Lezioni d’inglese

21 luglio 2016
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

L'incendio_delle_Camere_dei_Lord_e_dei_Comuni

( l’incendio della camera dei comuni e dei Lord e dei Comuni di William Turner)

Benché sia una fin troppo facile profezia che le turbolenze a cui la Brexit darà luogo alla fine verranno pagate dagli indifesi, dagli ultimi, da tutti coloro che non vogliono o non possono avere successo in questo mondo e l’unica incertezza consista nell’invenzione dell’acronimo con il quale l’apparato mediatico li ribattezzerà sarcasticamente, può essere una magra consolazione, o almeno lo è per me, provare a imparare qualcosa da questa vicenda.

Da questo punto di vista l’aspetto più interessante di questo referendum è stato lo spettacolo di sorpresa e di impreparazione per la vittoria del leave che hanno offerto i promotori dello stesso referendum, i quali, giova ricordarlo, non sono gli improvvisati capi di un movimento populista fondato da un ex comico o da un ex star televisiva o sportiva, ma i membri del governo britannico e del gruppo dirigente del partito conservatore: gente che ha studiato nelle migliori università del mondo, ha rapporti privilegiati con il mondo della finanza internazionale e conosce tutte le regole del gioco politico. In questo senso si potrebbe definire il risultato che essi hanno ottenuto, ossia quello di far ballare un intero paese intorno a un gioco di potere interno al loro gruppo, come il trionfo della meritocrazia.

L’aspetto più sorprendente della loro sorpresa, sia quella di Cameron sia quella di Boris Johnson, è che tutti i sondaggi parlavano di distanze risicate e di incertezza sull’esito finale della votazione, dunque era abbastanza evidente che potesse vincere anche il leave e non solo il remain. Non sono in grado di dire sulla base di quali elementi fossero sicuri di quest’ultimo esito ( sondaggi riservati considerati più attendibili oppure una cieca fiducia nell’attendibilità dei sondaggi pubblici), ma il fatto che non fosse stato previsto neanche un abbozzo di linea politica nel caso avesse vinto il leave è indicativo di un certo modo di pensare.

Si potrebbe dire che la scelta di convocare un referendum sulla Brexit si basava sulla scommessa che la maggioranza della popolazione inglese razionalmente non avrebbe rinunciato ai vantaggi che l’appartenenza all’Unione Europea comporta, consentendo però ai leader conservatori di giocare il ruolo spericolato dell’euroscettico moderato e pragmatico ( Cameron, Osborne, Theresa May) o di quello duro e puro ( Johnson, Gove, Leadsom). E’ una tipologia di ragionamento molto vicina a quello probabilistico che fa un broker di borsa quando decide di puntare sul ribasso o sul rialzo di un titolo o dell’intero indice, contando sul fatto che il normale risparmiatore, quello che alla borsa di Milano veniva chiamato il parco buoi, agirà secondo linee razionalmente prevedibili, senza preoccuparsi particolarmente delle conseguenze sociali o politiche della sua scelta se il calcolo si rivelerà sbagliato, grazie alla convinzione che tale opzione d’investimento sia reversibile o agevolmente compensabile con altre occasioni. E’ verosimile che un modo di ragionare siffatto si basi su un senso di onnipotenza determinato dalla consapevolezza di appartenere a un’élite, ma siccome non sono particolarmente esperto nella psicologia dei conservatori britannici può darsi che mi sbagli; quello che invece è evidente è che esso è possibile in virtù di un senso di irresponsabilità rispetto alle conseguenze sociali delle proprie scelte, come se esse fossero solo fatti individuali, e di una profonda ignoranza della prospettiva storica, ossia dell’irreversibilità di certe azioni e delle loro ripercussioni sul medio periodo. Niente di strano in tutto ciò: è una cultura abbastanza diffusa nella globalizzazione neoliberista, specie tra le élite,  che ha anche delle curiose ricadute nella mentalità collettiva: il successo della petizione on line che chiedeva di rivotare perché forse qualcuno non aveva capito o si era pentito è un interessante esempio di questa incapacità di pensarsi storicamente.

La propensione di un gruppo dirigente a giocare d’azzardo con i fondamenti di un sistema che favorisce già la propria classe sociale è classificabile a pieno titolo come una forma di avventurismo delle élite. Tra l’altro quella dei conservatori inglesi non è  l’unico esempio, perché anche in Germania Schäuble e la Bundesbank si dimostrano sempre  più attratti da una prospettiva di distruzione dell’euro e dunque del sistema europeo, che è stato letteralmente costruito sui bisogni e gli interessi dell’industria tedesca.

Per spiegare i motivi di questa propensione delle élite all’avventurismo si potrebbero elencare numerose ragioni culturali e sociologiche, tutte assolutamente pertinenti, ma in un’ottica un po’ veteromilitante,  forse però più realistica di tante altre, essa appare come il sintomo più eloquente di una difficoltà politica strutturale. Quelle classi dirigenti che avevano promesso ricchezza e libertà per quasi tutti grazie al neoliberismo, ora che è assolutamente chiaro ai più che questi beni saranno goduti da una piccola minoranza, per mantenersi in sella non possono che ricorrere al mito: sia esso quello di una contea rurale in cui la vita scorrerebbe deliziosamente tranquilla se non fosse minacciata da orde di forestieri, come già in Tolkien,  o quello di un laborioso artigiano tedesco che deve mantenere milioni di sfaccendati sulle rive del Mediterraneo.

Usare il mito significa giocare con il populismo, regolarmente prodotto dall’apparato mediatico, che negli anni d’oro della società dello spettacolo, quando bastava la contemplazione delle merci, era uno scarto di lavorazione, che poteva essere tranquillamente gettato nei rifiuti; ora che la situazione si fa più vacillante, diventa invece preziosa materia prima. Quindi l’avventurismo delle élite non è nient’altro che le forma che assume questo gioco obbligato per conservare il proprio primato.

Molti commentatori, all’interno di una crescente nostalgia neoliberale e tecnocratica per il suffragio per censo, hanno ricavato dal referendum inglese la lezione che su certi argomenti è meglio che il popolo non si pronunci ritenendo evidentemente che il popolo bestia pazza per eccellenza non debba disturbare chi sa più di lui. Al contrario, se si vogliono evitare nuovi scoppi irrazionali come la Brexit, l’unica possibilità è quella di una ripoliticizzazione della cittadinanza che dissuada le élite dall’intraprendere altre iniziativa avventuristiche sulla pelle degli altri.

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3 Responses to Lezioni d’inglese

  1. andrea inglese il 23 luglio 2016 alle 01:13

    bel pezzo masci!

  2. jan reister il 23 luglio 2016 alle 16:36

    Un bell’articolo Giorgio! Sulla ipotetica propensione della Germania a distruggere l’euro, direi piuttosto che è propensa a distruggere i paesi dell’eurozona (vedi Grecia), mentre l’euro è precisamente lo strumento di controllo, libero da qualsiasi democrazia, sui paesi della UE. Questo almeno evinco leggendo And The Weak Suffer What They Must? di Yanis Varoufakis che imputa all’euro (ovvero un tasso di cambio fisso immutabile tra le valute europee) di essere uno degli strumenti di spossesamento politico e democratico dei paesi deboli europei.

  3. Lezioni d’inglese   – Estro-Verso il 23 luglio 2016 alle 22:20

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