Modello Butterfly

20 luglio 2016
Pubblicato da

di Noemi De Lisi

Non aveva dormito per tutta la notte ma aveva comunque deciso di rimanere sdraiato sul letto, immobile. Quando finalmente sentì la porta d’ingresso chiudersi, accese l’abat-jour sul comodino, si alzò e guardò il cellulare: erano le 8:00. Si girò a guardare il letto: le grinze del lenzuolo e il solco sul cuscino facevano sembrare tutto diverso, come se avesse dormito davvero. Aprì la porta della stanza, fece un passo in avanti e la richiuse dietro di sé. Rimase fermo nello stretto corridoio in penombra: «Buongiorno», disse anche se non c’era nessuno. Sua madre gli aveva insegnato a salutare la casa: “Le case vuote si salutano sempre”, gli diceva. Andò in cucina, spinse l’interruttore del lampadario a neon che singhiozzò tre volte e poi si illuminò. Il piccolo televisore sopra al frigorifero; i pensili sopra al lavello, l’armadio delle pentole, la libreria usata come dispensa, la cucina a gas attaccata alla bombola, la lavatrice, e al centro, l’ampio tavolo rustico rettangolare circondato da quattro sedie con la seduta di paglia. Erano mobili vecchi, diversi fra loro, raccattati dalle case di parenti defunti; perché come diceva sua madre: era un peccato buttarli. A lui non piacevano, lo facevano diventare una bestia. Una volta aveva urlato a sua madre: “Lurida accattona!”, le aveva detto che un giorno avrebbe preso i mobili e li avrebbe fatti volare dal balcone, anzi, che un giorno li avrebbe bruciati, avrebbe bruciato tutta la casa. Eppure, adesso non gli capitava più di innervosirsi in quel modo, si era distratto, non ci pensava così tanto. I mobili fradici, spaiati, il disordine; solo ogni tanto tornavano a disturbarlo, ma sempre meno, ci si era abituato: non c’era nulla di male in questo.

I suoi genitori erano usciti come tutte le mattine. Sua madre puliva le case di diverse signore delle quali lui non ricordava i nomi ma solo le lettere finali: Etta, Dia, Esa, Ela. Suo padre, invece, aveva perso il lavoro da quattro anni, faceva l’operaio. Così, adesso, per tenersi occupato, andava in giro per la città fino all’ora di pranzo: andava al sindacato, a fare la spesa, a fare la fila alle poste; oppure ogni tanto faceva l’autista a una signora anziana, che lui chiamava “Ursula” come la strega del mare.

Aprì uno dei pensili sopra il lavello: se non fosse stato per le lunghe antenne che si muovevano, non si sarebbe accorto dello scarafaggio fermo sull’anta. Prese un bicchiere, guardò ancora lo scarafaggio, e richiuse piano. Aprì il frigorifero, prese una bottiglia d’acqua, riempì il bicchiere fino all’orlo, lo portò alle labbra, bevve e strizzò gli occhi perché ebbe una fitta ai denti. Sapeva bene qual era il pensiero. Non aveva dormito due notti per quel pensiero. Lo sapeva ma voleva fare finta di niente. Scrocchiava le dita stringendo il pugno, ridacchiava e si diceva: «Ma no… non sarà mica per quello!». Lucia lo aveva lasciato e lui la amava ancora. «È mai possibile?», diceva scuotendo la testa con gli occhi sgranati, «è mai possibile?». Erano stati insieme otto mesi, non faceva che ripensarci. Ci pensava così tanto che i fatti cominciarono a mischiarsi fra di loro. Così, lui non sapeva più ricordare se il Primo Maggio avesse cominciato a piovere sul loro picnic. Se avessero dovuto raccogliere tutto in fretta, se fossero corsi in auto imprecando. Se chiusi là dentro, con i capelli umidi e scombinati, avessero comunque deciso di mangiare quello che avevano preparato; restando a masticare in silenzio, senza guardarsi. Oppure, se stesse già diluviando fin dalle prime ore mattutine, nonostante fosse maggio; e loro avessero deciso di rimandare il picnic a un altro giorno. E quando per la prima volta ricordò la festa di carnevale, non aveva dubbi sul fatto che Lucia avesse indossato un lungo kimono a fiori e lui una ridicola divisa da marinaretto con un fiocco blu sul petto. Ma già la seconda volta che lo ricordava, non ne era più sicuro. Fra i coriandoli e la musica della festa, ricordava bene i baffi finti sotto il naso di Lucia, e quanto lui avesse sudato sotto la parrucca che lei lo aveva costretto a indossare. Strizzava gli occhi nello sforzo di capire cosa fosse vero. Forse era stato tutto in un altro modo, forse era stata Lucia a travestirsi da marinaretto; mentre lui, invece, aveva indossato l’elegante kimono, e tutti alla festa gli avevano fatto i complimenti.

Nelle ultime due settimane, da quando si erano lasciati, aveva continuato scriverle su Whatsapp tutti i giorni. Poi lei lo aveva bloccato; così lui aveva cominciato a inviarle sms. Le aveva scritto tutti i loro ricordi, li aveva descritti uno per uno, e quando finirono, ricominciò daccapo, anche se ormai Lucia non rispondeva più. Cinque volte aveva provato anche a chiamarla, e dopo aveva smesso, perché non voleva disturbarla. Quelle volte, aveva sperato che rispondesse fino all’ultimo squillo, finché non era caduta la linea. Se lei avesse risposto, lui avrebbe cominciato a parlare subito: “Amore mio, senti qua: tu ti ricordi il Primo Maggio cosa abbiamo fatto? E com’eravamo vestiti a carnevale? Io com’ero combinato, te lo ricordi?”. Quando non muoveva i pollici veloci sul display del cellulare, trascorreva lunghe ore chiuso nella sua stanza, con la luce spenta, davanti al computer. Guardava e riguardava le loro foto insieme; leggeva e rileggeva le conversazioni della chat di Facebook. La schiena curva, la faccia vicinissima al monitor: l’unica parte di sé strappata dal buio.

Quella mattina era il 19 ottobre. Uscì dalla cucina, aprì la porta del bagno, la richiuse dietro di sé, fissò lo specchio e cominciò a strizzarsi i brufoli con due dita avvolte nella carta igienica. Si voltò, aprì il primo cassetto in alto del mobiletto bianco, prese la crema contro l’acne e lo richiuse; poi spinse anche il secondo cassetto, perché sporgeva un po’ in fuori rispetto agli altri: “Succederà qualcosa di terribile se non lo faccio”, pensava. Spalmò la crema sul viso, insistendo in massaggi circolari sui bozzi arrossati. Poi spalancò la bocca e cominciò a guardarsi la lingua come faceva da bambino. La piegava tenendo la punta sull’arcata superiore dei denti per guardarne la parte inferiore: i filamenti bluastri, lucidi di saliva. La mordeva, la sollevava, l’abbassava, l’allungava a destra, a sinistra, finché non si stancava. Lucia usciva da scuola alle tredici. Aveva deciso di aspettarla davanti al portone di casa. Finalmente l’avrebbe rivista dopo quelle settimane. Le avrebbe detto di nuovo che l’amava, glielo avrebbe detto in faccia: non c’era nulla di male in questo.

Tornò nella sua stanza e cominciò a vestirsi: la sensazione del tessuto sulla pelle la percepì lontana; come se a vestirsi fosse qualcun altro, come se lui fosse affacciato alla finestra e stesse guardando un ragazzo che si veste nel palazzo di fronte. «Lucia, Lucia, Lucia, Lucia», cominciò a ripetere, cambiando ogni volta il tono con cui pronunciava il suo nome: ora supplicante, ora infastidito, ora commosso, ora eccitato. Finì di vestirsi, indossò l’orologio e il giubbotto nero di cerata, quello che si chiudeva al collo con una fibbia. Prese il pacchetto di sigarette dalla scrivania, lo aprì per contarle e lo infilò nella tasca sinistra del giubbotto; prese l’accendino e lo mise nella stessa tasca dei jeans. Prese le chiavi dello scooter dal porta oggetti di legno a forma di mano; una volta gli era caduto a terra e si erano rotte due dita, lui ci aveva messo lo scotch ma continuavano a staccarsi. Prima di uscire dalla stanza si voltò indietro, spense l’abat-jour, aprì l’ultimo cassetto in fondo del comodino, ne estrasse il serramanico modello butterfly e lo richiuse.

Uscì per strada. La luce e l’aria fresca lo stordirono. Si strofinò gli occhi, non dormiva da due giorni. C’era stato quell’incubo e da allora non si era più addormentato per paura che continuasse. Aveva sognato di correre per strada, e di sentire la fatica dei muscoli scomparire mentre si trasformava in un animale: una bestia verde, forte, veloce, della quale poteva vedere solo le zampe che si allungavano e ritiravano nella corsa. Poi si era fermato ed era tornato a essere un uomo. Aveva visto Lucia in una chiesa vuota, l’aveva raggiunta accanto al confessionale, e aveva cominciato a urlarle in faccia che sapeva del suo segreto, che ci doveva essere per forza un segreto, che lei doveva dirglielo. Lucia aveva cominciato a piangere, e sottovoce gli aveva detto di avere avuto una bambina quando aveva sedici anni, e che questa bambina le somigliava molto, che questa bambina era come lei da piccola. Lui allora aveva cominciato a picchiarla: «Come puoi avere una figlia?», urlava. Allora tutto quello che si erano detti quando stavano insieme non era vero. Chi aveva badato a questa figlia per tutto il tempo? Come faceva Lucia a stare con lui come se non avesse una figlia? Lui piangeva, urlava e stava perdendo la voce. Lei aveva il viso tumefatto e gli aveva detto: «Mi fa impressione quella bambina ma le voglio bene lo stesso». Si era svegliato con gli occhi bagnati e le lenzuola sudate.

Mentre camminava, la strada cambiava a ogni passo. C’erano persone che gli venivano incontro, che lo seguivano, che lo superavano: “Sono tutti molli, sembrano ancora addormentati”, pensava. I passanti andavano a destra, a sinistra, alzavano le braccia, parlavano fra loro, sorridevano. Ma nonostante questo, lui non era in grado di cogliere in loro nessuna voce, nessuna espressione che non fosse disumana. Raggiunse lo scooter, tolse il bloccasterzo, aprì il bauletto per prendere il casco, lo indossò, divaricò le gambe per salire su, si diede una pacca sulla tasca destra del giubbotto, e accese il motore con un colpo di polso.

Aveva sempre avuto paura di perdere o dimenticare qualcosa. Ricordava bene, fin da bambino, le scenate che faceva sua madre quando non trovava il mazzo di chiavi. Buttava in aria tutta la casa per cercarlo: prima imprecando, urlando, con le vene del collo rosse e gonfie, poi piangendo sempre più sommessamente. Finché il lamento non si trasformava in una filastrocca, ma anziché recitare: «Gesù mio, vorrei fare un grazioso discorsino ma son tanto piccolina che ho paura di sbagliare. Io lo so che tu sei buono e sai leggermi nel cuore, Gesù mio, chiedo perdono se ti ho dato del dolore… », diceva: «Gesù mio, per favore non mi devi più punire, altrimenti poi mi viene subito di morire. Sono io la peccatrice e dai cani son mangiata. Gesù mio, non farmi più soffrire, tanto all’inferno sono destinata.» Lui a quei tempi era piccolo, si andava a nascondere nello spazio stretto fra il letto e il comodino, e rimaneva lì con le ginocchia contro il petto, la testa bassa e le mani premute sulle orecchie. Finché sua madre non si calmava, e con il viso tutto scombinato dal pianto, lo andava a cercare, lo trovava, lo prendeva in braccio e gli diceva: «Le ho trovate, vita mia, guarda, guarda dove sono! Mi pareva di averle perse. Non è successo niente, non è successo niente… ».

Spense lo scooter in via Uditore, davanti il portone di Lucia. Immaginò di vederla arrivare come sempre, come quando stavano insieme e lui l’aspettava proprio lì. Poteva fare finta di non ricordare più che lei lo avesse lasciato. Se lui avesse cominciato a parlarle come quando stavano insieme, allora forse anche lei lo avrebbe fatto. Avrebbe vinto la sorpresa, l’imbarazzo iniziale, e avrebbe anche lei detto frasi come: “Dobbiamo passare in quel negozio dell’altro giorno, ti ricordi? Quello dove c’era quella maglietta scontata. Dai, dai, non ti seccare.”, oppure: “Allora stasera sali a mangiare da me? Ti piace il cuore con la cipolla e il pelato, vero?”. Scese dallo scooter e si mise ad aspettare. La scuola di Lucia era vicina e lei sarebbe arrivata una decina di minuti dopo le tredici. Cominciò a passeggiare nelle vicinanze. Si allontanava dal portone, si fermava e tornava indietro. Si appoggiava al cofano di un’auto posteggiata, ma subito dopo si alzava. Si guardava attorno, si allontanava nuovamente, fantasticava, parlava da solo. Tirò fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca, lo aprì e lo avvicinò alle labbra per prenderne una. Prese l’accendino e si toccò l’altra tasca. Bruciò la punta della sigaretta e aspirò il fumo profondamente. Sentiva gli occhi asciutti, come se le palpebre nel chiudersi sfregassero sulla pupilla. Un signore si avvicinò e gli domandò qualcosa, lui sobbalzò:

«Come?»

«Che ore sono?»

Guardò l’orologio: «L’una, adesso», rispose, gettò a terra la sigaretta, e la calpestò.

Fissò il signore allontanarsi. Fra poco avrebbe rivisto Lucia. Sentì lo stomaco scombussolato, come se avesse dentro qualcosa. Così, si ricordò di quel vecchio libro di favole senza copertina e con la rilegatura sfilacciata che c’era in casa. Da bambino lo andava a sfogliare spesso anche se le storie e le illustrazioni gli facevano impressione: una principessa con l’enorme testa di rospo dai bulbi sporgenti; una regina che partoriva un serpente. Si avvicinò al portone, si chinò a guardarsi nello specchietto di un’auto posteggiata, e si pettinò i capelli con le dita. Poi pensò che avrebbe potuto nascondersi dietro l’angolo del palazzo. Così, avrebbe potuto calmarsi senza che lei lo vedesse; poi avrebbe aspettato che si fosse avvicinata, avrebbe fatto un balzo in avanti e detto: “Buh!”. Lei prima si sarebbe spaventata, lo avrebbe chiamato “scemo”, poi sarebbe scoppiata a ridere e lo avrebbe abbracciato.

Si appoggiò al muro accanto al portone e rimase immobile. Nell’attesa, si preparò il dialogo in testa, tutto quello che lui e Lucia avrebbero detto. Decise le battute e le volle provare. Da una parte c’era la sua voce normale, dall’altra la sua voce in falsetto per fare Lucia. Mise una mano davanti alla bocca e cominciò a parlare freneticamente, in un mormorio; tossendo qualche volta, per non fare capire ai passanti cosa stesse facendo:

«Ciao, Samu ma com’è che sei qui?»

«Ma niente. Stavo passando, stavo sbrigando delle cose… e mi sono ricordato che uscivi da scuola.»

«Sì. Ti ricordi quando mi venivi a prendere sempre?»

«Certo che me lo ricordo.»

«Che ne so. Magari ora hai la tua vita… dopo che ci siamo lasciati.»

«Che c’entra la mia vita? Mica si possono scordare queste cose.»

«Lo so. Però non ci pensavo che te lo ricordavi.»

«E secondo te che altre cose mi ricordo?»

«Non lo so.»

«Dai, Lu… dinne una.»

«Non lo so… Ti ricordi che mi ami?»

«Me lo posso scordare mai?»

«Manco io, Samu.»

«Però mi hai lasciato.»

«Ma che vuoi, sono stata una cretina. Me ne sono pentita due giorni dopo, te lo giuro. Ma mi vergognavo a chiamarti, a dirtelo… che poi mi prendevi per pazza, che prima ti lascio e poi ti voglio di nuovo.» Quando finì di dire l’ultima battuta, sentì qualcosa negli occhi. Ci passò su il dorso della mano e vide che era bagnato. Incrociò le braccia sul petto, alzò gli occhi e vide Lucia arrivare in lontananza. Era magra e alta, sembrava un filo di fumo. Lui sorrise e si trattenne dal farle un cenno di saluto, dall’andarle incontro; continuò ad aspettare fermo, ancora.  Lucia camminava insieme a Carmela, sua sorella. Frequentavano la stessa scuola ma in classi diverse, viste da lontano o di spalle, sembravano uguali. Avevano anche la stessa voce, e certe volte, lo avevano preso in giro; lui chiamava Lucia ma rispondeva sua sorella, e lui continuava a parlare senza accorgersene finché Carmela non scoppiava a ridere e lo rimproverava: “Ma com’è che non riconosci la tua fidanzata?”.

Lucia indossava una maglietta che lui non aveva mai visto: era bianca con dei fiori rossi e gialli sul petto, circondati da piccole farfalle nere. Appena Lucia lo vide, diventò seria e abbassò gli occhi. Lui aspettò che le due sorelle fossero a pochi passi dal portone prima di infilare la mano nella tasca destra del giubbotto. Lucia gli passò accanto senza guardarlo, cercò in fretta la chiave del portone nello zaino, la trovò, la infilò nella serratura, ed entrò, seguita dalla sorella. Lui diede una spinta a Carmela ed entrò nell’androne del palazzo insieme a loro. «Che cazzo vuoi, Samuele?», gli gridò Lucia, afferrando per un braccio la sorella e indietreggiando, «non l’hai capito, mi devi lasciare stare!». Lui tirò fuori la mano dalla tasca, mosse tre volte il polso per aprire il coltello e lo sollevò sopra le loro teste.

Vedeva le ragazze agitarsi, e le loro braccia colpirlo sul petto, sulla faccia. I loro occhi erano sgranati e le bocche spalancate. Quando Lucia cercava di scappare, lui la afferrava per i capelli e affondava di nuovo il coltello nella schiena. Carmela gli tirava calci, gli afferrava la mano che stringeva il coltello, lo strattonava, lo picchiava sul braccio, gli si aggrappava al collo, lo graffiava. Mentre lui tutte le volte la spingeva via, facendola cadere davanti all’ascensore, e abbassava il coltello su Lucia continuamente. Carmela gridava, si rialzava, e si metteva fra di loro: una coltellata le finì nel collo, così profonda che un fiotto di sangue lo colpì in faccia. Lui strizzò gli occhi e si asciugò con la manica del giubbotto; Carmela cadde al centro dell’androne, e non si mosse più. Anche Lucia era per terra, ma scossa ancora da singhiozzi. Lui la guardò: era supina, il volto anemico, il labbro squarciato, una guancia bucata, i capelli lunghi sparsi sul marmo tutto sporco di sangue. Le si inginocchiò accanto, alzò ancora una volta il coltello ma si fermò. Sentì delle voci provenire dalle scale: alzò gli occhi e vide che qualcuno stava scendendo, e che la pulsantiera dell’ascensore era accesa. Allora, si alzò, scivolò, si rialzò, e uscì correndo fuori dal portone, mentre qualcuno dal palazzo gli urlava: «Che hai fatto? Fermo! Fermo!». Salì sullo scooter e partì. Sceglieva le vie a caso e accelerava. Gli bruciavano gli occhi, i denti gli battevano, sentiva le braccia molli: «Se come gli altri vorrai sembrar, questa rima dovrai recitar…», prese a ripetere, cercando di tenere i piedi paralleli fra loro, la schiena dritta, il mento sollevato e i denti fermi. Quando si trovò davanti lo svincolo per l’autostrada, lo imboccò.

Raggiunse la stazione di Bagheria nel tardo pomeriggio. Aveva buttato il giubbotto e il coltello dentro un cassonetto isolato, si era lavato la faccia in una fontana, aveva strofinato forte per fare sparire quell’alone rossastro sulla guancia. Si sentiva stanco. Aveva l’urgenza di dovere pensare a qualcosa, qualcosa che aveva perso, forse, e che doveva ritrovare: «Ce l’ho sulla punta della lingua…». Comprò un biglietto del treno e si mise ad aspettare insieme alle altre persone, dietro la linea gialla. Controllava spesso il tabellone sopra la sua testa; doveva partire, aveva fretta: “Ma perché me ne devo andare…”. Poi la gente attorno a lui cominciò a gesticolare, a spostarsi e a voltarsi incuriosita verso un gruppo di poliziotti che stava arrivando. Anche lui si girò e non appena notò le divise, cominciò a correre. I poliziotti lo raggiunsero, lo bloccarono e lo ammanettarono urlandogli di stare fermo: “Ma perché stavo correndo…”. Al suo passaggio la gente sgranava gli occhi e si domandava: «Maria santa, ma che ha fatto? Chi è? Tu lo conosci? No, manco io». Lui camminava a testa bassa tra due poliziotti. Pensò che poteva fare finta di essere anche lui fra la gente che lo stava fissando. Era la prima volta che vedeva un arresto dal vivo. Avrebbe telefonato a Lucia per raccontarglielo: «Indovina che mi è successo? Ero alla stazione di Bagheria e ho visto che arrestavano a uno! Lu, ma tu t’immagini, che ce lo avevo messo accanto mentre aspettavo il treno? Poi si è messo a correre, quelli ci sono andati dietro come pazzi, due l’ hanno buttato a terra, e lui pareva tutto mollo, in faccia era bianco, bianco, ti giuro pareva già un’altra persona. Ora gli hanno messo le manette e se lo sono portato. Ma tu t’immagini se questo aveva una pistola e si metteva a sparare? Ci ammazzava a tutti. Uno non può stare tranquillo appena esce di casa, succedono troppe cose brutte. Lui chissà che ha fatto, forse per cose di droga. Stasera lo diranno al Tgs». I poliziotti lo trascinarono fuori dalla stazione, lo spinsero sul sedile posteriore di una volante e partirono. Mentre osservava la città scorrere sui finestrini dell’auto, finalmente si addormentò.

Tag: , ,



indiani