Di cosa è fatto il niente

18 luglio 2016
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lecture_on_nothing28042016153340Lecture on Nothing di Robert Wilson al Festival dei 2Mondi

di Maria Anna Mariani

Lecture on Nothing: quali aspettative si schiudono per lo spettatore davanti a un titolo così, un titolo che ostenta il niente come tema di una conferenza presentata a teatro? Chi compra il biglietto e poi una sera di luglio si incammina su per le salite di Spoleto verso il teatro Caio Melisso, perché lo fa? Forse perché sa che c’è Robert Wilson a portare in scena quel testo di John Cage che pretende di articolare il nulla, di plasmarlo con le parole e srotolarlo nel tempo. E dunque anche se il contenuto della rappresentazione minaccia di essere vuoto, il contenitore – il corpo sonoro di Bob Wilson – dovrebbe valere, di per sé, la scalata su per i vicoli puntuti di sassi e la sosta a teatro per un’ora e poco più, a slogarsi il collo da un posto disgraziato, da dove non si vede nulla, nulla.

Ma cosa c’è da vedere? Tutto quel che ora conta: il Nulla. E allora i corpi altrui schierati in prima fila fanno davvero ostacolo a qualcosa, ovvero alla contemplazione di questo Nulla materico che si sparpaglia sulle assi del palco sotto forma di fogli stracciati, che si arrampica su per i pannelli verticali percorsi da parole in frantumi, che si fa tavolo e letto candidi, e che si incarna in un Robert Wilson monocromo, faccia compresa – bianca come bianco è il librone che gli troneggia di fronte, chiuso all’inizio, ma poi aperto e sfogliato; con esagerata lentezza.

Quando si apre, questo libro? Dopo che sono passati quei sette intollerabili minuti di fruscio tecno quasi insostenibile, un rumore di scossa che fa vibrare l’aria e le ginocchia, e che poi si zittisce per far posto al silenzio – che diventa così una conquista, il risultato di un processo di sottrazione. È in questo silenzio che il libro può aprirsi – il libro che racchiude la conferenza sul niente che John Cage aveva scritto nel 1949 e pubblicato dodici anni dopo, in una raccolta intitolata proprio Silence. Quando il libro al centro della scena si apre, la fissità incolore che all’inizio aveva dominato incontrastata si anima: ed ecco che Wilson comincia a leggere (in inglese, naturalmente: ma ci sono i sopra-titoli con la traduzione); a leggere lentissimamente, sfiorando le parole stampate sulle pagine con l’indice che intanto sottolinea, che tiene il segno.

Sapere a che punto siamo è infatti cruciale: tutto il testo di Cage è scansionato in blocchi sintattici minutamente frazionati, e di continuo lo spettatore sente frasi come: “here we are now at the beginning of the third unit of the fourth large part of this talk” (“siamo ora all’inizio della terza unità della quarta parte di questa conferenza”). Istante per istante sappiamo a che punto siamo, e sappiamo anche che non stiamo andando verso nulla. Più lo spettacolo avanza, più ce ne accorgiamo: non stiamo andando proprio da nessuna parte. Quel che conta è solo questa traiettoria millimetrata, che percepiamo pezzetto dopo pezzetto: siamo ora un po’ oltre l’inizio della sua terza unità; siamo ora a metà della sua quarta parte; e via di seguito. Siamo qui, e se vorremmo invece andare altrove siamo liberi di farlo: Robert Wilson ci esorta, anzi, a lasciare il teatro se non vogliamo restarci; così come ci invita a dormire se la sua litania di frasi vuote ci ha insonnolito.

Eppure restiamo – quasi tutti restiamo – e non dormiamo. Semmai piangiamo (in platea a un certo punto qualcuno singhiozza forte) e se piangiamo è perché ciò che sta accadendo sul palco non è un evento, ma una meditazione protratta sull’infinita vanità del tutto, su questo esistere che si origina dal nulla per approdare al nulla, mentre quel che sta tra i due estremi non è altro che ripetizione, insensato trascinarsi – come nei testi di Beckett.

E allora forse quei singhiozzi che squassano qualcuno giù in platea sono dovuti alla costrizione di soppesare la struttura cava che ci sorregge, ogni struttura cava che ci sorregge – innanzitutto il nostro corpo fermo qui, in questo punto, proprio ora. Ma perché ci sta? E che cambierebbe se invece fosse altrove, o se non fosse?

È a questo esserci del corpo che Bob Wilson impone di pensare, in fondo, mentre il tempo sgocciola via frase dopo frase (quasi sempre la stessa, ancora e ancora, percorsa da minute variazioni). Come riprodurle, queste frasi, se non provando a descriverne la logica combinatoria della sintassi, che punta a esaurirne le possibilità, fino a che anche la ripetizione si logora e non resta che l’urlo di Wilson, seguita dal suo silenzio – ma poi tutto ricomincia, come se il silenzio avesse rigenerato l’usura della parola.

Irrita, tutto questo: e lo sapeva bene John Cage, che scrivendo il testo l’aveva ritmato col ritornello: “it is not irritating to be where one is. It is only irritating to think one would like to be somewhere else” (“non è irritante essere dove si è. È irritante solo pensare che si vorrebbe essere da qualche altra parte”). E che il testo sia irritante sembra saperlo anche il Robert Wilson regista, non solo il Robert Wilson attore, che facendo comparire nei primi minuti dello spettacolo un enigmatico uomo col binocolo, appollaiato su un’altura del palco, vuole forse affidargli il compito di scrutare le facce del pubblico, di fare un preventivo test di fisiognomica e valutare se davvero gli spettatori sono pronti a sottoporsi a tutto questo: alla contemplazione del tragitto vacuo che si tende tra le due estremità del niente.

E preparati quegli spettatori devono esserlo, dobbiamo esserlo, se abbiamo preso sul serio quel titolo che sporge dal sito internet, dal catalogo e dai manifesti del 59 Festival di Spoleto. È una Lecture on Nothing, e lascia presagire che in circa un’ora di bianco sconcerto non faremo altro che sondare le minime pieghe di un involucro visivo e sonoro. Dall’involucro sonoro si potrebbe estrarre questa frase, estenuata dalle corde vocali di Wilson: “nothing is not a pleasure if one is irritated” (“niente non è un piacere se si è irritati”). È una frase con una doppia negazione grammaticalmente anomala, che però non è un errore, ma un modo per sostantivare il niente, per iniettarlo di sostanza: un modo, insomma, per fare di questa Lecture on Nothing la forse più fedele trasposizione di un titolo che sia mai stata messa in scena.

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