Emergenza poetica a Napoli. Appunti parziali e provvisori

22 luglio 2016
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di Bernardo De Luca

Emergenza Napoli. Questo sintagma s’è attagliato alla città come una vera e propria seconda natura; è noto come ogni aspetto della vita civile a Napoli diventi una emergenza: che si parli di miseria o classi dirigenti, malavita o urbanistica si arriverà prima o poi a quel punto di crisi dopo il quale i media sono autorizzati a parlare di “emergenza”, per cui nella mente di ogni individuo, e prima di tutto in quella dei suoi abitanti, si strutturano due rappresentazioni della città ben cristallizzate nell’immaginario comune. La prima è la Napoli da salvare, per la quale ci si rivolge ad un indeterminata entità plurale e gli s’ingiunge: «Fate presto», come recitava un celebre titolo giornalistico all’indomani del terremoto dell’Ottanta. L’altra è la Napoli dannata, insalvabile, perché alla fine di ogni emergenza ne sorgerà un’altra, oppure perché quell’emergenza vive della sua eccezionalità, e non è pensata per risolversi ma per cronicizzarsi: la dannazione è appunto l’unica sua condizione d’esistenza, come un malato che vive della sua malattia.

La definitiva solidificazione del concetto emergenziale intorno allo spazio urbano è stata forse “l’emergenza rifiuti” che cominciò nel 2008, portando a galla le conseguenze antropologiche di un disastro urbano e naturale che riguardava, in ultima istanza, tutti: molta differenza c’è tra l’interramento dei rifiuti e la loro fuoriuscita sulla terra emersa. Proprio quest’aspetto pone dei problemi sullo statuto di verità del concetto emergenziale; nella maggior parte dei casi, la parola emergenza falsifica e nasconde i processi carsici che hanno portato all’evento catastrofico.

Alla luce di questo irrigidimento semantico, se associo il concetto di emergenza al campo della poesia che si scrive oggi a Napoli (o che si scrive altrove, ma provenendo da Napoli) non posso che tradire il suo significato; o meglio, non posso che collocarmi tra i territori incerti delle sfumature semantiche, recuperando da una parte la radice etimologica della parola “emergenza”, dall’altra evidenziando i tratti semantici che condivide con suoi sinonimi. Da osservatore, ad esempio, prendo in prestito gli occhi del geologo e vedo nella buona stagione poetica che si vive a Napoli le conseguenze di un’emersione lenta che vede i suoi inizi alla fine degli anni Ottanta con il Gruppo 93 e sfocia poi negli anni zero e oltre. Questo non perché ci sia una linea diretta tra quella esperienza e le attuali, ma perché gli anni Ottanta hanno rappresentato un primo momento di indipendenza di Napoli dalle città egemoni (semmai di alleanza con altri centri periferici, vedi Genova), a favore della creazione di un humus da cui poi sarebbero nate diverse e varie produzioni, fosse anche solo in contrapposizione alle istanze del Gruppo 93. Inoltre, se includiamo nel fermento degli anni Ottanta la presenza di autori addentro al dibattito come Gabriele Frasca, deduciamo che è proprio in quegli anni che comincia a circolare un’aria in città con la quale, bene o male, bisogna fare i conti.

Ad esempio, alcuni autori si sono posti nel solco del postmodernismo critico del Gruppo 93; basti pensare alla produzione di Ferdinando Tricarico che nei suoi Precariat 24 acca e La famigliastra, ritraduce le istanze comico-critiche del movimento collegandole all’esperienza novecentesca di un Palazzeschi. Oppure, sebbene di non immediata evidenza, l’influenza della stagione neometrica, di cui Napoli fu uno dei centri propulsori, ha di sicuro agito sulla produzione di Vincenzo Frungillo, poeta nato e formatosi a Napoli e poi emigrato a Milano. Uguale discorso può farsi per un altro poeta, Daniele Ventre, che aggiunge però al neometricismo un surplus di scavo archeologico: oltre a prosodia e schemi della tradizione italiana, infatti, troviamo nel suo repertorio metrica barbara e traduzioni isometre dei classici antichi latini e greci. Dunque, la prima declinazione del concetto “emergenza” è quella che di primo acchito va in direzione opposta al senso comune: l’emersione della scena poetica attuale è un processo lento che in almeno due-tre decenni s’è nutrito dei fermenti culturali e sociali della città.

Passando ora alla seconda accezione dell’emergenza, bisogna notare come, a differenza del romanzo, di rado Napoli diventi la protagonista nelle opere di poesia.  Probabilmente, ciò è dovuto alla diversa natura del genere letterario, difficilmente adatto a descrivere lo stato di cose urbano: è molto raro, cioè, che lo sfondo assurga a primo piano. Quando ciò accade, tuttavia, la città sembra farsi allegoria di qualcosa che la trascende, un sintomo che non riguarda più gli abitanti di uno spazio circoscritto, ma dinamiche generazionali e quantomeno occidentali. È il caso, ad esempio, della Napoli di La zona rossa di Francesco Filia, la città che ospitò il Global Forum il 17 marzo 2001 e le proteste contro l’assetto politico mondiale: nel poemetto, i protagonisti si muovono sì tra i «ciottoli di pietra lavica» della città, ma sono immessi in un meccanismo che supera di gran lunga lo scenario locale in cui si svolgono i fatti. Oppure, si pensi alla poesia di Carmen Gallo, che con la sua raccolta Paura degli occhi pare voler obnubilare l’esterno, cancellarlo dalla percezione dell’organo della vista; eppure, quanto fumo di roghi penetra negli interstizi degli interni in cui si trova il soggetto poetico. In sostanza, ciò che fa Gallo non è molto differente da ciò che fece un Zanzotto all’indomani della guerra con l’esordiale Dietro il paesaggio, nel quale l’apparente idillio celava il brulicare dei traumi storici. E questo è un nodo che mi pare centrale: Napoli è uno spazio urbano che ancora si presenta come fattore scatenante traumi individuali e collettivi. Ciò mi dà la possibilità di delineare il campo della seconda accezione di emergenza: l’urgenza, il premere della città e dei suoi traumi; un’urgenza che, al pari dell’emersione, si presenta come processo lento e cronico, come accumulazione di vicende e narrazioni che sedimentano nella psiche dei suoi abitanti e possono trovare una più o meno problematica formalizzazione poetica.

Molti sono i nomi che in questa prima analisi mancano; tuttavia mi pare che ci sia del materiale per affrontare una discussione nella prossima manifestazione di Tu se sai dire dillo, al di là dei campanilismi e cercando di comprendere se effettivamente le voci che scrivono o si sono formate a Napoli abbiano, al di là della mappa della città, un terreno comune.

[Questi appunti sono stati richiesti a Bernardo De Luca per presentare la serata dedicata ai poeti napoletani nell’ambito della quinta edizione della rassegna Tu se sai dire dillo prevista a Milano, presso Bioforme,via Aosta-2, tra il 21, il 22 e il 23 ottobre 2016. Il titolo di “Emergenza poetica a Napoli” è stato formulato da me in seguito ad una serie di incontri a Napoli con alcuni  poeti della città. La rassegna prevede altri temi, tra cui una riflessione critica su ciò che è stato il Gruppo 93 a ventitrè anni dalla sua conclusione. Su questi due argomenti rimando alle registrazioni sul blog Poesia da fare, precisamente per il Gruppo 93 qui e qui  e per la poesia a Napoli oggi le riflessioni a partire dall’articolo di De Luca qui   Per il programma in dettaglio della rassegna si può leggere qui B.C.]

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