Appunti su “Tutta un’altra storia” di Giovanni Dall’Orto

10 luglio 2016
Pubblicato da

di Carlo Alberto Frassanito

Quando ho letto per la prima volta Dall’Orto ero uno sbarbatello alle prese con l’etimologia dell’ingiuriativo “finocchio”. Non mi convinceva la vulgata, in auge allora come adesso, sui roghi sodomitici all’aroma d’anice. Tramite la rete, unico strumento di ricerca che potessi all’epoca permettermi, m’imbattevo casualmente nel checcabolario, dictionnaire raisonné dell’onomastica
omosessuale. E di lemma in lemma prima, di articolo in articolo poi, cominciavo ad avvicinare quel pozzo senza fondo di materiali e idee che era, ed è tuttora, giovannidallorto.com.

A secoli di distanza dalla pubertà, conclusa la lettura dell’ultima pubblicazione di Dall’Orto, Tutta un’altra storia. L’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra (edito da Il Saggiatore), la sensazione che ho avvertito è stata inaspettatamente la medesima dei miei lunghi anni imberbi, vale a dire quella di chi si rende conto di essersi perso un pezzo della storia, un pezzo bello grosso per giunta.

Nel suo libro Dall’Orto racconta svariate cose interessanti. La sua personale idiosincrasia nei riguardi dei luoghi comuni lo induce a capovolgere cliché storici putrefattisi da tempo nella nostra privata Weltanschauung. E se alcuni di questi smascheramenti provocano istantanei sollievi – è il caso della presunta bisessualità grecoromana, oppure dell’ascendenza biblica del pregiudizio sulla contranaturalità omoerotica, di origine in realtà accademico-stoica – altri generano un certo fastidioso imbarazzo (se non altro nel sottoscritto), come le prove di un’aspirazione al matrimonio egualitario risalente almeno al XVI secolo e de facto più vecchia di quanto era lecito aspettarsi; Altri ancora, poi, non è difficile vaticinarlo, susciteranno ulteriori occasioni di dibattito, primo fra tutti il rinvenimento di una concezione innatista dell’omosessualità databile all’età antica.

Tutta un’altra storia è per sua esplicita ammissione uno “strano” libro di storia. Eppure, la sua “stranezza” non risiede nel programmatico rifiuto dell’impostazione per exempla, dell’immancabile, e invero un po’ voyeuristico, martirologio delle checche illustri, né tantomeno nello stile, lontano anni luce dalla prosa sedativa a cui ci ha reso avvezzi l’accademia e che, se non temessi di essere frainteso, definirei “frocio”, vale a dire ironico, franco e scintillante. Si tratta, invece, di un libro “strano” perché costantemente e volutamente polemico.

Fin dalle premesse del suo discorso, Dall’Orto ingaggia una mordace battaglia contro coloro chedefinisce, con intento più critico che semplificatorio, “invenzionisti”, ossia i sostenitori della tesi, di derivazione foucaultiana, per la quale l’omosessualità rappresenterebbe una costruzione sociale formatasi tra il XVIII e il XIX secolo, piuttosto che una realtà ontologica o un’immanenza umana.

Alla confutazione di Foucault l’Autore ha dedicato finanche un intero capitolo che, per discutibili ragioni editoriali, è rimasto escluso dal volume cartaceo, benché reperibile online.

C’è da dire che la polemica non è affatto pretestuosa, la questione che s’intende discutere è tutt’altro che gratuita e da essa dipende lo statuto stesso del saggio: se non si dà l’esistenza dell’omosessualità cade di necessità la ragion d’essere di una storia della stessa.

I termini della diatriba, nondimeno, appaiono come offuscati da alcuni fraintendimenti di fondo. Se è vero che Dall’Orto dimostra, prove documentarie alla mano, che concezioni essenzialiste e performative dell’omosessualità si sono sovrapposte in pratica da sempre e ben prima del XVIII secolo, dall’altro non si può omettere, in primis, che Foucault non era, a suo stesso dire, uno storico
stricto sensu e che più volte nelle sue opere si premura di chiarire che le sue ricerche sono funzionali più al sostegno di un ragionamento, che all’accuratezza della ricostruzione storica; in secundis che, proprio in virtù della sua atipicità, Foucault muoveva da presupposti (speculativi) già di per sé antiessenzialisti, a prescindere dal fatto che si occupasse di sessualità, di follia o di checchessia.

L’intento di Dall’Orto appare peraltro più che nobile e s’intreccia alle motivazioni che lo hanno persuaso a scrivere una storia dei finocchi occidentali. Il ricercare nel passato le tracce di un’antica frocietà palesa il disegno di rinsaldare quell’identità omosessuale tanto a lungo e faticosamente costruita a partire dagli anni settanta del secolo scorso e così indebolita negli ultimi decenni.D’altronde, un effetto della prolificazione dei discorsi post-strutturalisti circa le nozioni di sesso, genere e orientamento sessuale, emblematizzato secondo Dall’Orto dall’infinita sequela di lettere giustapposte quotidianamente all’acronimo LGBT, è stato in modo incontestabile quello di frantumare man mano l’unità e la forza politica di una comunità minoritaria, un tempo conscia dell’importanza della sua compattezza e ad oggi focalizzata pressoché soltanto sulla propria
parcellizzazione individualistica.

In questo processo di minorazione della minoranza, analogo a quello riscontrabile in altri gruppi “minoritari” come quello delle donne, dei precari, dei migranti e via dicendo, non è infondato scorgere una futura dissoluzione della stessa e quindi del suo potenziale oppositivo e antisistemico.

L’evidenza, in più, che certi discorsi di moltiplicazione identitaria provengano dall’accademia nordamericana, quelli di Butler innanzitutto, e che, come ben rileva Dall’Orto, denuncino una certa tendenza all’esportazione di modelli di contestazione estranei a quelli nostrani, porta a sospettare che stiamo forse saggiando, per dirla con Foucault, degli inediti dispositivi di sapere e potere.

Lungi dal voler offrire, in questa o in altra sede, alcuna proposta risolutiva circa la vexata quaestio se froci “lo si è” oppure “lo si fa”, mi limito a suggerire come la negazione di una realtà ontologica all’omosessualità non escluda a priori la costruzione di un’identità omosessuale contingente. In altre parole, non vedo perché in un contesto storicamente dato non possa comporsi senza sensi di colpa un profilo identitario, quantunque socialmente e culturalmente fondato, che accomuni fra di loro gli invertiti e con essi le lesbiche, i bisessuali, i transessuali e qualunque altro individuo sia portatore di una sessualità alternativa alla norma.

Si obietterà che un siffatto esperimento di artefatta integrazione possa risultare castrante e riduttivo per i soggetti che vi sono coinvolti, che sia pericolosamente simile ad alcuni tentativi di fondazione identitaria studiati a tavolino, come l’italianità neoromana di matrice fascista o la padanità pseudoceltica della Lega ante Salvini, che finisca per essere eterodeterminato dalla norma perché si realizza nella negazione della stessa. Eppure tutti questi vizi di forma sono compensati dalla forza oppositiva che una comunità coesa eserciterebbe, e al contempo attenuati dalla consapevolezza che il collante sarebbe in ogni caso un’identità ideologica e non “reale”.

Si tratterebbe, in sostanza, di sostituire ad un’identità gay tout court un’identità gay indebolita quel tanto che basti a non scadere, alla stregua di tutte le ideologie, in derive autoritarie, gerarchizzanti, escludenti e colonizzatrici (come quelle di chi tenta di sbiancare Stonewall). Un’identità che si collochi nella contingenza, nell’Italia, ad esempio, in cui una legge dello Stato, salutata come progressista, non soltanto istituzionalizza una discriminazione, ma impone che il riconoscimento giuridico dei rapporti interpersonali sessualizzati passi in maniera esclusiva dallo scimmiottamento della coppia eterosessuale; oppure, per dire, nell’Occidente che sullo sfondo di una strage omofobica proietta l’arcinoto spettacolo sullo scontro di civiltà, mentre tace sulla liberalizzazione, imposta dalle lobby transnazionali, del consumo della violenza armata.

Nessuno nega che si parli di una possibilità molto semplice sulla carta, ma oltremodo più difficoltosa nella pratica, una possibilità destinata gratia sui a parecchi compromessi, errori e scacchi. Se non altro, tuttavia, assumendo una teoria identitaria del genere, in una prospettiva, mi si passi la locuzione vattimiana, di “sessualità debole”, una storia come quella di Dall’Orto può addossarsi il significato di quello che in effetti è: un’azione politica, l’atto sovversivo di un movimento di interpretazione omosessuale.

Giovanni Dall’Orto
Tutta un’altra storia
Il Saggiatore
ISBN 9788842818748
Pagine 728
€ 27.00

 

Tag: , , , ,



indiani