).

  6. Cara Stefania, premetto che non mi sono ancora bagnato nella melma dei commenti al "Giornale". So che di tanto in tanto va fatto, ma ognuno poi deve gestire anche il proprio equilibrio psicofisico, e già ingoiamo chili di ammazzamenti assurdi ogni giorno...
    Tutte le tue domande se sono naif sono buone. L'unica risposta che mi viene da dare è questa. Noi stessi, noi pure che siamo contro il razzismo e il fascismo, non riusciamo a pensare di poter agire collettivamente, non ci riusciamo. E le nostre azioni individuali, di buona volontà, si disperdono e hanno poco peso. Naturalmente esistono associazioni, realtà politiche che agiscono sul territorio, ma spesso isolate. E' una risposta banale, ma il primo passo a mio parere nasce dal mettere assieme persone e realtà che di solito non lo sono assieme, e a partire dall'urgenza di difendere gli elementari ideali di democrazia e uguaglianza. La politica parlamentare, è chiaro come il sole, ha altro da fare che occuparsi di queste cose...

  7. ha scritto:

    Penso che il punto sia proprio quello che tu individui, caro Andrea. Noi stessi non riusciamo a pensare di poter agire collettivamente - ergo [articolo io il tuo spunto] non ci riusciamo. Concordo in pieno ed è quello che stava sotto le mie domande e il mio chiedermi se ci sia ancora una minima tenuta morale a cui ricorrere. La tua risposta/osservazione è semplice, non banale e »ogni pensiero semplice è vicino«, anche al vero. Allora due considerazioni mi perseguitano (ma do atto che tutto mi perseguiterebbe meno se amassi meno un Paese a cui resto legata anche da lontano). La prima è che siamo disabituati a pensare per situazioni prediligendo il pensare per concetti e questo - con Schmitt - ci impedisce un pensare "politico", che quindi non solo riflette criticamente ma porta ad agire per opposizioni e quindi per progetti. Attaccati ai concetti - pur sacrosanti - perdiamo ogni presa sulla realtá che infatti si disgrega secondo tendenze autistiche opposte, lasciandoci una pericolosa tranquillità di coscienza (tanto i bei concetti a parole li abbiamo difesi). Che poi deleghiamo la politica ai moti intestini parlamentari odierni, bhè, è conseguenza, non causa. Segue ad esso connaturato il secondo movimento di pensiero che mi perseguita forse ancora più del primo: il valore della parole. Ogni volta che diciamo qualcosa in qualche maniera educhiamo (ripeto: educhiamo) ad uno sguardo sulla realtá noi stessi e gli altri. E noi siamo alla fine le nostre narrazioni. Mi ribalta quindi sempre vedere l'uso smodato della lingua e di quello che in essa si cela. Spazi come quelli dei commenti all'articolo de Il Giornale (e trovo grave non ci sia forma di moderazione,ma lasciamo stare...) sono scuole e casse di risonanza che io personalmente trovo pericolose. Allora, se vogliamo agire politicamente e avere cura delle parole occorre intessere un "discorso", prendere i singoli fili e intrecciarli a modo, e questo è un lavoro collettivo, complesso, che non so se si possa organizzare artificialmente o se semplicemente si dia per autogenesi, non lo so, ma se non ci occupiamo di questo, di cosa ci dobbiamo occupare? Quindi sì, il primo passo è quello che indichi tu, partendo dai fondamenti, ossia dalle parole. E ancora grazie a NI per questo articolo.
    Stefania

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